Decine di migliaia di cittadini messicani si sono radunati la scorsa settimana nella piazza della Costituzione a Città del Messico per chiedere al presidente Felipe Calderon di ripensare la sua strategia di lotta ai cartelli della droga. La guerra al narcotraffico, portata avanti anche grazie agli ingenti aiuti statunitensi, ha infatti gettato il paese nel caos e ha mietuto in quattro anni e mezzo più di 34 mila vittime. La strategia di scontro frontale voluta da Calderon sembra oggi sostenuta dal solo presidente, mentre la popolazione civile, esausta del clima da “Far West” in cui è costretta a vivere, chiede l’adozione di misure alternative e più efficaci per contrastare la criminalità, focalizzate sulla sicurezza dei cittadini e sulla lotta alla corruzione e all’impunità.
MARCIA PER LA PACE A CITTA’ DEL MESSICO - Si è conclusa domenica 8 maggio a Città del Messico la così detta “Marcia per la pace, la sicurezza e la giustizia”, una imponente manifestazione che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini messicani. Obiettivo della protesta era la così detta “guerra al narcotraffico”: la sanguinosa strategia voluta dal presidente Felipe Calderon per contrastare i cartelli della droga che ha provocato, negli ultimi quattro anni, più di 34 mila vittime. Domenica la folla si è riversata nella centralissima piazza della Costituzione, conosciuta come “el Zocalo”, al grido di: “basta sangue!”, agitando cartelli contro la corruzione dilagante e l’impunità, tingendo le fontane della città con vernice rossa e mostrando foto delle vittime di quella che è ormai, anche nei fatti e non solo nella terminologia, una vera e propria guerra. Le forze di polizia hanno parlato di un’affluenza di circa 90 mila persone. Per gli organizzatori, invece, avrebbero preso parte all’evento almeno 180 mila cittadini appartenenti ad ogni estrazione sociale. Le manifestazioni per protestare contro la violenza dilagante sono sempre più frequenti e quella di piazza “el Zocalo”, in particolare, ha occupato le prime pagine dei giornali, monopolizzando l’attenzione dei media messicani. È questo un segno che le violenze e i massacri legati al narcotraffico hanno raggiunto un livello ormai intollerabile presso la popolazione civile e che il clima di terrore in cui versa il paese non può più essere sopportato.
JAVIER SICILIA E LE RICHIESTE DEI MANIFESTANTI - La marcia era partita quattro giorni prima da Cuernavaca, cittadina a 90 chilometri della capitale. Qui circa 500 manifestanti hanno iniziato a marciare in silenzio, guidati dal noto poeta e giornalista messicano Javier Sicilia, organizzatore della protesta. Il figlio ventiquattrenne di Sicilia, Juan, era stato rapito all’uscita di un bar di Cuernavaca e ucciso assieme ad altre sei persone, a marzo, da uomini appartenenti ai cartelli. Da allora Javier si oppone alla strategia scelta nel 2006 dal governo per contrastare il narcotraffico, definendola un vero e proprio fallimento. A detta di Sicilia e dei manifestanti, infatti, la linea dura voluta dal presidente Calderon non ha smantellato i cartelli e ha causato un’enorme quantità di vittime innocenti. Sicilia ha dichiarato domenica che “L’esercito deve tornare nelle caserme”. I manifestanti pretendono le dimissioni di Genaro Garcia Luna, ministro della sicurezza pubblica accusato di corruzione. Chiedono inoltre al governo di firmare il “Patto Nazionale per la Pace”. Il patto prevede la fine della “guerra contro il narcotraffico”, il ritiro degli oltre 70 mila soldati schierati nelle zone calde del paese, l’adozione di misure alternative e più efficaci per contrastare la criminalità, focalizzate sulla sicurezza dei cittadini e sulla lotta alla corruzione e all’impunità.
