USA in festa, Bin Laden è morto

Mercoledì 04 Maggio 2011 13:34 Matteo Mezzalira World - Politica
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OSAMA TIMEDopo quasi dieci anni dall’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York, l’America ottiene giustizia. O più verosimilmente, la sua vendetta. L’uccisione di Osama bin Laden è un risultato epocale nella guerra contro il terrorismo internazionale, anche se si tratta di un evento più simbolico che strategico. Le conseguenze concrete, semmai, vanno viste sotto una luce negativa: la scomparsa del capo carismatico indurrà al-Qaeda a condurre azioni di rappresaglia nei confronti dell’Occidente. Il livello d’allerta, quindi, resta elevatissimo.


Diffusa la notizia, le reazioni da ogni angolo del globo non si sono fatte attendere. Manifestazioni di giubilo a Washington e a New York dove naturalmente la folla ha celebrato l’evento nel ricordo delle 3000 vittime dell’11 settembre. Sia in Europa che nel mondo arabo, i capi di Stato e di governo plaudono all’operazione americana. Per l’America e i suoi alleati, dunque, la guerra al terrorismo internazionale continua, mentre si delinea una crisi aperta tra gli Stati Uniti ed il Pakistan, a causa di, più che probabili, appoggi e coperture al terrorista da parte di elementi dei servizi segreti pakistani, legati all’ideologia jihadista.

L’ANNUNCIO - “Tonight, I can report to the American people and to the world, that the United States has conducted an operation that killed Osama bin Laden, the leader of al-Qaeda”. L’annuncio della morte del capo di al-Qaeda è stato rilasciato dal Presidente degli Stati Uniti in persona, durante la notte tra il 1 e il 2 maggio, alle 5 ora italiana. Lo sceicco del terrore, Osama bin Laden, è stato ucciso nella sua abitazione di Abbottabad, nel nord del Pakistan, a soli 70 kilometri dalla capitale Islamabad, al termine di un blitz condotto dalle forze speciali americane. Lo scontro a fuoco ha causato anche la morte di altre quattro persone, tra cui uno dei suoi figli, ed ha portato alla cattura di dodici suoi collaboratori. L’analisi del DNA ha confermato che si tratta di Osama bin Laden. Il corpo è poi stato trasportato sulla portaerei Carl Vinson e, in seguito ad un funerale durato 40 minuti, è stato sepolto in mare, al largo delle coste dell’Oman. Le forze pachistane sono state lasciate all’oscuro dell’operazione e sono state informate soltanto a cose fatte. Rapidamente la notizia ha fatto il giro del mondo e ha sorpreso positivamente tutta la comunità internazionale.

RICERCATO DAL ’97 - Al contrario di ciò che può sembrare, bin Laden è ricercato dall’FBI da molti anni, almeno dal 1997, ben prima dell’attentato alle Twin Towers. Nato nel 1957 a Riyad, in Arabia Saudita, dall’imprenditore di origine yemenita Muhammad bin Laden (fondatore della Saudi Bin Ladin Group, azienda attiva nel settore delle costruzioni) e dalla siriana Hamida al-Attas, sua decima moglie, Osama bin Laden è stato il diciassettesimo di cinquantadue fratelli e fratellastri. In virtù degli ottimi rapporti con la casa reale saudita, la sua era considerata la famiglia non reale più ricca del regno. Cresciuto nell'insegnamento della cultura e della religione musulmana fedele alla Sharia, Osama si avvicina progressivamente ai precetti della corrente islamica wahabita, che predica un ritorno alla purezza della religione delle origini e un ripudio di tutte le innovazioni apportate dallo svolgersi del tempo. Nel 1979 si laurea in Economia all’università di Jedda, in vista di un suo inserimento nell’azienda paterna. Il giovane Osama, però, compie una scelta di vita trasferendosi in Afghanistan, dove nel 1984 organizza un fronte armato, chiamato Maktab al-Khidamat (MAK), con il compito di convogliare denaro, armi e combattenti per la guerra contro il governo filo-sovietico. Nel 1988 lascia il MAK per fondare al-Qaeda (“La Base”). Nel 1991 si dichiara a favore dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, e in quest’ottica offre il suo supporto al governo saudita, che tuttavia condanna l’azione del Rais iracheno. In seguito a tale rifiuto, rompe i rapporti con la casa reale araba, la quale gli revoca la cittadinanza. Rifugiatosi in Sudan, riesce nell’intento di farsi riconoscere leader dai vari movimenti integralisti. Nel 1996 viene riaccolto trionfalmente in Afghanistan dai talebani, che nel frattempo erano riusciti a conquistare il potere. Grazie alla sua immensa fortuna, lo sceicco è in grado di finanziare numerosi atti terroristici diretti verso le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti. E’ ritenuto responsabile di un attentato ad un albergo nello Yemen nel 1992, in cui morirono alcuni turisti austriaci, dell’esplosione della bomba al World Trade Center di New York nel 1993, di vari attacchi alle ambasciate americane in Arabia Saudita, Kenya e Tanzania tra il 1996 e il 1998. Ma è soltanto dall’attacco dell’11 settembre 2001 che la sua figura diviene internazionalmente nota. Il Presidente George W. Bush dichiara guerra al terrorismo di matrice islamica e la caccia all’uomo comincia. Sul luogo del crollo delle Torri Gemelle giura: “lo prenderemo, vivo o morto”. Il suo successore, Barack Obama, ha mantenuto la promessa: “Justice has been done”.

