In un primo momento le guerre asimmetriche in cui l’occidente si è trovato coinvolto sono state definite come “Small Wars” (letteralmente “piccole guerre”). Il nome suggerisce un approccio di tipo tradizionale: i conflitti asimmetrici venivano affrontati come normali conflitti convenzionali, soltanto in scala più piccola contro un nemico di dimensioni inferiori.
In realtà, come abbiamo visto, queste guerre celano una natura profondamente diversa da quella dei conflitti tradizionali e convenzionali. In primo luogo il nemico non è più costituito da forze armate regolari, disciplinate e organizzate in una struttura verticale e gerarchica. Ci si trova piuttosto ad affrontare gruppi terroristici, guerriglieri o insorti, organizzati in strutture a rete con comando decentrato e orizzontale. Contro queste forze irregolari, le tattiche e le strategie tradizionali, risolutive contro avversari tradizionali, si sono rivelate inefficaci. In secondo luogo nelle “Small Wars” vi è una sostanziale differenza fra le risorse economiche e militari dei due contendenti. Ma proprio a causa di questa netta disparità di forze la superiorità convenzionale occidentale rischia di risultare inutile. Le forze irregolari, infatti, rifiutano di combattere frontalmente e in maniera convenzionale contro l’esercito nemico. Come accade in Afghanistan e in Iraq, esse preferiscono adottare una strategia militare non convenzionale, affidandosi a tattiche di guerriglia e ad azioni di terrorismo e sabotaggio, compiendo attacchi mirati, sfruttando la sorpresa e ritirandosi subito dopo, per cercare di compensare le proprie carenze qualitative e quantitative. Il loro scopo non è quello di riportare vittorie schiaccianti nelle battaglie, bensì di logorare il fronte interno dell’avversario. Nelle “Small Wars” vengono a mancare la linea di fronte, delle trincee stabili e linee fisse, quei punti di riferimento cari ai concetti strategici classici dell’occidente: il nemico può essere dappertutto e, come avviene in molti scenari attuali, anche confondersi con la popolazione civile. Un altro elemento che deve essere considerato è che la posta in gioco per i nostri avversari è di gran lunga maggiore: mentre per gli Stati Uniti si tratta di un impegno in una guerra lontana che non tocca gli interessi vitali della propria nazione, per i guerriglieri afghani e iracheni si tratta di sopravvivenza e di difesa del proprio territorio. Questa differenza si tramuta, inevitabilmente, in una diversa “determinazione” e volontà delle forze in campo.
DALLE SMALL WARS ALLE THREE BLOCK WARS - Con il passare del tempo gli analisti militari hanno recepito le peculiarità di questi conflitti e il concetto di “Small Wars” è stato sostituito da quello di “Three Block Wars”. Questo termine, utilizzato per la prima volta negli anni novanta dal generale dei marines Charles Krulak, pone l’attenzione sull’ampio e complesso spettro di compiti e sfide che i soldati si trovano ad affrontare nelle moderne guerre asimmetriche. In questi conflitti l’ambiente operativo cambia e si sviluppa in modo estremamente rapido. In particolare tre dimensioni vengono a convivere simultaneamente. Una volta sul campo ai soldati non spetta più il solo compito di condurre vere e proprie operazioni militari. Essi si trovano a svolgere anche operazioni di peacekeeping e a prestare attività di soccorso e assistenza umanitaria. Essi devono essere in grado di passare dall’una all’altra dimensione in modo rapido ed estremamente reattivo. Cadono i confini che separano le operazioni belliche dalle missioni di peacekeeping e dalle attività di assistenza umanitaria. Le tre dimensioni diventano sempre più interconnesse e i soldati devono essere in grado di gestirle simultaneamente. Trattandosi di conflitti dalla natura estremamente complessa, in cui gli scenari operativi cambiano e si sviluppano velocemente, è necessario che le singole unità siano altamente addestrate, in grado di agire in modo indipendente e di decidere autonomamente. I soldati devono essere preparati, reattivi, capaci di operare contemporaneamente in tutti e tre gli ambiti: assistenza umanitaria, attività di peacekeeping e warfighting tradizionale. I comandanti dei singoli battaglioni devono saper prendere decisioni importanti in modo autonomo sostenendo le sempre maggiori pressioni e responsabilità che gravano sui livelli inferiori della catena di comando: sempre più il successo di un’operazione dipende dalle scelte fatte dai comandanti delle singole unità, dalle azioni compiute dai livelli operativi e decisionali inferiori.
IL QUARTO BLOCCO - A queste tre dimensioni, man mano che l’analisi è andata evolvendosi e gli scenari operativi sono divenuti più complessi, è stata aggiunta una quarta sfera: quella del veicolamento dell'informazione verso la popolazione locale. Si è così sviluppato il concetto di “ Four Block War”. Le nuove guerre sono infatti sempre più guerre di idee, in cui alla propaganda del nemico occorre rispondere con la conoscenza della popolazione coinvolta nel conflitto. Diventa centrale la capacità di comunicare con i civili coinvolti, informandoli circa le ragioni dell’intervento e la sua necessità, ascoltandone i bisogni e le preoccupazioni per evitare che appoggino il nemico. Questo presuppone un ulteriore addestramento ad-hoc, linguistico e culturale, prima del dispiegamento sul campo. Si tratta tuttavia di investimenti necessari se si vuole conquistare “i cuori e le menti” e ottenere una vittoria piena e duratura.
