
Dopo la cacciata di Mubarak per l'Egitto si prepara una nuova stagione, che non sembra però promettente per tutte le componenti sociali e religiose che convivono sulle sponde del Nilo. A fare le spese di questo nuovo corso potrebbero essere i cristiani copti, seconda etnia del paese, che rischiano di ritrovarsi a vivere in uno stato confessionale di matrice islamica
I riflettori su Piazza Tahrir, teatro principale della rivolta che ha portato alla fine del regime di Hosni Mubarak, durato 31 anni, si sono spenti e, così pare, anche le speranze di una “primavera egiziana”. Al referendum del 19 marzo per una modifica della Costituzione, ha trionfato il “sì”, con il 77% delle preferenze. Un “sì” voluto dai Fratelli Musulmani e, ironicamente, pure da quei militari del Partito Nazionale Democratico (PND) dell’ex raìs, rimasti al potere nel “nuovo” Egitto ed ora alleati degli estremisti. In apparenza si tratta di un’apertura alla democrazia, poiché limita il potere del Presidente, ne riduce la durata del mandato, e introduce l’obbligo di nominare un vice entro sessanta giorni dall’elezione. Però non viene toccato l’art. 2 della Costituzione, che sancisce il primato della sha’ria, la legge islamica. Inoltre sono praticamente esclusi dalla vita politica del Paese le donne, chi ha la doppia nazionalità (come Amr Moussa, Presidente della Lega Araba e Muhammad Al-Baradei, direttore dell’AIEA e Premio Nobel per la Pace 2005), preso addirittura a sassate ai seggi e le minoranze religiose. Una situazione “grave”, dice Malak Mankarious, docente di musica in Egitto e membro della comunità copta ortodossa milanese. “Incandescente” è invece definita da Sherif Azer, responsabile della comunità cristiano-ortodossa egiziana di Torino e dei rapporti fra le diverse confessioni copte.
I COPTI NEL DOPO-MUBARAK - “Dopo la cacciata di Mubarak”, osserva Mankarious, “la discriminazione è aumentata. Tutti sappiamo che ogni giorno vengono per esempio rapite donne cristiane che spariscono nel nulla, ma per prudenza non se ne parla. Le violenze sui cristiani sono del resto all’ordine del giorno”, fa presente ed “anche le gerarchie ecclesiastiche tengono il profilo basso. Le nostre guide debbono stare infatti molto attente a ciò che dicono. E così finisce che sul destino dei copti cali un velo di silenzio, che in alcuni casi è pura indifferenza. Nessuno sa più cosa succede loro quotidianamente, nessuno ne parla, sembra persino che il problema non esista. E invece c’è, ed è grave, sempre più grave”. Anche perché “spesso la polizia è complice delle violenze sui copti, o comunque lascia fare, non interviene. Nel complesso scenario dell’Egitto di oggi, con tutte le questioni spinose ancora aperte che ci sono, nessuno ha voglia di scoperchiare pure il caso copto. E così noi ci rimettiamo sempre. Il secondo articolo della Costituzione ora vigente stabilisce che è il Corano la fonte della legge. Insomma, la riforma costituzionale prima approvata dal Parlamento e poi sancita con il 77% dei suffragi nel referendum del 26 marzo, vinto grazie all’impegno della Fratellanza Musulmana e del PND, stabilisce la shari'a, e questo per i copti è la fine. Tra i cristiani si stanno così profilando due posizioni, entrambe trasversali sia agli ortodossi sia ai cattolici. C’è chi propende per cercare di ritagliare una enclave giuridica cristiana dentro il dominio generalizzato della shar’ia, in modo da cercare di salvare il salvabile, e chi invece giudica questo escamotage impossibile e quindi chiede il superamento totale della legge coranica operando per uno Stato laico”. Malak Mankarious conclude la sua intervista con un accorato appello a Benedetto XVI: Non ci lasci soli. Alzi la voce …”.
TRE MONDI - Il quadro fatto da Sherif Azer è ancora più cupo e rivela il timore di un golpe militare. Poiché “Nel Paese convivono «tre mondi». Ci sono i militari al potere, c’è una grande massa di popolo che vive in modi piuttosto articolati la propria identità musulmana e poi c’è la minaccia salafita, ovvero l’idea di un rinnovato «purismo» islamico che tende a tracimare nello jihadismo. Sono diverse le anime pericolose dell’islamismo, ma a differenza di altre la componente salafita è operativa. Quindi è quella ora più pericolosa. Per tutti, militari compresi. Ora, i militari dovrebbero guidare la transizione fino alle elezioni di settembre per poi passare il governo ai civili. A parte il fatto che in settembre potrebbero vincere le elezioni partiti legati alla Fratellanza Musulmana, sta di fatto che in questo momento i militari cercano di stemperare ogni possibile diverbio con il mondo islamico per cercare di non innescare contenziosi ancora più grandi. L’incognita salafita potrebbe però fare la vera differenza, e spingere adesso o al momento delle elezioni, qualora il Paese dovesse prendere una strana piega, al colpo di mano. In mezzo ci sono sempre i copti, che vivono fra incudine e martello”. Si tratta della “più grande minoranza cristiana nel Medio Oriente benché nessuno sappia quanti siano esattamente”, dice don Augusto Negri, islamologo, docente alla Facoltà Teologica di Torino, presidente del Centro Federico Peirone, che da anni si occupa di monitorare la questione islamica, i problemi dell’immigrazione e la situazione dei cristiani in Medioriente e in Nordafrica. A grandi linee “si va - scrive don Negri - dal 6% fino al 12% dei circa 83 milioni di egiziani”. Sappiamo inoltre che “il numero dei cristiani del Medioriente è in costante diminuzione” e fra loro sono molti soprattutto “i copti che emigrano nei Paesi occidentali”.