
In Arabia Saudita le donne non possono guidare: un divieto che è diventato un cavallo di battaglia per le attiviste dei diritti delle donne nella culla dell’Islam e dello Wahabismo. Ma la riscossa sul web è già partita
I divieti imposti dal governo di Riad alle donne sono molti e spesso dal sapore arcaico. Ma non mancano le rivendicazioni femminili, spesso accompagnate da gesti dimostrativi: considerando solo gli anni più recenti, ha fatto scalpore nel 2008 l’iniziativa, contro il divieto di guidare, della femminista Wajiha Huwaidar, la stessa che, in un suo scritto, ha definito senza mezzi termini l’Arabia Saudita una “prigione a cielo aperto per le donne”. Wajiha ha deciso di inserire su YouTube un video (http://youtu.be/54pRJkJ6B6E ) che la mostra mentre guida l’automobile in patria, cosa vietata alle donne per “sicurezza” e per evitare “peccaminosi” contatti con gli uomini (la zelante polizia religiosa, che pattuglia le strade, infatti, controlla anche questo). Wajiha guida fuori da un centro abitato e, folta frangetta in evidenza (anche questo è proibito), dice: «Le donne – dice – guidano in campagna » e allora «Perché non in città?». Nel 2009, persino una principessa, Amira Al-Tawil, moglie del discusso principe Al Walid Bin Talal (il 19° uomo più ricco del mondo secondo la classifica stilata da Forbes due anni fa) si è di fatto espressa contro tale retrograda proibizione: «Ho una patente internazionale e guido la macchina quando viaggio. Sono pronta a guidare anche nel Regno Saudita quando sarà permesso» ha detto e, quasi a voler rassicurare gli integralisti islamici, ha proseguito: «Preferisco guidare l'auto con mia sorella o un'amica accanto, anziché andare con un autista che non è mio parente». Sfide alla legge e petizioni si sono susseguite nel tempo. Nel 1990 un gruppo di 47 donne lanciò la provocazione, guidando l’automobile nella capitale: furono arrestate e condannate, un’ammonizione toccò anche agli uomini che ne erano giuridicamente responsabili (mariti, padri, fratelli …). L’anno seguente, al divieto legale si accompagnò una fatwa del gran muftì dell’Arabia Saudita. La questione di tanto in tanto torna a galla: nel settembre scorso, una petizione con un migliaio di firme, di donne ma anche di uomini, è stata inviata a re Abdullah.
OGGI – Alle 3 di notte del 22 maggio 2011, la polizia ha arrestato la giovane attivista Manal Al-Sharif, 27 anni, rea di aver lanciato una campagna per insegnare alle compatriote a guidare. Giovedì scorso Manal, che ha imparato a condurre un automobile negli Stati Uniti, ha fatto come Wajiha Huwaidar : ha messo su YouTube un video (http://youtu.be/BT-3I5jg1xg ) con lei al volante (per le strade di Khobar, nella provincia orientale del Paese) ed in poche ore è stato visualizzato più 500.000 volte. Manal, da quattro mesi sta collaborando con altre attiviste proprio per una campagna contro il divieto della guida per le donne. Anche Manal, come la principessa Amira Al-Tawil, ha riflettuto sul fatto che, se le donne saudite possono guidare all’estero, non si capisce perché non possano farlo in patria. Maha Taher, un’attivista che combatte la sua stessa battaglia, ha spiegato: «Quando la polizia l’ha fermata le ha detto che stava violato le ‘disposizioni’. Non vi è nessuna legge che dice che le donne non possono guidare in Arabia Saudita, e questo arresto è ingiusto. Lei è un modello per molte persone e l’arresto provocherò indignazione tra i suoi sostenitori. Ora più donne vogliono guidare».
“IO GUIDERÒ’” – Per il 17 giugno è fissata “Io guiderò”, una manifestazione che vedrà tutte le partecipanti al volante per protesta. Com’è già successo per le tunisine ed egiziane, che hanno partecipato alle rivoluzioni nei loro Paesi, il vento della cosiddetta “primavera araba” sembra raggiungere anche l’Arabia Saudita e, soprattutto, le sue donne, che si stanno a loro volta organizzando per quella giornata, con Twitter e Facebook ormai invasi dalle rivendicazioni del diritto per le donne a guidare un’automobile e spostarsi autonomamente. «Siamo nel 2011 e stiamo ancora discutendo su questo insignificante diritto - scrivono sul web le promotrici della "Women2drivecampaign" -. Ora vedremo cosa succederà il 17 giugno, ma una cosa è certa: se il governo deciderà la strada della repressione, apparirà a tutto il mondo eccessivamente irragionevole e duro. Se invece permetterà alle signore di guidare, cadrà la barriera della paura di fronte a questo e ad altri divieti».