Il Pentagono finanzia i dittatori mediorientali?

Giovedì 14 Luglio 2011 19:10 Matteo Zaupa World - Politica
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Pentagono

Secondo un’inchiesta del Newsweek sarebbe pratica consolidata del Pentagono garantire contratti di fornitura alle famiglie regnanti del Golfo in cambio della possibilità di stanziare truppe sul territorio. Le commesse avrebbero fruttato, dal 2005, 14 miliardi di dollari alle casse dei sovrani di Abu Dhabi, Kuwait e Bahrein. I contribuenti americani stanno dunque pagando dei dittatori? Se tale pratica trovasse conferma la questione andrebbe oltre la violazione delle basilari regole della concorrenza, sollevando interrogativi di natura etica e portando a implicazioni politiche, strategiche e diplomatiche.

LE BASI AMERICANE NEL GOLFO - Il Medio Oriente, area di forte instabilità regionale, si sta rivelando sempre più centrale nella politica estera statunitense. Ciò ha costretto il Pentagono a fare sempre maggior affidamento su una articolata rete di basi militari nel Golfo. A riguardo il Newsweek ha recentemente pubblicato un’interessante inchiesta di Aram Roston dal titolo: “Benessere per i Dittatori, come i miliardi del Pentagono arricchiscono le casse dei reali mediorientali”. L’inchiesta si concentra sulle commesse che gli Stati Uniti sembrano pagare alle famiglie reali del Golfo in cambio della possibilità di essere militarmente presenti nei paesi che governano.

LA POLITICA UFFICIALE DEL PENTAGONO - Ufficialmente gli Stati Uniti non versano denaro a paesi stranieri in cambio della possibilità di stanziarvi truppe. La ragione è semplice: non sembra opportuno fondare un’alleanza strategica sul pagamento di denaro, e ancor meno sarebbe tollerabile mercanteggiare una questione delicata come la presenza di contingenti e basi militari statunitensi in territorio straniero. Quindi, come spiega Alexander Cooley, docente al Barnard College di New York ed esperto in materia, il Pentagono ufficialmente non compra il diritto a stanziare truppe e costruire basi in Medio Oriente. Ciò sarebbe controproducente per la credibilità di Washington e per la stessa precaria legittimità delle famiglie regnanti arabe. Le questioni strategiche e militari, la possibilità di stanziare truppe, il diritto di sorvolo e le relative implicazioni politiche vengono concordate a livello di accordi intergovernativi seguendo logiche diplomatiche piuttosto che mercantilistiche. Il Pentagono si limiterebbe a pagare una rendita ai proprietari dei terreni su cui sorgono le strutture, ma la presenza in sè, la possibilità di stanziare truppe in quanto tale, non sarebbe oggetto di pagamenti in denaro.

LA PRATICA DELLE COMMESSE - L’inchiesta del Newsweek sembra tuttavia mostrare una realtà ben diversa. I cittadini americani, secondo quanto riportato dal giornale, pagherebbero, e anche profumatamente, il diritto ad avere delle truppe schierate nel Golfo. Il versamento avverrebbe indirettamente, attraverso una prassi che sembra consolidata: il Pentagono concederebbe commesse e contratti di fornitura a imprese controllate dalle famiglie regnanti di Abu Dhabi, Kuwait e Bahrein per un ammontare di 14 miliardi di dollari. Questi contratti non sarebbero il frutto di gare di appalto o aste che, secondo la “legge sulla competizione e i contratti” del 1984, devono necessariamente accompagnare ogni acquisto del Pentagono, ma sarebbero stati assegnati senza tener conto delle basilari regole del mercato e della concorrenza. E ciò fa nascere il sospetto che ci si trovi di fronte ad un tacito “do ut des”, uno scambio in cui la possibilità di schierare truppe in un paese viene pagata, o comunque ricambiata, con la concessione di sostanziose commesse.

I CASI: ABU DHABI, KUWAIT E BAHREIN - Il Newsweek riporta il caso di Abu Dhabi. Il paese ospita la base militare americana di Al Dhafra, hub strategico di fondamentale importanza per il rifornimento delle truppe nella regione. In questo paese la famiglia Nahyan gestisce governo ed economia. Lo sceicco Khalifa bin Zayed controlla la compagnia petrolifera nazionale, la ADNOC, e il Pentagono acquista tutto il carburante usato per gli aerei statunitensi ad Al Dhafra proprio dalla ADNOC. Dal 2005  l’accordo ha portato nelle casse personali dello sceicco Khalifa bin Zayed 5,2 miliardi di dollari. In Kuwait, dove si trova la base militare di Arifjan, la situazione è identica: i contratti di fornitura del Pentagono hanno reso, dal 2005, 4 miliardi di dollari alla Kuwait Petroleum Co. gestita dalla famiglia regnante degli al-Sabah. L’ “Agenzia Logistica della Difesa” (DLA) statunitense sostiene che ciò avviene per vincoli legali presenti nel  paese, ma non è stata in grado di spiegare quali leggi imponessero una simile condotta. In Bahrain ha invece sede il quartier generale della Quinta Flotta. Qui il re Hamad bin Isa al-Khalifa possiede la compagnia petrolifera nazionale: la Bahrain Petroleum Co. Questa ogni anno vince il contratto per il così detto “WestPac”, un’importante concessione per fornire il carburante a tutte le operazioni militari statunitensi nel Pacifico occidentale. In questo caso la DLA sostiene che la Bahrain Petroleum Co. vince la gara perchè in grado di fornire grandi quantità di petrolio a prezzi minori dei concorrenti, ma secondo David Kirsh, consulente della PFC Energy, la Bahrain Petroleum Co. non vincerebbe se non fosse per la base.

ALCUNE CONSIDERAZIONI - La questione sollevata da Roston va tuttavia oltre la semplice violazione delle regole della concorrenza e pone diversi e ben più seri interrogativi. In primo luogo ci si dovrebbe chiedere se sia corretto, anche eticamente, acquistare il diritto a schierare truppe in un paese straniero o se certe questioni non debbano essere decise solo attraverso strumenti e considerazioni di natura politica e diplomatica. La seconda questione è che questi soldi non aiutano le popolazioni, non entrano nelle casse dello stato per poi servire a riforme o contribuire al welfare. Sono invece le finanze private dei sovrani a beneficiarne. In terzo luogo, almeno nel caso del Bahrein, i contribuenti americani starebbero finanziando una dittatura contro cui il popolo, o parte di esso, si sta ribellando chiedendo riforme, maggior rappresentatività e democrazia.

RIPENSARE LA PRESENZA NEL GOLFO - La concessione di basi militari è una tematica molto delicata, essa dovrebbe riflettere una chiara volontà popolare e non essere il risultato di compravendite con sovrani che, per di più, sembrano mancare di legittimità. La presenza militare statunitense è sempre più vissuta dalle popolazioni arabe come un’occupazione, un’appendice neo-colonialista. Essa è stata una delle cause della perdita di consenso di molti dei governi mediorientali filo-occidentali e ha alimentato i sentimenti estremisti, creando terreno fertile per la propaganda di Al Qaida. Per difendere i propri interessi nell’area gli Stati Uniti necessitano di basi nel Golfo e la loro presenza militare nell’area è certamente destinata a crescere. Tuttavia, ora che la retorica jihadista sembra vacillare, non tanto per gli sforzi militari americani quanto per il crescente desiderio di democrazia che sta attraversando la regione, Washington dovrebbe cercare di costruire la propria presenza in questi paesi basandosi sul consenso delle popolazioni e non certo pagando dittatori che le opprimono.

 

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