LA GUERRA CONTRO IL NARCOTRAFFICO - Subito dopo il successo elettorale del 2006, il neo-presidente messicano Felipe Calderon aveva dato il via ad una massiccia operazione di contrasto al narcotraffico: una battaglia definita “epocale” contro i cartelli della droga. Vennero schierati 70.000 soldati utilizzati in funzione di polizia e varate leggi che attribuivano maggiori poteri e libertà alle forze dell’ordine e agli inquirenti. Venne inoltre firmato un accordo con gli Stati Uniti: la così detta “Initiativa Merida”, con cui il governo di Washington si impegnava ad aiutare il Messico nelle operazioni di contrasto al narcotraffico inviando aiuti per 1.5 miliardi di dollari. Dal marzo di quest’anno, inoltre, gli Stati Uniti hanno fornito droni simili a quelli impiegati in Afghanistan e Pakistan nella guerra ad Al Quaeda.
ESCALATION DI VIOLENZA - A quattro anni e mezzo di distanza, tuttavia, nonostante gli ingenti investimenti, la strategia di Calderon non sembra aver dato i risultati sperati e viene aspramente criticata da buona parte della popolazione. I cartelli della droga, destabilizzati e decapitati dei loro vertici, hanno iniziato a frammentarsi dando inizio ad una guerra intestina per il controllo del traffico di droga che ha portato ad una drammatica escalation delle violenze. Le stime parlano di 35 mila vittime in quattro anni. Calderon sostiene che si tratti per lo più di narcotrafficanti e membri di cartelli rivali che si uccidono gli uni con gli altri, ma è innegabile che in questa guerra rimangono coinvolti sempre più civili innocenti. Scontri a fuoco che si verificano in pieno giorno, stragi che insanguinano i centri cittadini, rinvenimento di fosse comuni e cadaveri decapitati non fanno più notizia. Un vero e proprio “Far West” che costringe il popolo messicano a vivere in un clima di paura diffusa. Per contro, la guerra del presidente ha portato ad un numero di arresti che sembra troppo esiguo, soprattutto se raffrontato con l’enorme numero di delitti che resta impunito. Le forze dell’ordine devono poi fare i conti con il fenomeno della corruzione dilagante: sempre più poliziotti e agenti fanno il doppio gioco, attratti dalla facile lusinga del denaro, ma anche per evitare di essere giustiziati dai killer al soldo dei cartelli. Le associazioni per la tutela dei diritti umani criticano inoltre i metodi usati dell’esercito: sono stati denunciati numerosi casi di torture e vere e proprie esecuzioni.
FOSSE COMUNI A DURANGO E TAMAULIPAS - Nei mesi precedenti vi erano già state sporadiche proteste nelle strade delle città messicane e diversi oppositori avevano iniziato a definire fallimentare la strategia di Calderon. Ad evidenziare la disillusione dei cittadini i sondaggi: sempre di più erano gli intervistati convinti che fossero i cartelli, e non l’esercito, a vincere la guerra. Sempre secondo i sondaggi, a febbraio, i cittadini messicani individuavano nella sicurezza pubblica il peggior problema del paese, per la prima volta peggiore anche delle difficoltà economiche. Ma il malcontento è esploso ad aprile, quando la polizia ha rinvenuto circa 200 corpi in una fossa comune a nord del Paese, nello stato di Tamaulipas. Altri 200 corpi sono stati rinvenuti pochi giorni dopo anche nello stato di Durango. Si tratta di vittime dei “narcos”, tra di loro anche cittadini che cercavano di attraversare il confine con gli Stati Uniti, di cui si erano perse le tracce dopo che gli autobus su cui viaggiavano erano stati sequestrati dai narcotrafficanti.
LA RISPOSTA DI CALDERON- Calderon, in vista delle elezioni presidenziali del 2012, si è posto sulla difensiva. Egli ha chiesto il sostegno e la comprensione della società nella difficile lotta ai narcotrafficanti e ha accusato i detrattori di essere pilotati politicamente e di avere secondi fini illeciti. Ha poi dichiarato che sarebbe irresponsabile abbandonare l’impronta militare data alla sua strategia, che ha permesso sabato l’arresto di Martin Beltran Coronel, detto «l'Aquila», capo del potente e violento cartello di Sinaloa. Il presidente si è comunque detto disponibile ad incontrare i manifestanti di piazza “El Zocalo” per spiegare loro la bontà della sua strategia. Il divario tra la popolazione ormai esausta e l’amministrazione conservatrice appare tuttavia troppo profondo e sembra esigere un ripensamento della strategia di lotta al narcotraffico, in modo da rispondere alle esigenze di pace e sicurezza della società civile messicana.