IL BLITZ - L’operazione, conclusasi con successo, è stata estremamente difficile e rischiosa. Dopo anni di ricerche infruttuose, solamente ad agosto scorso i servizi segreti americani vengono a conoscenza del luogo del rifugio dell’uomo più ricercato del pianeta: Abbottabad, a qualche decina di chilometri dalla capitale del Pakistan, Islamabad. Non sorprende il fatto che il principe del terrore sia nascosto in Pakistan: tutti i più importanti esponenti di al-Qaeda sono stati catturati in quel Paese. Pedinando un corriere, la CIA riesce ad individuare il covo preciso in cui alloggia il terrorista, un compound difeso da una recinzione e da una doppia cancellata, costruito nel 2005. Si stima sia costato all’incirca un milione di dollari. A partire dal 14 marzo scorso, il Presidente Obama ha presieduto cinque riunioni sul caso e, accertato che quel fortino è senza ombra di dubbio la residenza di bin Laden, venerdì 29 aprile autorizza il blitz. Gli americani scelgono di tenere all’oscuro i pachistani. La missione viene affidata al corpo dei Navy SEALS, una forza speciale della Marina che si ispira ai COM.SUB.IN. della nostra Marina Militare, considerati gli incursori migliori del mondo. Grazie al lavoro compiuto dai satelliti spia, i SEALS ricostruiscono una copia dell’edificio sotto sorveglianza e si esercitano per l’assalto. Domenica notte ora locale, l’operazione prende definitivamente il via. A seguire in diretta video il blitz, il Presidente degli Stati Uniti, il Direttore della CIA Leon Panetta e il generale McRaven, responsabile delle forze in Afghanistan. Quattro elicotteri MH 60, decollati dalla base afghana di Jalalabad, entrano nello spazio aereo pachistano, senza essere individuati dai radar. A bordo ci sono 14 SEALS e varie unità d’appoggio della CIA. Un’avaria tecnica costringe uno degli elicotteri ad un atterraggio di emergenza e in seguito verrà distrutto dagli stessi americani per impedire che possa finire in mano nemica. L’incidente potrebbe compromettere l’intera operazione, ma i militari vanno avanti. Si aprono un varco nelle fortificazioni a suon di granate e di mitra. I residenti rispondono al fuoco con i kalashnikov. All’interno dell’edificio, Osama e i suoi, attaccati di sorpresa, si difendono come possono, ma periscono durante la sparatoria, durata in tutto quindici minuti. All’interno dell’edificio viene ritrovato un “tesoro”: un personal computer, CD, DVD e altri supporti elettronici, atti ad istruire e mantenere i contatti con le cellule affiliate. Il corpo del leader di al-Qaeda viene recuperato e trasportato a bordo degli elicotteri. I proiettili gli hanno perforato il cranio in più punti. L’esame del DNA conferma che si tratta effettivamente del re del terrore: il patrimonio genetico viene confrontato con quello della sorella, morta anni prima per un tumore al cervello, negli USA. Le congetture diventano certezze: Osama bin Laden è morto.

IL DOPPIO GIOCO DEL PAKISTAN - La ricostruzione appena menzionata è soggetta a dubbi e smentite dell’ultima ora. Si ipotizza che a sparare a bin Laden non siano stati i militari americani, ma una sua stessa guardia del corpo, a cui egli stesso aveva impartito l’ordine per evitare di essere catturato vivo. Che in realtà la CIA sia stata informata del luogo del nascondiglio di Osama da un traditore della “guida” islamica, a causa della grossa taglia che pendeva su di lui. O che forse lo sceicco sia stato vittima di un complotto ai suoi danni, orchestrato da altre personalità dell’organizzazione: superato da nuovi capi operativi, in primo luogo dal collaboratore Ayman al-Zawahiri, bin Laden può essere stato venduto da chi in passato gli aveva offerto protezione. In attesa di ulteriori sviluppi, gli interrogativi restano. Soprattutto nei confronti del Pakistan, un Paese che a parole combatte il terrorismo, ma che nei fatti fa molto poco per contrastarlo. Esiste il più che fondato dubbio che parte dell’ISI, i servizi segreti pachistani, collabori e copra le attività terroristiche di al-Qaeda. Verrebbe così spiegato il fatto che Osama vivesse in tutta tranquillità in un fortino da un milione di dollari in una cittadina alle porte della capitale, conosciuta per le numerosi basi di addestramento militare. Possibile che nessuno si fosse mai chiesto a chi appartenesse una residenza privata così anomala? Evidentemente, lo sceicco poteva contare sulla connivenza e sulla protezione di eminenti personalità militari e civili. E’ per tale ragione che il governo pachistano non è stato informato dell’invasione dello spazio aereo durante l’operazione: il timore era che qualcuno potesse avvertire il principe del terrore.

