
Mentre il Medio Oriente è attraversato da ondate liberali e democratizzanti, il regime degli Ayatollah si trova ad assistere allo scontro istituzionale tra il leader supremo Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Lo scontro, esploso con il licenziamento del ministro dell’intelligence Heydar Moslehi, è culminato lo scorso sabato con l’arresto per stregoneria di 25 stretti collaboratori del presidente. Tra loro vi sarebbe anche Esfandiar Rahim Mashaeim, delfino del presidente e suo successore designato. La sfida di Ahmadinejad all’Ayatollah Khamenei potrebbe avere serie ripercussioni sul futuro politico del presidente iraniano in vista delle elezioni del prossimo anno.
IL MEDIO ORIENTE IN FERMENTO - In questi giorni gli occhi del mondo sono rivolti al Medio Oriente. L’attenzione della comunità internazionale è concentrata innanzitutto sul Pakistan, dove si è conclusa la decennale caccia allo “sceicco del terrore” Osama Bin Laden. Altro catalizzatore mediatico è la Libia. Qui l’intervento militare si sta rivelando banco di prova per la tenuta dell’Alleanza Atlantica e tema spinoso per molti governi dei paesi coinvolti nell’azione militare. Grande interesse hanno suscitato anche gli avvenimenti in Tunisia, Egitto, Bahrain, Yemen e Siria. Questi paesi sono stati scossi dai moti della primavera araba con le sue istanze liberali. I paesi occidentali hanno salutato positivamente i fermenti e le riforme in atto, ma seguono attentamente la situazione temendo che il crollo dei regimi autoritari con cui avevano fino ad ora stretto accordi possa di fatto aprire un vaso di Pandora che, invece di portare pace e prosperità nell’area nordafricana, destabilizzi i già delicati equilibri nella regione.
IL REGIME DEGLI AYATOLLAH - Sulle prime pagine dei giornali sembra tuttavia esserci un grande assente: l’Iran di Mahmud Ahmadinejad. Il paese era stato protagonista di violente manifestazioni anti regime ben prima che dalla Tunisia la protesta si estendesse a buona parte del nord Africa. Già dal 2009, infatti, si erano verificati sanguinosi scontri tra coloro che denunciavano i brogli nelle elezioni presidenziali di giugno e si opponevano alla rielezione del presidente Ahmadinejād e coloro che sostenevano il candidato conservatore. Queste manifestazioni sono state ripetutamente stroncate da violente repressioni: numerosi sono stati i morti e altrettanti gli oppositori appartenenti al così detto “Movimento Verde” la cui sorte resta sconosciuta. Anche i leader dell’opposizione, Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi, sono stati costretti agli arresti domiciliari. La condanna della comunità internazionale, tuttavia, non ha interessato solo le presunte irregolarità nelle elezioni del giugno 2009 e la violenta repressione contro gli oppositori del regime: il paese è infatti soggetto a sanzioni a causa del suo programma nucleare, avviato in violazione al Trattato di non Proliferazione e motivo di preoccupazione per il mondo intero. Attualmente l’attenzione mondiale sembra indirizzarsi altrove. Tuttavia, proprio oggi, Ahmadinejād si trova ad affrontare il momento più critico della sua presidenza.
