
Novembre 2004. In Ucraina si era da poco svolto il turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali vinto da Viktor Janukovyc, leader del Partito delle Regioni. I risultati elettorali vennero però messi in discussione dalle proteste del movimento della "Rivoluzione Arancione", il quale sosteneva Viktor Juščenko, a capo dell'opposizione e del partito "Nostra Ucraina", ammalatosi gravemente due mesi prima a causa di un terribile avvelenamento da diossina.
LE ELEZIONI - Le masse popolari accusavano il vincitore di aver truccato la corsa alla presidenza pur di salire al potere e riuscirono ad ottenere, grazie all'intervento della Corte Suprema, la ripetizione delle elezioni autunnali che vennero fissate per la fine del 2004. Il 26 dicembre dello stesso anno, il filo-occidentale Juščenko, capo del movimento arancione, divenne il nuovo presidente ucraino. Dopo questa elezione il futuro energetico del Paese fu segnato da profondi cambiamenti.
La vittoria di Juscenko era stata fortemente sostenuta da parte degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, che vedevano in quella tornata elettorale un'altra dura sconfitta per il passato comunista. Con l'ascesa del neo-presidente, l'Ucraina si era avvicinata notevolmente al modello europeo ed aveva ottenuto dall'Unione il riconoscimento dello status di "economia di mercato".
LA GAZPROM - Questo gradito evento tuttavia, portò con sè spiacevoli notizie provenienti da Mosca: la Gazprom aveva deciso di aumentare le tariffe sul gas esportato verso Kiev. La compagnia pubblica russa era, ed è tutt'ora, un vero colosso nell'economia mondiale e il maggior estrattore di gas naturale del mondo. Proprietaria dello Zenit di San Pietroburgo, fino a cinque anni fa aveva un fatturato di 83,6 miliardi di dollari. La Gazprom ha avuto un ruolo di fondamentale importanza anche nella politica russa degli ultimi vent'anni (Cernomyrdin e Medvedev, ex capi della società, sono poi diventati primi ministri).
Dalla Siberia il gas arrivava in Ucraina, territorio scarsamente fornito, ad un prezzo di favore (50$ ogni 1000 metri cubi), ma, dopo lo spostamento politico ucraino verso l'Europa, il colosso russo decise di tariffare il gas ad un prezzo di mercato di gran lunga superiore: prima 160$ e poi 230$ ogni 1000 metri cubi.
UNA STRATEGIA POLITICA - La Russia voleva quindi vincolare politicamente l'Ucraina, che si stava evidentemente avvicinando troppo al modello europeo, sfruttando la sua egemonia nel campo energetico. Da Kiev la reazione non si lasciò attendere: gli ucraini chiedevano urgentemente un riassestamento dei prezzi e minacciavano altrimenti di effettuare prelievi sul gas destinato all'Europa come pagamento dei diritti di transito. La cifra esorbitante proposta dalla Gazprom produsse una serie incontrollata di paure in tutto il continente. La compagnia russa infatti riforniva in via esclusiva otto Paesi europei e il 25% del territorio dell'intera Unione, inoltre le forniture di gas passavano proprio attraverso i territori ucraini. Un blocco ai rifornimenti avrebbe quindi gettato nel caos non solo l'Ucraina ma l'Europa intera, con l'inverno ormai alle porte. Tutti però avevano qualcosa da perdere: la Russia non voleva gettare al vento la fiducia e le simpatie dell'Europa, ormai vicina a Kiev e destinataria dei rifornimenti energetici, l'Ucraina invece non poteva assolutamente permettersi un blocco ai gasdotti, le conseguenze avrebbero potuto essere tragiche, viste le bassissime temperature che si raggiungono in quelle zone nella stagione invernale.
L'ACCORDO - Il 30 Dicembre del 2005 Vladimir Putin propose un compromesso al presidente Juscenko: prezzi di mercato sì, ma a partire dal 1 Aprile 2006. Il primo ministro ucraino si disse possibilista ma pretese che i prezzi venissero concordati in via preventiva. Putin interpretò questa mossa come un blando tentativo di prendere tempo e diede ordine alla Gazprom di chiudere i rubinetti verso l'Ucraina. Numerosi cali nei rifornimenti furono registrati in tutta Europa e sul fronte diplomatico le potenze europee chiesero alla Russia e all'Ucraina di non coinvolgere i Paesi dell'Unione nei loro capricci. Cinque giorni dopo, la Gazprom e la compagnia ucraina Naftogaz trovarono una complicata intesa (le lamentele europee evidentemente avevano funzionato) e i rubinetti furono di nuovo riaperti.
LA SITUAZIONE OGGI - Cinque anni dopo, 10 settembre 2011. Un sorridente Vladimir Putin passeggia al fianco dell'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder a Vyborg, una piccola cittadina russa. Qui si è da poco tenuta l'inaugurazione del North Stream, un gasdotto di nuova generazione. L'opera, lunga 1224 Km, ha una capacità attuale di 27,5 miliardi di metri cubi all'anno (ma è previsto un aumento di capacità fino a 55 miliardi, non appena sarà ultimata la seconda linea parallela). Il gasdotto collega direttamente Vyborg a Greifswald, in Germania e non passa per l'Ucraina. Sarà una concidenza? Inoltre lo sviluppo del North Stream è stato curato dalla società North Stream AG (di cui Schroeder è il presidente), la quale ha come socio di maggioranza proprio la Gazprom, che detiene ben il 51% delle quote.

