L’insurrezione contro il regime di Gheddafi ha fatto sprofondare la Libia in una guerra civile che potrebbe rapidamente condurre il Paese in un baratro. La lotta per il potere tra ribelli e lealisti vede un terzo, importante attore: la NATO. A che punto è l’operazione Unified Protector? Quanto è lontana la pace? A cento giorni dal primo attacco aereo, è opportuno riflettere sulla situazione che si è venuta a creare nell'antico “giardino di casa” italiano.
STALLO MILITARE – Dopo oltre quattro mesi dal “Giorno della Rabbia” di Bengasi, il 17 febbraio, la guerra civile libica non ha ancora visto né vinti né vincitori. Sul campo di battaglia, la lotta tra lealisti ed insorti è ormai incorsa da parecchie settimane in una fase di stallo. Quattro sono le principali città strategiche contese: nella Cirenaica, dove si combatte per oltre la metà dei giacimenti di petrolio e gas, Ajdabiya e Brega; nella Tripolitania, roccaforte della tribù di Muammar Gheddafi (Qadhadfa), Misrata e Zawiya. La capitale, Tripoli, rimane sotto il saldo controllo del Raìs: secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, finché tra le sue vie «non scoppierà una rivolta armata, Gheddafi può stare relativamente tranquillo» per il dominio dell’area tripolina. Misrata è, invece, stata presa in aprile dagli insorti, che tuttavia non sono riusciti a sfondare la linea nemica e a procedere oltre verso ovest. Un comandante ribelle, Abdul Bassett Swaisi, ha affermato che «se la situazione resterà immutata, saranno necessari anni, non mesi» per portare a termine con successo il conflitto. Se realisticamente gli insorti non posseggono una potenza di fuoco né una disciplina militare tale da giungere ad una svolta, secondo il portavoce di Bengasi, Mohamed Ali, la principale responsabile dello stallo sarebbe la NATO, che «è per noi un mistero».

INTERVENTISMO – L’Alleanza Atlantica, assunto il comando delle operazioni a fine marzo, aveva inizialmente pianificato per tre mesi la campagna aerea, memore di quella in Kosovo durata 74 giorni. Ad adesso, però, i bombardamenti di Unified Protector sono già stati prorogati fino a settembre, invero sei mesi dal primo attacco. E non c’è certezza che ciò sia sufficiente. Sinora, i velivoli NATO hanno effettuato circa 4700 sortite colpendo bunker, depositi di armi e veicoli corazzati dei gheddafiani. Le Forze Navali, invece, starebbero continuando a garantire l’embargo delle armi sancito dalla Risoluzione 1970. Secondo esponenti della NATO, il potenziale delle forze lealiste sarebbe stato ridotto del 50% in questi ultimi cento giorni. Non sono però mancati clamorosi sbagli da parte degli alleati. Come quello del 18 giugno, quando i velivoli NATO hanno ucciso per errore nove civili. Al portavoce dell’Alleanza, Mike Bracken, che ha affermato che «la NATO si rammarica della perdita di vite civili», ha risposto il Ministro degli Esteri di Gheddafi, Abdelati Obeidi, il quale ha avuto gioco facile a dichiarare che «l’organizzazione dei barbari assassini della NATO, sostenuta e finanziata da governi e politici criminali, ha effettuato un attacco aereo ingiustificato contro un quartiere abitato da civili». Come ha sottolineato il Washington Post, «dichiarazioni credibili in merito alle perdite dei civili sono la migliore arma per la Libia da usare contro la NATO». L’intervento occidentale non si è, però, fermato qui. A fine aprile, Italia, Francia e Gran Bretagna hanno inviato circa trenta istruttori militari per sopperire alle carenze addestrative dei ribelli. Come ha ricordato il Ministro della Difesa italiano, Ignazio La Russa, «c'è la necessità di addestrare gli insorti, giovani desiderosi di battersi per una causa che considerano imprescindibile ma che non hanno la necessaria preparazione militare». Ad inizio giugno, poi, un comunicato della Bruxelles atlantica ha informato che «elicotteri da combattimento sotto il comando NATO sono stati utilizzati per la prima volta in azioni militari sulla Libia, nel contesto dell'operazione Unified Protector». Formalmente, ciò evita alla NATO di mettere “gli stivali sul terreno”, eppure il dispiegamento di elicotteri è quanto di più rassomigliante possa esservi ad un intervento via terra: il loro volare a bassa quota e gli armamenti d’artiglieria permettono agli alleati di attaccare con alta precisione le truppe terrestri lealiste, cosa che -ovviamente- i “classici” bombardamenti aerei impediscono. Da evidenziare, infine, che secondo Guido Olimpio, esperto giornalista del Corriere della Sera, «a terra sarebbe in azione un gruppo anglo-francese di 130 uomini con una missione: Operazione Spara e Dimentica. In grado di parlare l'arabo, i commandos seguono le orme del Raìs con l'aiuto di informatori locali».
