
L’Africa, nonostante la recente attenzione per la Primavera Araba, rimane un continente lontano dagli occhi per la maggior parte dell'opinione pubblica e continua ad essere il regno del benessere delle nostre multinazionali (e non solo). Dall’imperialismo commerciale, in cui le economie dei Paesi africani furono integrate nei sistemi degli stati europei, all’evoluzione della colonizzazione dell’Ottocento fino ad arrivare ad un sistema di comando sempre più bisognoso di soddisfare la propria domanda di mercato a discapito di un continente schiavo con l’obbligo di fornire risorse minerarie, manodopera, prodotti agricoli, manufatti commerciali e molto altro.
LA STORIA - Il continente africano continua ad avere sempre la stessa storia, come se lo scorrere del tempo abbia portato negli anni cambiamenti solo nei tassi di domanda delle materie prime e nelle modalità di appropriamento delle stesse. Perché in fondo il concetto alla base è sempre lo stesso. Ci si trova davanti un Paese sfruttato senza sosta, le cui vicende hanno visto l’alternarsi al potere di politici corrotti che invece di distribuire le ricchezze e di cercare la strada verso un sistema di welfare comune, hanno agevolato il capitale straniero portando un ulteriore impoverimento delle risorse non solo ambientali, ma anche culturali. Sanità ed istruzione inesistenti, carestie e povertà al di sopra dei livelli immaginabili. Un continente, questo, in cui non i processi di sviluppo e democratizzazione sembrano chimere lontane ed irraggiungibili.
LE RISORSE - l’Africa è da sempre un Paese pieno di risorse. In particolare i giacimenti di petrolio, di oro, di rame e di pietre preziose sono stati beni decisivi capaci di attirare le potenze mondiali. Secondo gli economisti del CEAMO (centro cubano degli studi su Africa e Medio Orinete) oltre il 30% delle riserve minerarie e metallifere mondiali si trovano in Africa. Basti pensare che i maggiori fornitori di rame presenti sul mercato sono paesi come Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Sudafrica mentre la Namibia lo è dell’uranio il Sudafrica lo Zimbawe e il Botswana del nichel e del cobalto. Ed ancora: Guinea e Ghana sono i maggiori produttori della bauxite, la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda e l’Uganda di molibdeno, tantalio e niobio ed infine sempre il Sudafrica, la Liberia e la Mauritania del ferro. Senza poi contare le risorse naturali legate alla flora e alla fauna. I dati della Banca mondiale parlano chiaro: 35 milioni gli ettari acquistati o affittati dai paesi stranieri o dalle multinazionali per essere coltivati.
LO SFRUTTAMENTO DEL TERRENO - L’Africa subahariana è da sempre la parte più colpita del cosiddetto fenomeno del land grabbing ossia dell’accaparramento delle terre. Terre queste che nella maggior parte dei casi vengono affittate fino a 99 anni. Come in Sud Sudan dove, tra l’inizio del 2007 e la fine del 2010, sono stati ceduti a 28 compagnie straniere 2,64 milioni di ettari di terreno. In Etiopia invece sono ben 36 i paesi stranieri che gestiscono gli oltre 3 milioni di ettari sottratti. In particolare in questo paese a farla da padroni sono indiani e cinesi che secondo il giornalista Raffaele Masto, da anni impegnato a scrivere conoscere il mondo africano, hanno preso in appalto quasi sessantamila chilometri quadrati di terreno. I nuovi sistemi di coltivazione, spiega poi Masto, sono «quelli intensivi con largo uso dei macchinari». Sistemi, questi che portano quindi ad «un basso impiego di manodopera non dando lavoro ai locali, ma solo vantaggi agli stranieri che soddisfano il loro bisogno di materie prime e prodotti alimentari». Lo sfruttamento delle terre non garantisce neanche un’entrata di denaro in valuta pregiata perché si è creato un sistema di corruzione tale per cui i soldi entrano nelle tasche dei politici dispotici oppure non vengono versati, ma restituiti sotto forma di forma di costruzioni ed edificazioni. Basti pensare che Adis Abeba, come spiega Raffaele Masto, si sta riempiendo di centri commerciali e grattacieli costruiti dai cinesi «per i quali non ci sono né dipendenti e né aziende». L’avvento dei cinesi non è però una novità, infatti il tema è sempre lo stesso. Cambiano i padroni, ma non cambiano le modalità di sfruttamento e corruzione e come ricorda Masto l’Africa continua a rimanere un Paese saccheggiato come nel passato dato che i prezzi delle materie prima non sono definiti da chi le possiede, ma da chi le acquista ed il sistema di sfruttamento continua ad essere spietato come nel passato».
Ovviamente tutto ciò si ripercuote sulla popolazione, infatti secondo il Programma alimentare mondiale, 9 persone su 10 vivono con meno di un dollaro al giorno e circa un terzo della popolazione locale è colpito da una grave carestia alimentare.
LE ZONE D’OMBRA - La mancanza assoluta di meccanismi trasparenti per un regolare svolgimento della produzione e della distribuzione di ricchezze così come la mancata partecipazione dei cittadini alla vita economica e politica ha fatto si che negli anni si siano sviluppate le cosiddette zone d’ombra. Una sorta di terra di nessuno o meglio terra dei diretti interessati al beneficio. Perché sono zone quelle in cui avviene di tutto senza un regolare controllo. Si va dal traffico illegale di armi e droga a quello più alla “luce del sole” dei minerali.
Il binomio dunque tra blocco economico e politica è strettissimo. Da anni i regimi africani sono i principali ostacoli per una trasparenza a livello economico e giuridico ed incentivano la nascita e lo sviluppo delle filiere corruttive in nome dell’esercizio del potere politico. Inoltre c’è da tenere in considerazione che le nuove dittature affermatesi negli anni non hanno mai tenuto conto delle differenze etniche che ancora esistono nei paesi africani, creando così ulteriori conflitti. Basti pensare al genocidio del Ruanda o alla crisi del Corno D’Africa..
Economia, politica e multinazionali sono quindi i protagonisti principali di tutto questo spettacolo che a mo’ di tragedia offre allo spettatore una drammatica situazione immutata nel tempo. Il Deus Ex machina dei summit internazionali non ha avuto nel tempo l’effetto benefico desiderato ecco perché bisognerebbe puntare forse a misure più concreto in cui si dia spazio e credito ad una politica interna nuova perché, come ha sottolineato Raffaele Masto, bisogna ammettere che l’Africa non ha bisogno di aiuto, ha bisogno prima di tutto di giustizia e poco importa se tutto ciò va a scapito della competitività delle nostre imprese.