USA 2012: Obama, bilancio di una presidenza

Martedì 07 Febbraio 2012 23:19 Matteo Zaupa World - Politica
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Mentre gli Stati Uniti seguono con il fiato sospeso la sfida tra i candidati repubblicani, il primo mandato presidenziale di Obama si avvicina alla conclusione. I tempi sono quindi maturi per dare un giudizio su quanto fatto finora dal presidente americano: Obama è stato all’altezza delle enormi aspettative riposte in lui nel 2008 oppure la sua presidenza è da archiviare come un flop?


IL GIUDIZIO DELLE URNE - Negli Stati Uniti, più che altrove, il successo di una presidenza è decretato dalla rielezione del presidente uscente. Quando venne chiesto a Jimmy Carter perché in molti pensassero che la sua fosse stata una presidenza fallimentare, egli semplicemente rispose: “Perché non sono stato rieletto”.
Anche l’attuale presidente si troverà, tra pochi mesi, ad affrontare il giudizio delle urne. Sapremo allora se ad Obama toccherà una sorte impietosa quanto quella riservata a Carter, oppure se gli elettori americani valuteranno positivamente quanto fatto nei suoi primi quattro anni alla Casa Bianca e gli consegneranno un secondo mandato, per portare a termine quel 40% di promesse che, a suo dire, non ha ancora mantenuto. E’ troppo presto per azzardare una previsione, ma una cosa è certa: l’aura che nel 2008 circondava Obama e le enormi aspettative riposte su di lui sembrano oggi enormemente ridimensionate. Il presidente del “Yes, we can!” rischia di essere ricordato come il presidente del “non abbiamo fatto”.

LA CRISI FINANZIARIA - Sul presidente pesa innanzitutto un giudizio negativo riguardante la politica economica adottata. Nel 2008, Obama venne eletto perché convinse la middle class che sarebbe stato più capace del suo avversario nell´affrontare la crisi economica. Prima del 15 settembre 2008, giorno del fallimento di Lehman Brothers, John McCain era infatti in testa ai sondaggi, solo dopo il crac finanziario il candidato democratico prese il largo. L’elettorato americano diede al giovane senatore dell’Illinois l’incarico di far ripartire l’economia: questo era il vero “cambiamento” che ci si aspettava. Tale risultato non è però arrivato e questo si ripercuote inevitabilmente sul giudizio che gli americani danno all´amministrazione democratica. A fine ottobre scorso il “Time” rilevava che per l´81% degli elettori l´America di Obama aveva preso la direzione sbagliata. Un sondaggio Gallup affermava che per il 53% degli americani l´attuale presidente era il responsabile del cattivo stato di salute dell´economia.

MAIN STREET O WALL STREET ? - La politica economica di Obama ha avuto una sostanziale debolezza: il presidente non ha avuto il coraggio di affermare la supremazia di Main Street, degli interessi di piccole imprese e lavoratori, su quelli della grande finanza. Obama era stato eletto perché il popolo americano avvertiva come una profonda ingiustizia l’eccessivo potere delle banche d’affari, ma una volta diventato presidente non ha osato sfidare i grandi poteri finanziari, la riforma da lui varata è perciò risultata inefficace. Ha introdotto soltanto vincoli di facciata, senza toccare la sostanza, con il risultato che oggi le banche continuano a comportarsi come quattro anni fa.

DISOCCUPAZIONE IN CRESCITA - Le critiche mosse al presidente si concentrano in particolare sulla carenza di posti di lavoro. Se al momento dell’insediamento di Obama alla Casa Bianca, nel gennaio 2009, il tasso di disoccupazione era già molto alto (7,6%), tre anni dopo ha raggiunto il 9%, superando in molti Stati la doppia cifra. Mai, dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, un presidente è stato rieletto con un tasso di disoccupazione così elevato. A questo si aggiunge l´innalzamento del debito pubblico, pari quasi al 100% del prodotto interno lordo americano e per il 40% in mani straniere. Il vero marchio della presidenza Obama rischia quindi di essere lo storico declassamento da parte di Standard and Poor´s e non l’uccisione di Osama Bin Laden, forse il più significativo successo ottenuto in questi quattro anni.

OBAMACARE - C´è poi la questione della contestata riforma sanitaria, che ha assorbito quasi interamente le energie di Obama nella prima fase del suo mandato. È ormai opinione condivisa che il presidente avrebbe dovuto sfruttare il periodo di consenso iniziale per varare misure contro la crisi occupazionale. Obama ha invece preferito mettere mano al  complesso sistema sanitario americano con una riforma che implicava un’elevata spesa pubblica in un momento di grandi difficoltà economiche. Egli ha sbagliato i tempi: avrebbe prima dovuto concentrarsi sulla crescita economica e poi, dopo aver stabilizzato la situazione, dedicarsi alla sanità. Alla fine, a causa della dura opposizione che ha incontrato, la riforma uscita dal congresso è risultata pesantemente “annacquata”, limitata nella sua portata, fragile, già disapplicata da molti Stati federati e tuttora in attesa di un giudizio di costituzionalità davanti alla Corte Suprema. Un mezzo flop insomma.

