
Negli ultimi giorni di ottobre del 1956 l’Ungheria tenta un processo di distacco dall’Unione Sovietica, che scuote in profondità il mondo socialista.
CONTESTO INTERNAZIONALE – Per dirla con Raymond Aron, il sistema internazionale che dobbiamo avere presente è caratterizzato da una distribuzione di potenza estremamente polarizzata (concentrata su due poli, Usa e Urss) e ideologicamente eterogenea. Non occorre aggiungere nient’altro, tutti sanno che il mondo è diviso in due blocchi e che la politica estera e le alleanze internazionali in quegli anni sono fattori determinanti per gli esiti elettorali del nostro Paese. Scongiurato il rischio per l’Italia di fare la fine della Cecoslovacchia, passando quindi nell’orbita comunista, si inizia a indicare una via alternativa diversa dall’Unione Sovietica, “l’alternativa socialista”. I fatti di Ungheria danno maggiore vigore ad una nuova fase della sinistra italiana, che porterà a posizioni più riformiste. Ma come si arriva a questo? Quali sono le premesse storiche e politiche di tale cambiamento? Quali sono gli avvenimenti che cominciano a sconvolgere il mondo socialista? Come spesso accade nella storia, una serie di eventi creeranno un vero e proprio effetto domino. La morte di Stalin nel ’53 apre a una dialettica interna al ceto politico e quindi a nuovi equilibri. Si arriva così al XX Congresso del PCUS, in cui il nuovo segretario Crushev, che aveva tenuto un rapporto segreto, svela al mondo i crimini commessi dalla dittatura staliniana e ne denuncia il terrorismo del potere autarchico di Stalin. Tutto questo comincia a far vacillare l’Unione Sovietica dalle sue stesse fondamenta e finisce per indebolire la legittimità dei governi dell’est, che si trovano nel blocco comunista, provocando rivolte prima a Poznan, in Polonia e successivamente in Ungheria. I fatti di Ungheria sono i più eclatanti perché rappresentano la prima rivoluzione democratica dell’Europa comunista, che riceverà come risposta l’ intervento armato dell’Unione Sovietica. Forti dubbi e perplessità sulla validità del modello comunista, cominceranno a sorgere anche all’interno della sinistra italiana, ma soprattutto emergeranno i primi segni di quel processo di distensione, che dal piano internazionale passerà a quello interno.
LA SVOLTA RIFORMISTA – La morte di Stalin, il XX congresso PCUS, i fatti di Ungheria e il profilarsi del contrasto cino-sovietico determinano e accelerano importanti spostamenti di opinione all’interno dei maggiori partiti, contribuendo a creare nuovi rapporti e ad indicare nuovi possibili allineamenti tra le forze politiche italiane, provocando una profonda frattura tra i comunisti e i socialisti. È il Segretario del Psi Nenni, con grande lungimiranza politica come poi ebbe a dire, a distanza di tempo, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a prendere fermamente le distanze dall’Unione Sovietica e a porre le basi per una linea riformista del partito, condannando “senza reticenza” l’invasione sovietica in Ungheria nel 1956. Finalmente il Psi si stacca dal carro del comunismo internazionale che lo aveva visto per troppo tempo legato al Pci, specie nel ’48, quando socialisti e comunisti costituiscono un’alleanza elettorale (il Fronte democratico popolare) nella speranza di raggiungere la maggioranza relativa; in realtà quella scelta si rivela errata, provocando fughe dal Psi, come le defezioni di Calamandrei, Venturi, Lombardi e di altri autonomisti…già allora emergono le ragioni politiche che giustificheranno più tardi la nuova linea di “alternativa socialista”. Adesso, senza lo spauracchio del comunismo, comincia a farsi più concreta l’idea di quell’alleanza con la Dc, tanto invocata da Nenni, che in un discorso del 1953 alla Camera, così diceva: “l’alternativa socialista postula l’apertura a sinistra della maggioranza e del governo e l’inserimento delle masse operaie nello stato democratico e repubblicano per una politica intesa a trasfondere nelle leggi e nel costume del nostro Paese i principi democratici, le garanzie di libertà, le riforme economiche che sono inscritte nella Costituzione repubblicana…”. È l’inizio di un dialogo che diverrà sempre più nutrito tra autonomisti socialisti e cattolici di sinistra e che porterà, dopo diciassette anni di assenza, alla partecipazione diretta del Psi al governo. Oltre al significato politico, è un avvenimento storico di grande rilievo nell’evoluzione ideologica del socialismo italiano, che non guarderà più all’Unione Sovietica, ma piuttosto a un socialismo riformista di stampo europeo.