Usa 2012: verso le elezioni

Giovedì 05 Gennaio 2012 16:30 Annalisa Perteghella World - Politica
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Ogni 4 anni, il martedì dopo il primo lunedì di novembre, i cittadini degli Stati Uniti d'America sono chiamati alle urne per eleggere, sebbene in maniera indiretta, il proprio Presidente. La strada che porta alla Casa Bianca comincia però molto tempo prima, con la scelta, da parte del Partito, del candidato da far correre per la Presidenza. Se la grande carica emotiva che ha contraddistinto le elezioni del 2008 che hanno portato alla vittoria di Obama sembra ormai un lontano ricordo, l'America dilaniata dalla crisi si presenta all'appuntamento elettorale con un enorme carico di aspettative e con un altrettanto consistente sensazione di smarrimento. Per i prossimi mesi, FusiOrari seguirà per voi l'avvenimento elettorale più atteso e più spettacolare del 2012, guidandovi all'interno dell'intricata selva elettorale americana e offrendovi notizie e analisi ma anche curiosità e approfondimenti. Stay tuned!

 

 

CAUCUS, PRIMARIE E CONVENTION - Il processo che porta alla scelta del candidato che concorrerà alle elezioni di novembre è estremamente lungo e complesso. La stagione elettorale si apre ufficialmente con i caucus in Iowa, dopodichè gli appuntamenti elettorali si susseguono di Stato in Stato fino ad arrivare alle convention estive dei partiti. Non tutti gli Stati votano allo stesso modo; la tendenza è, anzi, ad agire più come strumenti stonati che non come eleganti musicisti che compongono la sinfonia elettorale. La distinzione principale è tra caucus e primarie. Le primarie sono elezioni vere e proprie, durante le quali sono chiamati a recarsi ai seggi i cittadini che risulteranno maggiorenni alla data delle elezioni presidenziali, ovvero il 6 novembre 2012. I caucus (da cau'-cau as-'u, “consiglio” nell'antica lingua indiana algonchina) risultano invece più simili a un congresso di partito, sebbene anche in questo caso le modalità di organizzazione rimangano a discrezione di ogni singolo Stato. Normalmente, ogni candidato viene presentato da un sostenitore che durante il congresso pronuncia un discorso in suo favore; terminati i discorsi, si procede alla votazione per iscritto o per alzata di mano o, più raramente, con un antico metodo che prevede che chi intende dare il proprio voto ad un candidato si vada a posizionare accanto al suo sostenitore; in questo modo, i sostenitori rimasti senza seguito possono deviare il proprio sostegno verso un altro candidato finchè non emerga in maniera netta un vincitore. Oltre alla distinzione tra caucus e primarie, vi è un'altra importante differenza che influenza pesantemente il risultato finale: ciascuno Stato sceglie se adottare il sistema proporzionale o un particolare tipo di sistema maggioritario, il winner-takes-all. Nel primo caso, il numero dei seggi ottenuti da ciascun candidato sarà proporzionale ai voti ottenuti; nel secondo, se un candidato dovesse vincere anche per un solo voto sull'avversario, porterebbe a casa tutti i seggi. Ma cosa si intende per seggi? Ciò che le elezioni primarie mettono in palio è il numero di delegati, ovvero coloro che durante la convention estiva del Partito sceglieranno di fatto a chi riservare la nomination. Il numero di delegati messi in palio da ogni Stato non è uguale per tutti, ma varia a seconda della popolosità e dell'influenza politica. Il numero complessivo è fissato a 2286, pertanto affinchè un candidato possa arrivare alla convention con la certezza di ricevere la nomination – ovvero l'investitura ufficiale del Partito – deve assicurarsi di avere dalla propria parte almeno 1144 delegati. Queste cifre comprendono anche i cosiddetti superdelegati, ovvero 132 persone tra funzionari del Partito, Senatori ed ex Presidenti, che votano ancora una volta con modalità diverse da Stato a Stato. Le elezioni primarie sono obbligatorie per legge, anche nel caso in cui un Partito abbia già un Presidente in carica. Normalmente però il Presidente uscente non incontra sfidanti rilevanti, e la competizione elettorale si svolge solamente negli Stati in cui gli sfidanti siano riusciti a raccogliere un numero di firme sufficiente per la candidatura. Pertanto, nonostante la ricandidatura di Obama sia assodata, i Democratici nei prossimi mesi saranno chiamati alle urne in New Hampshire, Missouri, Louisiana, Texas e Oklahoma. Data la prevedibilità dell'esito delle consultazioni democratiche, FusiOrari si concentrerà sulle elezioni primarie repubblicane, che già già da qualche giorno hanno iniziato a scaldare l'animo degli elettori.

