Probabilmente il 2010 verrà ricordato come l’anno nero delle sciagure naturali. Eventi sismici, tsunami, incendi eccetera sono ormai all’ordine del giorno in svariate parti del mondo, per lo più nei paesi emergenti o in via di sviluppo. Proprio i disastrosi eventi recenti non possono non suscitare una riflessione sulla società e sulla politica interna ed internazionale dei paesi colpiti.
La cartina del Pakistan è praticamente divisa in due, proprio come se, da nord a sud, un canale veneziano fosse stato costruito per separare le due regioni del Pujab e del Beluchistan. In realtà si tratta della spaventosa alluvione che ha colpito oltre 20 milioni di abitanti, di cui 6 milioni sono sfollati, senza cibo né acqua (“fortunatamente” in proporzione sono inferiori alle dimensioni della catastrofe: 1.500 vittime). In Cina, nel frattempo, un’intera regione, quella del Gansu è stata sommersa da uno Stige di fango e detriti, lasciando sotto lo macerie delle case distrutte oltre 1.200 abitanti.In Russia, l’anomala ondata di caldo registrata per tutto il mese di agosto, con temperature doppie rispetto alle medi stagionali, hanno imprigionato Mosca e l’intero paese nella morsa di centinaia di incendi. La Nato, grazie ad una foto satellitare, ne aveva individuati oltre 360. Fortunatamente la fase acuta degli incendi sembra essere passata ma i tassi di monossido di carbonio (ben sei volte superiori alla soglia di guardia) e la minaccia che le fiamme si estendessero anche a siti nucleari hanno spostato i riflettori sulle falle burocratico-amministrative ed economiche dell’ex stato sovietico e dell’attuale ticket Putin-Medvedev.
I tre esempi succitati richiamano alcune riflessioni profonde sul rapporto che, nel nostro secolo, intercorre tra questi disastri, politica e società. In primo luogo, occorre notare che sempre più spesso i paesi colpiti sono PVS (paesi in via di sviluppo) oppure emergenti, come la Cina. Laddove un evento sismico od una catastrofe naturale colpiscano un PVS (il caso emblematico è quello haitiano), l’emergenza nell’immediato si va a sommare ad una situazione standard già grave. Con il conseguente tracollo economico, sociale e politico. E’ abbastanza disarmante vedere come, nel marasma politico generale, il paese caraibico non riesca a darsi un’organizzazione politica interna al fine di stabilizzare la macchina della ricostruzione. In tutto questo vuoto di potere, è ancora più frustrante vedere come l’unica novità politica ad Haiti sia l’improbabile candidatura del rapper Wycleaf Jean alle presidenziali.
Altrove sono stati i sistemi di prevenzione e controllo a fallire miseramente. La National Disaster Management Authority pakistana ha miseramente fallito ogni benché minima previsione di alluvioni così generalizzate su gran parte del territorio nazionale. Lo stesso era accaduto per il terremoto del Kashmir pakistano nel 2005: danni sottostimati, calcoli assolutamente sballati e tempi di intervento infiniti.Da un lato, il problema è essenzialmente economico e sociale. Ormai è provato che disastri naturali hanno una mortalità molto più elevata nei paesi in via di sviluppo, anche perché questi ultimi hanno un rapporto del tutto particolare con la conformazione geografica del territorio. I paesi emergenti, come Russia e Cina, sono assolutamente irrispettosi del proprio territorio. In Cina, dove il controllo delle acque è sistematico e il disboscamento ancora più sistematico, le recenti alluvioni e frane sono state tutte determinate dalla feroce eradicazione di alberi ad alto fusto nel corso degli anni Sessanta e Settanta. In Russia, le fiamme hanno invaso 40.000 ettari di territorio contaminato nei pressi della macabra centrale nucleare di Cernobyl, spandendo nell’aria i fumi tossici degli alberi ed arbusti contaminati dall’esplosione del reattore n.4 nel 1986. Per non parlare delle centinaia di testate nucleari depositiate sul fondo del Baltico. E’ quindi palese che all’onnipotenza di sviluppo cinese manchi una coscienza ecologica e di sviluppo sostenibile.
Tutto questo accade perché la coscienza ecologica è direttamente proporzionale alla sanzione che i cittadini possono dare ai governanti su temi ambientali. Un articolo molto sagace della giornalista russa Yevgenia Albats, ripreso in Italia su Repubblica e Internazionale, mette il luce proprio il fallimento del sistema politico russo nel garantire la sicurezza dei cittadini durante le grande stagione dei roghi. In Russia, la “protezione civile” viene gestita dai governatori delle macro-regioni, aggregazioni territoriali volute dalla riforma di inizio secolo di Putin. A capo di queste regioni, l’allora presidente Vladimir Putin ha posto ex uomini forti dei servizi sovietici (sui colleghi, insomma), che però non hanno alcun rapporto con l’elettorato, ovvero sono nominati direttamente da Mosca e non sono eletti dal popolo. Tanto che il primo ministro Putin può permettersi di fare la foto di rito con bosco in fiamme sullo sfondo e imparare a pilotare un Canadair davanti alle telecamere.Qualcosa di molto simile sta accadendo anche in Cina, dove solitamente gli incaricati di svolgere indagini sulle costruzioni dopo eventi sismici vengono quasi sempre arrestati o comunque fatti oggetto di pressioni molto forti. Questo perché, per l’economia cinese ed il partito non è tanto importante che le case non si sbriciolino, ma piuttosto che le case vengano costruite.