LA GREEN ECONOMY
- Anche dal punto di vista dell’ambiente, cavallo di battaglia del presidente, poco è stato fatto: la conferenza di Copenhagen ha fatto registrare un pesante insuccesso, al punto che alcuni hanno accusato Obama di essere “peggio di Bush” circa la questione ambientale. Ancora più grave, e in un certo senso emblematica, è la situazione della “green-economy” statunitense. Obama in campagna elettorale aveva fortemente sostenuto il settore e da presidente ha voluto investirvi miliardi di dollari, sperando in questo modo di creare posti di lavoro. Nonostante l’erogazione di aiuti statali la ricaduta positiva in termini di occupazione non si è però verificata e molte imprese operanti nel settore delle energie alternative sono fallite sotto il peso della concorrenza cinese. Emblematico è il caso di “Solyndra”, azienda americana produttrice di pannelli solari. Il presidente americano ne aveva fatto un simbolo dei suoi sforzi a favore delle Green Economy, prestando alla compagnia 535 milioni di dollari, l’azienda è però andata in bancarotta, lasciando per strada 1.100 dipendenti.

UN’ “ANATRA ZOPPA”
- Come se non bastasse, in molti, e non solo a destra, accusano il presidente di essere inadeguato per l’incarico che ricopre. Gli viene rimproverato di non avere la necessaria leadership e di aver sprecato rapidamente il suo iniziale capitale politico, di aver tentennato troppe volte alla ricerca di un "terreno comune" irrealizzabile. Il presidente sapeva che i repubblicani avrebbero rallentato ogni sua riforma, ogni sua azione legislativa, ma non si è mai preoccupato di superare questo problema una volta per tutte. L’amministrazione è stata lenta nelle contromisure all’ostruzionismo e ingenua nel non saperne prevedere gli effetti. Un esempio di quest’ingenuità è il voto sulla legge sul clima, che avrebbe introdotto un sistema di incentivi e disincentivi fiscali in relazione alle emissioni di anidride carbonica delle imprese. La legge era indigesta ai centristi, indispensabili per ottenere la maggioranza: Obama li ha praticamente costretti a votarla, innervosendoli e inimicandoseli per i mesi a seguire, senza peraltro che la legge riuscisse a passare, affondata dall’ostruzionismo. Ingenuità, o forse inesperienza, hanno portato alla situazione di debolezza politica in cui si trova il presidente, aggravata dal fatto che dal gennaio 2011, dopo le elezioni di mid term, Obama è una così detta “anatra zoppa”: un presidente democratico senza una maggioranza alla camera del suo stesso colore politico.

LEADERSHIP MONDIALE IN PERICOLO
- Anche dal punto di vista della politica estera Obama ha mostrato più di una debolezza. La sua presidenza era iniziata facendo ipotizzare una sorta di G2, in cui Cina e Stati Uniti avrebbero agito fianco a fianco per guidare il mondo. Gli equilibri sono però ben presto mutati e la superpotenza americana si è trovata per la prima volta in una posizione di sudditanza rispetto a Pechino. Il presidente cinese, Hu Jintao, si è persino permesso di rimproverare Washington, colpevole, a suo dire, di non fare abbastanza per rimettere in ordine i bilanci federali. In quanto paese creditore, Pechino si è sentito autorizzato a imporre una sorta di disciplina al suo principale debitore. Si è quindi verificato un importante cambiamento negli equilibri internazionali, con il pendolo dell’economia e della politica mondiale che si è spostato verso Pechino allontanandosi da Washington. Anche per quel che riguarda il Medio Oriente, scosso da fermenti rivoluzionari epocali, la Casa Bianca ha tenuto una posizione defilata, limitandosi a dichiarazioni di circostanza, reagendo al verificarsi degli eventi e alle posizioni prese da altri paesi, come se avesse rinunciato ad esercitare la sua leadership mondiale, sazia del protagonismo dell’era Bush. Conferma di questo si è avuta con la vicenda libica, in cui la Casa Bianca si è limitata a seguire l’iniziativa europea, rinunciando a guidare l’azione, pur contro un nemico storico come Gheddafi.

SPERANZE DELUSE
- Come ultima nota dolente, Obama perde consenso anche in quella che era stata la sua base più forte: i giovani e gli indipendenti. Nel 2008 era stato il loro entusiasmo ad accompagnare il presidente alla Casa Bianca, ma oggi, in questi settori dell’elettorato, Obama registra un calo di consensi e una disillusione preoccupanti. In un sondaggio condotto dall’università di Harvard tra gli elettori compresi tra i 18 e 29 anni, solo il 12% si dice convinto che l’America stia seguendo la direzione giusta. Meno del 30% approva invece la politica economica del presidente. Complessivamente il consenso per Obama è sceso del 15% tra i giovani e del 14% tra gli indipendenti. Alla domanda su chi vincerà le prossime elezioni, il 32% dice di non esserne sicuro, mentre il 36% si dice certo che Obama perderà. L’unica consolazione è che a questi settori dell’elettorato i candidati repubblicani piacciono ancora meno.

UN PRESIDENTE “NORMALE” - Molti osservatori, in definitiva, pensano che Obama abbia deluso le aspettative. Non tutto quello che è stato finora proposto dall’amministrazione democratica è negativo o da bocciare, tuttavia, proprio le enormi speranze che quattro anni fa gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale avevano riposto sul neoeletto presidente possono oggi tramutarsi in un boomerang politico. Se in campagna elettorale Obama aveva giocato molto sull’immagine del ‘Cambiamento’, alimentando quelle aspettative e sfruttandole abilmente, una volta arrivato nelle stanze del potere non ha compreso appieno il modo di fare politica del Congresso. Questa mancanza ha costretto la presidenza democratica a produrre riforme ‘soft’, lontane da quelle promesse iniziali che tanto avevano infiammato i cuori degli americani. Obama si è perciò trasformato agli occhi dell’opinione pubblica americana in un “Presidente come tanti”, un’immagine profondamente diversa da quella che quattro anni fa l’aveva portato trionfalmente alla Casa Bianca.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Febbraio 2012 19:56

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