I CANDIDATI – Con il ritiro, a inizio dello scorso dicembre, dell'outsider Herman Cain, il numero dei candidati rimasti in lizza per la nomination è sceso a sette. All'indomani della prima giornata elettorale si è registrata un'ulteriore defezione: quella di Michele Bachmann, esponente del Movimento del Tea Party che proprio in Iowa durante l'estate aveva ottenuto il suo primo, e unico, successo sugli altri candidati, lasciando per un momento presagire che avrebbe potuto essere la prima donna repubblicana a ottenere la nomination, riuscendo là dove Sarah Palin nell'ultima tornata elettorale aveva fallito. Chi sono dunque i sei candidati che rimangono in gara? Mitt Romney, il superfavorito, nonché il “più eleggibile” all'interno della malandata compagine repubblicana. Sessantaquattro anni, originario del Michigan, figlio dell'ex Governatore dello Stato, Romney incarna l'emblema del potere Wasp. Unico aspetto della sua biografia che stride con l'appartenenza ad uno dei gruppi più privilegiati e influenti della società statunitense è la sua fede religiosa: Romney è infatti un mormone, elemento originale all'interno dell'intransigente protestantesimo repubblicano. Conosciuto, e apprezzato, per il suo talento nel risanare le imprese in crisi, Mitt Romney è investito di grandi attese in un momento di enormi difficoltà economiche per il Paese. Le sue posizioni sui temi cari al Partito Repubblicano appaiono meno intransigenti rispetto a quelle degli altri candidati: favorevole all'aborto e alle unioni civili, e autore in Massachusetts di una riforma sanitaria ricalcata su quella di Obama, deve però dare corda alla propria base elettorale che gli chiede di prendere le distanze dalla “socialdemocrazia” di Obama e, soprattutto, dall'Europa, vista come una scomoda pretendente che trascinerà l'America nel baratro. Rick Santorum, cinquantatré anni, avvocato ed ex Presidente della Conferenza dei Senatori Repubblicani, è il candidato che si colloca nell'ala più a destra del Grand Old Party. Ultra-cattolico, padre di sette figli, conosciuto più per l'estremismo delle proprie convinzioni che per la concretezza delle proprie proposte politiche, Santorum sembra essere “troppo” anche per il Partito Repubblicano. Fortemente schierato sui temi etici, ha dalla sua parte la capacità di intercettare il consenso conquistato e perso dai candidati che via via sono usciti dal gioco. Rick Perry, ex democratico finito per ironia della sorte più a destra degli altri candidati repubblicani, con la doverosa eccezione di Santorum. Governatore del Texas, favorevole alla pena di morte, contrario all'aborto, schierato in favore della riduzione delle tasse. Repubblicano mainstream, dunque, e per questo con poche chances di vittoria, scavalcato a sinistra da Romney - moderato quanto basta per conquistare i voti degli indecisi - e a destra da Santorum - estremista quel tanto che serve per catturare le simpatie degli elettori più oltranzisti. Newt Gingrich, “uomo dell'anno” nel 1995 secondo il Time, tra gli autori del famoso “Contratto con l'America” che nel 1994 contribuì a riconsegnare al Partito Repubblicano quella maggioranza presso la Camera dei Rappresentanti che mancava dai tempi di Eisenhower. Fu Presidente della Camera durante l'epoca Clinton ma la sua stella si offuscò a causa di uno scontro sul bilancio con il Presidente, che portò alla chiusura del governo per qualche giorno per “mancanza di soldi”, e alla scoperta di una relazione extraconiugale con la propria assistente, mentre era impegnato a puntare il dito contro Clinton a seguito dello scandalo Lewinsky. Attualmente consulente politico, basa il proprio programma su riduzione delle tasse, aumento dei posti di lavoro, ma anche estensione della guerra al terrorismo; non dispone però né di grossi mezzi finanziari né dell'appoggio dell'establishment del Partito. Jon Huntsman, mormone, ex governatore dello Utah e nominato ambasciatore in Cina da Obama nel 2009, carica alla quale ha recentemente rinunciato per potersi dedicare alla campagna elettorale. Il più moderato tra i candidati, caratteristica che in un'arena politica fortemente polarizzata come quella attuale gioca sicuramente a suo sfavore. Contrario all'aborto ma non alle unioni gay, favorevole alla riforma della sanità ma anche a un rafforzamento del ruolo dei privati nel settore, Huntsman potrebbe attrarre il voto degli indipendenti ma difficilmente quello della base del Partito. Ron Paul, dodici mandati da deputato Repubblicano della Camera di Washington all'attivo. Ex ginecologo convertito alla politica dalla lettura de “La strada per la schiavitù” di Friedrich von Hayek, ispiratore della Scuola di Chicago di Milton Friedman, affianca posizioni di liberismo economico estremo – abolizione della Federal Reserve e di ogni regolamentazione di mercato da parte dello Stato – a un non interventismo in politica estera e all'uscita degli Stati Uniti da tutte le organizzazioni internazionali. Le sue chances di vittoria sono praticamente nulle; la nomination potrebbe arrivargli però dal Partito Libertario che lo farebbe scendere in campo come proprio candidato contro Obama e il candidato Repubblicano. In tale caso, la sottrazione di voti a destra sarebbe tale da consegnare la vittoria a Obama.