LA DUPLICE IDENTITA’ IRANIANA - In questi giorni in Iran si dibatte circa l’attenzione che la Repubblica Islamica dovrebbe dare al suo passato Persiano e pre-islamico. La risposta data dal presidente Ahmadinejad, come osserva Abbas Milani nel suo articolo “Is Ahmadinejad Islamic Enough for Iran?”, rischia di aggravare la crisi all’interno del regime e di sancire la fine della sua presidenza. Da decenni la questione della duplice identità dell’Iran è ampiamente dibattuta: da un lato c’è il passato Zoroastriano e Manicheo del paese: l’identità persiana che distingue l’Iran da tutti gli altri stati arabi confinanti. Dall’altro l’identità islamica nella sua derivazione sciita, con i suoi concetti messianici e di ottimismo millenario, che secondo alcuni esperti incarna essa stessa l’eredità culturale preislamica del paese. Non vi è mai stato un consenso diffuso circa quale dei due aspetti andasse privilegiato. La capacità di destreggiarsi tra le due spinte identitarie è sempre stata quindi un requisito fondamentale per qualsiasi leader iraniano. Gli scià della dinastia Pahlavi, per esempio, cercando di limitare il ruolo dell’Islam nella società, accentuarono l’importanza della tradizione preislamica. Essi celebrarono, nel 1971, i 2.500 anni della monarchia persiana, della cui eredità si consideravano depositari, e sostituirono il calendario islamico con un calendario imperiale. Quando l'ayatollah Khomeini instaurò la repubblica islamica nel 1979, si cercò, al contrario, di nascondere il passato persiano e di enfatizzare la componente islamica. Ahmadinejad, in opposizione alla guida religiosa suprema, ha invece celebrato la grandezza iraniana pre-islamica, facendo del nazionalismo persiano un pilastro del suo governo e sucitando per questo le ire del clero conservatore. La questione può sembrare di scarsa rilevanza, ma è indicativa del livello che ha ormai raggiunto lo scontro tra il leader supremo, l’Ayatollah Khamenei, e il presidente iraniano.
AHMADINEJAD CONTRO KHAMENEI - La spaccatura all’interno dei vertici del regime islamico avviene in uno dei momenti più difficili per Ahmadinejad. I leader del movimento verde continuano ad essere agli arresti domiciliari, ma non mostrano segni di compromesso. Vi è inoltre il timore che le proteste dei riformisti possano riaccendersi sulla scia di quanto sta accadendo in Siria e negli altri paesi arabi. Tutti gli indicatori, inoltre, sembrano confermare che la già difficile situazione economica del paese non potrà che peggiorare e molti puntano il dito sul programma nucleare condotto dal presidente iraniano. La crisi tra Ahmadinejad e Khamenei ha raggiunto il suo apice il 17 aprile, quando il presidente iraniano ha licenziato il ministro dell’intelligence Heydar Moslehi, uomo vicinissimo all’Ayatollah, appartenente alla linea ultraconservatrice del regime che si oppone sempre più spesso ad Ahmadinejad e secondo membro del clero costretto ad abbandonare l’incarico di ministro dell’intelligence negli ultimi due anni. Poche settimane prima Ahmadinejad aveva già licenziato il ministro degli esteri, anch’egli fedelissimo di Khamenei. Questa volta però la guida suprema ha sconfessato pubblicamente l’operato del presidente, scavalcandolo e scrivendo a Moslehi per riaffidargli l’incarico. Ahmadinejad si è opposto alla decisione dell’Ayatollah ritirandosi in disparte per più di una settimana, boicottando due Consigli dei Ministri, a cui Moslehi era invece presente, e annullando ogni uscita pubblica. Nel mentre dodici parlamentari hanno firmato una richiesta di impeachment per il presidente iraniano a causa di presunte violazioni della legge. Soltanto il primo maggio Ahmadinejad è tornato al lavoro, chiudendo una crisi di governo durata dieci giorni.
TENSIONI CRESCENTI - Ma quale gioco si sta giocando ai vertici del regime? Gli analisti inquadrano il confronto tra l’Ayatollah e Ahmadinejad nella prospettiva delle prossime elezioni politiche nel marzo 2012 in cui il clan presidenziale sembra voler presentare propri candidati in opposizione a quelli della maggioranza conservatrice attuale. Sempre in previsione di queste, il presidente iraniano sembra poi voler prendere le distanze da Khamenei e dal clero. Il confronto sembra tuttavia aver raggiunto i livelli di un vero e proprio scontro aperto: è di poche ore fa la notizia che venticinque stretti collaboratori di Ahmadinejad sono stati arrestati negli scorsi giorni con l’accusa di stregoneria. Tra essi vi sarebbe anche Esfandiar Rahim Mashaei, capo del gabinetto presidenziale e delfino di Ahmadinejad. Khamenei, che si trova ad affrontare le ondate di democratizzazione nel resto della regione, sembra prepararsi al sacrificio del presidente iraniano incolpandolo delle difficoltà finanziarie e della crisi economica di un paese che registra tassi di inflazione del 25% e una disoccupazione al 30%.
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