Data la vicinanza geografica e la tradizione culturale e filosofica comune si potrebbe pensare che in passato la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone abbiano condiviso molto più che uno spazio fisico, quello asiatico. In realtà la storia insegna come nel corso dei secoli Cina e Giappone abbiano preferito il controllo reciproco alla collaborazione, l’una cercando di prevalere sull’altra e viceversa. Riusciranno i due Paesi a camminare allo stesso passo?I contrasti sperimentati dal rapporto sino-giapponese non sono una novità per la storia delle relazioni internazionali. È abbastanza frequente infatti che la presenza di due potenze nella stessa area geografica si sia più volte palesata attraverso una forte contrapposizione strategica se non addirittura lo scontro aperto. Soprattutto nel Vecchio Continente la storia dimostra come tra le nazioni con un maggior peso politico (Inghilterra, Germania, Francia e Spagna) si sono susseguiti diversi tentativi per imporre la supremazia di uno sugli altri. Tale percorso si può osservare anche guardando la storia del continente asiatico, dove le due principali potenze, ovvero Cina e Giappone, hanno in linea generale cercato sempre di prevalere l’una sull’altra. Fino al XIX secolo la Cina rappresentava il punto di riferimento del continente sotto diversi aspetti, e deteneva un ruolo guida nello sviluppo della regione. Lo scoppio della prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) e la fine dell’isolamento giapponese
(1853) messo in atto dal ‘600 hanno poi determinato il passaggio del testimone al paese del Sol Levante. La nascita dell’Impero nipponico sotto l’epoca Meji ha quindi dato il via ad una specie di “età dell’oro” per il Giappone, durata fino alla catastrofe atomica del 1945, mentre in Cina si consumava il periodo che gli storici ricordano come “il secolo dell’umiliazione”. Nonostante la completa disfatta durante la seconda guerra mondiale, però, si può dire che il predominio giapponese è continuato fino agli anni Novanta, decennio in cui la Cina ha iniziato la propria irrefrenabile corsa al progresso mentre il Giappone affrontava una pesante recessione economica i cui effetti sono visibili ancora oggi. Negli ultimi vent’anni dunque l’ago della bilancia è caduto nettamente a favore della RPC, che è riuscita a catalizzare l’interesse non solo mediatico ma soprattutto geopolitico degli Stati Uniti. Ancora una volta quindi, la legge dell’alternanza si è ripresentata. Ma perché lo sviluppo di Cina e Giappone non viaggia alla medesima velocità?
UNA REGIONE, DUE MONDI – Nonostante la comunanza geografica, Cina e Giappone rimangono due Paesi profondamente distinti. Si potrebbe ipotizzare che la supremazia dell’uno o dell’altro è stata dettata dall’implementazione di due modelli di sviluppo nettamente differenti. Il Giappone ad esempio ha sempre cercato di adattarsi ai cambiamenti nello scenario mondiale prendendo a riferimento un modello a cui ispirarsi. L’Inghilterra agli inizi del Novecento, le dittature nazi-fasciste durante il militarismo degli anni trenta e infine gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Il conformarsi ad una struttura politica non ha però cancellato tutta quella serie di valori e tradizioni tipiche del mondo nipponico. Peculiari sono anche le basi su cui il Paese ha puntato per il proprio progresso economico, in particolare la specializzazione tecnica e la creazione dei keiretsu ovvero agglomerati di imprese con partecipazione azionaria condivisa. In Cina invece gran parte dell’attuale crescita si basa sull’esportazione di prodotti a bassa intensità di tecnologia ma ad alta intensità di lavoro, grazie all’abbondante manodopera presente nel paese. Il cambio fisso o molto rigido dello yuan ha inoltre avvantaggiato considerevolmente la crescita di Pechino, determinando un vantaggio comparato assente al di là del Mar Cinese. A tali fattori economici si aggiungono poi le differenze in campo politico che vedono contrapposto il modello democratico nipponico sullo stampo dei paesi occidentali al comunismo cinese, in cui convivono numerose contraddizioni (prima fra tutte l’ “economia socialista di mercato”). La combinazione di questi elementi con i fattori storici e geostrategici (come il sistema delle alleanze) ha determinato lo sviluppo di due percorsi diversi ma a modo loro entrambi unici.
E DOMANI? – Sebbene questa interpretazione sia valida per spiegare il percorso intrapreso dalle due nazioni asiatiche in passato e negli anni più recenti, non è detto che possa essere utilizzata anche per il futuro. Tantomeno appare certo che una volta terminata la parabola ascendente della Cina il Giappone torni a crescere ai livelli di un tempo, come ci si aspetterebbe dalla ciclicità della storia. La verità è che lo scenario attuale si evolve in una situazione di grande incertezza. La situazione odierna, infatti, vede la RPC ancora nettamente predominante all’interno del panorama asiatico, confermata anche dal fatto che lo scorso giugno le stime della Banca Mondiale hanno certificato il sorpasso cinese sul Giappone, diventata ora la terza economia mondiale. Ciò nonostante la crescita cinese presenta delle criticità ancora insolute (il basso sviluppo tecnologico, la fame di materie prime). Inoltre, se è vero che il Giappone oggi cresce ad un tasso decimato rispetto a quello cinese, l’arcipelago gode di altri vantaggi che nella RPC non sono ancora stati raggiunti (l’alta produttività). Infine nei prossimi anni all’interno dello scacchiere asiatico potrebbero emergere nuovi attori, come l’India, in grado di trasformare il dualismo regionale in una triade. Difficile fare previsioni, dunque, anche se una possibile soluzione al dilemma potrebbe risiedere nella sostenibilità della crescita, elemento da cui Pechino sembra essere ancora lontana.