COM'È ANDATA IN IOWA – L'elettorato dell'Iowa, “il popolo delle Bibbie e delle armi da fuoco”, si è sostanzialmente spaccato su due fronti: la vittoria è andata a Mitt Romney, ma con soli 8 voti di scarto sulla grande sorpresa Rick Santorum. A seguire Paul, Gingrich, Perry e Bachmann, mentre Huntsman ha scelto di non partecipare per concentrarsi sulla tappa del 10 gennaio in New Hampshire, a lui più favorevole. Mentre la Bachmann ha già annunciato il proprio ritiro, Perry ha deciso di continuare almeno fino all'appuntamento del 21 gennaio in South Carolina. Sembra ormai chiaro però che la vera sfida sarà tra Romney e Santorum, riflettendo l'eterno duello tra le due anime del Partito, la moderata e la conservatrice. I 25 delegati in palio in Iowa sono stati assegnati con metodo proporzionale, quindi modificando di poco l'equilibrio tra le parti in gioco. Aspetto rilevante è però il fatto che nessuno dei candidati è riuscito a superare la soglia del 24% dei consensi, dando dunque conferma della mancanza di un candidato credibilmente capace di catalizzare il consenso degli elettori. Se Romney rimane l'uomo da battere, se non altro perchè l'unico a disporre dei mezzi finanziari necessari per portare fino in fondo la campagna, Santorum, reduce da un discorso appassionato e fortemente intriso di sana retorica sul nonno italiano esule in America e sulle sue mani callose di minatore, potrebbe nei prossimi giorni contare sull'appoggio dei candidati che mano a mano escono dal gioco, oltre che sulla benedizione del proprio potente ex datore di lavoro Rupert Murdoch. Romney, forte anche dell'appoggio di McCain ricevuto nelle ultime ore, rimane l'unico in grado di competere contro Obama, proprio in virtù della propria moderazione politica che potrebbe fargli conquistare i voti di indipendenti e democratici delusi; più difficile per lui convincere l'establishment fortemente conservatore del Partito. Il prossimo appuntamento è per il 10 gennaio in New Hampshire, dove gli indipendenti sono la maggioranza e dove i sondaggi vedono Romney al 43% contro il 6% di Santorum. Si continuerà poi con la South Carolina, dove al contrario i conservatori avranno, a meno di grosse sorprese, la meglio. Rimane sempre nell'aria l'incognita della discesa in campo di un ulteriore candidato, che gli addetti ai lavori identificano in Mitch Daniels, governatore dell'Indiana. Sono in molti in effetti all'interno del Partito a ritenere che nessuno degli attuali sfidanti abbia la stoffa del grande leader politico. La battaglia, dunque, è appena cominciata e si preannuncia ricca di colpi di scena.

Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Gennaio 2012 14:20

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