CAMBIO DI REGIME – La Risoluzione 1973, approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 17 marzo, consente alla comunità internazionale di utilizzare tutte le «misure necessarie» per la protezione dei civili libici, così da giungere ad un «immediato cessate-il-fuoco» tra i due contendenti. Evidentemente, simili flessibilità e vaghezza hanno permesso un’elastica interpretazione politica del documento. La triplice franco-anglo-americana, con a rimorchio l’Italia e a differenza di Russia e Cina, ha individuato la “misura necessaria” nel cacciare il Raìs. Con una nota pubblicata dall'International Herald Tribune il 15 aprile, David Cameron, Nicolas Sarkozy e Barack Obama hanno annunciato che «finché Gheddafi sarà al potere, la NATO e gli alleati della coalizione devono continuare le operazioni per proteggere i civili e per fare pressione sul regime»: «Gheddafi deve andarsene, definitivamente» è diventata quindi la precondizione per interrompere le operazioni militari ed avviare negoziati di pace. Il 26 giugno il Tribunale Penale Internazionale ha legittimato tali aspirazioni emanando un mandato d'arresto per il dittatore per i crimini di guerra compiuti a fine febbraio, quando minacciò di schiacciare come «ratti» i ribelli che avevano occupato Bengasi. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha quindi confermato la posizione di Washington dichiarando che «la decisione della Corte dell'Aja prova che il leader libico ha perso la sua legittimità». Per il Generale canadese Charles Bouchard, al comando di Unified Protector, «il cappio si sta stringendo intorno al collo di Gheddafi», ma ha anche ammonito che «non si può stare al potere per 41 anni ed aspettarsi che se ne vada alle prime pressioni». I giorni, però, stanno passando velocemente, la dimensione temporale si sta dilatando, e il consenso all’azione militare e i fondi in Occidente decrescono in modo proporzionale.
DISCRASIE ALLEATE – Sono 18 i Paesi partecipanti alla campagna in Libia. I contingenti navali ed aerei NATO, più o meno consistenti, provengono da Belgio, Bulgaria, Canada, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Romania, Spagna, Turchia, Gran Bretagna e Stati Uniti; alle operazioni contribuiscono anche il Qatar, la Svezia, gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania. La multinazionalità dell’intervento, a testimonianza della multilateralità, è però priva di reale sostanza: i contributi sono spesso simbolici e alcuni Paesi, come la Norvegia, hanno già fatto ufficialmente sapere che a fine estate ritireranno i propri aerei. Oltre all’esiguità quantitativa, un grave problema per Unified Protector è costituito dalla (in)sostenibilità, soprattutto considerando la contemporanea, impegnativa e dispendiosa missione NATO in Afghanistan. Puntualmente, Sir Simon Bryant, numero due della Royal Air Force, ha riferito al Parlamento britannico che «la guerra per noi è insostenibile oltre settembre [...]. Lo spirito di combattimento del personale della RAF è messo a dura prova dall'intenso carico di lavoro, molti settori del corpo sono in ebollizione». Sulla stessa lunghezza d’onda è il Capo di Stato Maggiore della Royal Navy, l'Ammiraglio Mark Stanhope. D'altronde, il 10 di Downing Street aveva inizialmente stimato che la campagna libica avrebbe richiesto solo poche decine di milioni di sterline: dopo cento giorni dall’intervento, la Difesa britannica ha già speso 260 milioni. Ad acuire le difficoltà, per lo stesso Bryant, è la «preoccupazione sulla mancanza di direzione strategica percepita che diminuisce la fiducia nella leadership» politica da parte dei militari. L’Italia non se la passa meglio. Il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha proposto unilateralmente la sospensione dei bombardamenti, l'apertura di un corridoio umanitario e l’avvio di un negoziato. La Russa ha fatto intendere che a settembre l’Italia potrebbe limitarsi a fornire agli alleati le basi aeree e navali. Sul fronte interno, il traballante Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stato messo con le spalle al muro dall’isolazionismo della Lega Nord. Di fronte a tutto ciò, il Segretario alla Difesa degli USA, Robert Gates, in procinto di lasciare il dicastero a Leon Panetta, ha dichiarato che le «lacune di capacità militare e di volontà politica» evidenziate sulla Libia (e non solo) in seno all’Alleanza potrebbero «compromettere» l’esito della missione, il che disegnerebbe ancora una volta un’organizzazione «a due velocità […]. Questo sarebbe inaccettabile»: «la pazienza dell’America sta finendo». Sarkozy, risentitosi, ha replicato che Gates «è un futuro pensionato e da ciò si spiega l'amarezza nelle sue parole», che sono apparse all'Eliseo «particolarmente inappropriate e false». Vi sarebbe, quindi, molto da riflettere su ciò che il The Observer ha definito come «una confusa coalizione di riluttanti e incapaci».