LE GUERRE DEL NUOVO MILLENNIO - Per quanto riguarda l’evoluzione futura dei conflitti asimmetrici, nel nuovo millennio il fenomeno bellico sembra sempre più destinato a sfuggire alle classificazioni chiare e nette, agli idealtipi fino a questo momento utilizzati per cercare di descriverlo. Se già le Three Block Wars vedevano il mescolarsi di diversi aspetti simultaneamente, fino a comprendere un quarto blocco incentrato sull’informazione e la conoscenza, le guerre asimmetriche del futuro esuleranno dalle categorie e dai modelli concettuali tradizionali: vi saranno sempre meno guerre convenzionali, nucleari, non convenzionali o irregolari e sempre più un mix di tutti questi elementi in un solo conflitto. Diversi tipi di tattiche e strategie finiranno per convivere, mischiarsi e confondersi in tutti i livelli delle operazioni. In questo nuovo tipo di guerre, definite “Hybrid Wars”, l’avversario risulterà costituito sia da forze statali regolari sia da elementi irregolari. Esso sarà in grado di utilizzare le tattiche e le strategie della guerra convenzionale e, dove necessario, di ricorrere agli strumenti della guerra non convenzionale. Modulerà l’azione in base alle esigenze di teatro e potrà passare dallo scontro diretto alle tattiche indirette della guerriglia e del terrorismo. Accompagnerà azioni di sostegno e di supporto alla popolazione ad attività di contrabbando, criminali e illecite per destabilizzare i governi o finanziare le operazioni. Al limite saprà fare affidamento su una sapiente azione diplomatica per cercare di accreditarsi come interlocutore credibile presso la comunità internazionale e ottenerne il sostegno. Oggi gli attori non statali sono entrati in possesso di sistemi d’arma un tempo appannaggio dei soli stati nazionali, mentre questi ultimi non disdegneranno di fare sempre maggior ricorso a strategie non convenzionali. I confini tra guerre regolari e irregolari stanno divenendo sempre più sottili.
LA GUERRA IBRIDA DI HEZBOLLAH - Un esempio di guerra ibrida che combina tattiche non convenzionali e convenzionali è stata quella combattuta nel 2006 dalle cellule di Hezbollah nel sud del Libano. Il “Partito di Dio” affiancava ad un movimento politico ben radicato nel territorio delle unità combattenti ben addestrate, equipaggiate con armi sofisticate, degne di un attore statale o regolare: missili anticarro, missili a medio raggio con sistemi di guida, sistemi di visione notturna, postazioni difensive estremamente complesse e resistenti e sistemi di intelligence con un buon grado di sofisticazione. Hezbollah ha impiegato tattiche straordinariamente adattive e flessibili e si è dimostrato in grado di passare in poco tempo da attacchi di tipo convenzionale ai metodi della guerriglia tipici delle guerre irregolari. Un sistema di comando decentralizzato con struttura a rete conferiva alle cellule una straordinaria capacità di portare a compimento specifiche missioni in modo rapido e, se isolate, di operare indipendentemente.
UNA VITTORIA DIFFICILE, MA NON IMPOSSIBILE - Risulta quindi evidente che gli schemi decisionali e i concetti strategici validi nel caso di conflitti convenzionali tradizionali contro avversari regolari, simili a noi per forza e “attaccamento” agli obbiettivi, non sono applicabili nelle guerre asimmetriche. Occorre tenere ben presenti le specificità fino a questo punto illustrate, analizzare le mosse di un nemico profondamente diverso, conoscerlo e comprenderne le asimmetrie per riuscire ad agire “prima e bene”, così da riappropriarsi della capacità di iniziativa. Per conseguire gli obbiettivi di lungo periodo che ci si propone, occorre prima di tutto capire che, in questo tipo di guerre, diversi elementi finiscono sempre più per convivere e che la vittoria sul campo di battaglia non sempre si traduce in una vittoria politica. Il conflitto si estende, si ibrida e diventa sempre meno imbrigliabile nelle definizioni e nei concetti strategici classici, le tattiche tradizionali sono sempre meno risolutive. Il momento dello scontro, ormai, non è più importante di quello della pacificazione e della ricostruzione postbellica. Queste differenze e queste peculiarità che distinguono i nuovi conflitti rispetto alle guerre del passato dovranno essere ben comprese dagli analisti militari. E’ questa una condizione necessaria se si vuole tornare alla vittoria, una vittoria completa ed effettiva, anche nelle guerre asimmetriche del nuovo millennio.