IL SOUTH STREAM - Aleksej Miller, amministratore delegato di Gazprom, si avvicina a Putin e a Schroeder per spingere il pulsante che darà il via ai rifornimenti di gas attraverso il North Stream e intanto pensa a quell'altro progetto, quello ancora in fase di realizzazione, quello che serve a collegare la Russia direttamente ai Paesi Sudeuropei e che la Gazprom ha chiamato South Stream. Questo è di fatto un progetto parallelo al "fratello" settentrionale, l'obiettivo è praticamente identico: collegare la Russia all'Europa saltando l'Ucraina, passando però da Sud. Il progetto di questo secondo gasdotto, inoltre, riguarda molto da vicino anche noi italiani: la sua realizzazione è nata da un'intesa fra Gazprom ed Eni (accordo che, come racconta Wikileaks, ha fatto preoccupare non poco gli Stati Uniti, anche per via degli ottimi rapporti che intercorrono fra il nostro Premier Berlusconi e Putin). Inoltre all'ex Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi era stata più volte offerta, proprio da Miller, la presidenza della società South Stream AG, poltrona che però ha sempre rifiutato. La presenza italiana nel progetto, secondo "Il Sole 24 Ore", è scesa nel 2009 dal 50 al 20%, in favore della compagnia francese EDF (15%) e di quella tedesca Winterhall (15%). Il South Stream, che secondo le ultime stime dovrebbe arrivare a costare fra i 19 e i 24 miliardi di euro, sarà diviso in due grossi tronconi: il primo prevede la città di Beregovya (Russia) come punto di partenza e Varna (Bulgaria) come punto di arrivo, passando attraverso il Mar Nero. Questo primo tratto sarà lungo circa 900 Km ed in alcuni punti arriverà ad una profondità di 2.000 metri. L'altro troncone invece si svilupperà quasi completamente sulla terraferma: da Varna partiranno due diramazioni, una verso nord (probabilmente fino a Baumgarten in Austria) e l'altra verso sud, fino al nostro canale d'Otranto.
IL PROBLEMA TURCO - Il gioco della Russia appare evidente: tagliare fuori l'Ucraina dal mercato del gas impedendo a quest'ultima di lucrare sui traffici energetici che passano sul suo territorio. Non pochi problemi sono però sorti negli ultimi mesi. Sempre nel 2009 Putin aveva firmato un protocollo di cooperazione con il Premier turco Erdogan per la realizzazione del primo tratto del South Stream. L'accordo prevedeva anche la partecipazione russa alla costruzione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan, infrastruttura che dovrebbe collegare le coste turche sul Mar Nero al Mediterraneo. Tale intesa aveva particolarmente soddisfatto l'Italia, ma la partecipazione russa al progetto è stata poi però definita "economicamente svantaggiosa" dagli esperti di Mosca. Pronta la risposta dei turchi: niente Samsun-Ceyhan? Allora niente South Stream. Sempre "Il Sole 24 Ore", nel luglio 2011, diffonde la notizia di una frenata dal Cremlino sul progetto italo-russo South Stream: Putin preferirebbe potenziare il North Stream costruendo un terzo tubo di approvigionamento e congelare (fino a data da destinarsi) la realizzazione del gasdotto meridionale. Quest'ultimo è quindi destinato a rimanere un bel disegno su una cartina? Gazprom ha dichiarato più volte che il gasdotto "sarà costruito indipendentemente dalla situazione del mercato dell'energia", ma si attendono sviluppi. Intanto Janukovyc (oggi di nuovo Premier a Kiev) pochi giorni fa ha proposto ai russi di far passare il South Stream per l'Ucraina, ma l'idea è stata prevedibilmente stroncata in partenza da Mosca.
L'EUROPA E IL NABUCCO - L'Europa tuttavia non ha atteso le mosse riguardanti North e South Stream con le mani in mano. La paura di una dipendenza energetica dalla Russia è troppo forte e l'instabilità dei rapporti con l'Ucraina non lascia dormire sonni tranquilli ai potenti occidentali. Ecco quindi pronto un nuovo progetto tutto europeo dal nome Nabucco, un nuovo gasdotto che porterà gas naturale dal centroasia sino all'Europa, collegando la Turchia con l'Austria e creando un nuovo corridoio di approvigionamento.
La Russia che taglia fuori l'Ucraina per favorire l'Europa e l'Europa che taglia fuori la Russia per favorire se stessa e la Turchia (forse il nuovo futuro hub energetico del Mediterraneo)? In realtà l'Unione Europea sfrutterebbe tutte le possibili vie di rifornimento, il Nabucco è all'evidenza un progetto di rafforzamento dell'intero sistema delle importazioni europee di gas.
EDISON E L'ITGI - L'Italia a dire il vero in questo settore non è per nulla inattiva: oltre al gasdotto già operativo Greenstream, conduttura sottomarina che porta il gas in Italia dalla Libia, in cantiere c'è un nuovo progetto firmato Edison, che collegherà l'Italia alla Grecia e alla Turchia. Il nome del progetto? "ITGI", una nuova infrastruttura di rilievo europeo che, come scrive Edison: "...permetterà l'apertura del cosiddetto “Corridoio Sud”, collegando le aree del Mar Caspio e del Medio Oriente, dove si trova oltre il 20% delle riserve mondiali di gas, con l’Italia e l’Europa, attraverso la Turchia e la Grecia. Il gasdotto avrà una capacità di trasporto fino a 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno."
È una storia in divenire, per adesso senza conclusione e senza una morale, ma la guerra del gas ha già posto rilevanti problemi etici, politici ed economici su cui riflettere. Dovremo per il momento attendere le strategie future dell'Ucraina, che ha già lasciato intendere di non volersi accontentare della situazione attuale. Il progetto South Stream, che rischia di non essere completato, e l'Europa, intenta a portare a termine il Nabucco e l'ITGI, sono, con molta probabilità, le due possibili vie di fuga per i Paesi occidentali dal conflitto fra i due Stati ex-sovietici. Ma tutto questo forse lo scopriremo nel prossimo gasdotto.
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