OBAMA 1, OSAMA 0 - In America la gente si è riversata nelle strade nel cuore della notte per celebrare l’avvenimento, al grido di “USA, USA!”. Centinaia di persone avvolte da bandiere a stelle e strisce, cantando a squarciagola The Star-Spangled Banner (l’inno nazionale), hanno espresso la loro gioia davanti alla Casa Bianca. A Ground Zero, il dolore ha lasciato il posto all’euforia. Una vittoria che forse nessuno attendeva più, dopo una caccia lunga dieci anni ad un uomo che sembrava inafferrabile, divenuto il simbolo del terrorismo. Il nemico numero uno degli Stati Uniti è morto. La festa per la morte di bin Laden acquisisce un senso di rivalsa, di una vera e propria vendetta. Certo, non si può negare che giustizia sia stata fatta, ma l’esultanza in questione riflette una particolarità della cultura americana a noi europei sconosciuta: la minima considerazione riservata al fatto stesso dell’assassinio, dell’omicidio. In numerosi Stati USA la pena di morte è ancora utilizzata, non stupisce quindi che il popolo statunitense, da tempo, chiedesse a gran voce la sua pelle e che nessuno si sia scandalizzato quando è giunta la notizia che l’esercito non lo aveva catturato vivo, bensì lo aveva freddato.

I TALEBANI: VENDICHEREMO IL SUO MARTIRIO - Quasi tutti i leader mondiali hanno accolto favorevolmente la notizia della scomparsa dello sceicco del terrore. David Cameron, Primo Ministro inglese, ha affermato che la morte di Osama “è un grande sollievo per il mondo intero”. Il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha parlato di “evento fondamentale nella lotta contro il terrorismo”. Sulla stessa linea il premier italiano Silvio Berlusconi: “grande risultato nella lotta contro il male”, e quello spagnolo José Luis Zapatero, che giudica l’uccisione di bin Laden un “passo decisivo contro il terrore internazionale” . L’ex Presidente americano George W. Bush ha sentenziato che “gli Stati Uniti hanno inviato un messaggio inconfondibile: non importa quanto tempo ci vorrà, giustizia verrà fatta” e si è in seguito congratulato con Obama. Guido Westerwelle, Ministro degli Esteri tedesco, ha definito Osama “il terrorista più brutale al mondo”. Il Capo di Stato israeliano Benjamin Netanyahu “si associa alla gioia del popolo americano”, mentre Hamid Karzai, il Presidente afghano, ha dichiarato che il terrorista saudita “ha pagato per le sue azioni” e che “i talebani dovrebbero imparare da questa lezione”. Il Vaticano, per bocca del portavoce Federico Lombardi, ha fatto sapere che “di fronte alla morte di un uomo un cristiano non festeggia”, ma ha aggiunto che Osama bin Laden “ha avuto la gravissima responsabilità di diffondere l’odio tra i popoli strumentalizzando la religione” e, per questo, “dovrà rispondere a Dio”. Il Primo Ministro pachistano, Yussuf Raza Gilani, ha ammesso che “il governo pachistano è in una situazione di grave imbarazzo perché la primula rossa del terrorismo internazionale è stato trovato a pochi chilometri da Islamabad”. Da parte sua, la Russia si è detta “pronta ad aumentare la cooperazione” per il futuro. Gli Emirati Arabi sottolineano il “passo positivo” nel combattere la criminalità estremista, mentre L’Autorità Palestinese ha commentato che questo sviluppo “aiuterà il processo di pace”. Le sole voci discordanti sono state rappresentate dalle Brigate al-Aqsa di Gaza e Hamas, che hanno definito l’eliminazione fisica di bin Laden un “assassinio di un santo guerriero”, e dai talebani, che avvertono: “vendicheremo il suo martirio e lanceremo attacchi contro i governi americano e pachistano, nemici dell'Islam”.

CLINTON: LA LOTTA AD AL-QAEDA CONTINUA - “Questo straordinario risultato” afferma il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, “non deve farci dimenticare che la lotta al terrorismo internazionale non finisce con la scomparsa di bin Laden”. Al contrario, come conferma il Direttore generale della CIA Leon Panetta, ora si temono ritorsioni di al-Qaeda, che sta attraversando un periodo di difficoltà. E’ dal 2005, infatti, che non vengono più registrati attentati direttamente riconducibili all’organizzazione. Il leader da anni era isolato, malato, silenzioso all’interno della sua stessa creatura, oramai talmente ramificata da non avere più una guida unica. Inoltre, le recenti rivolte popolari nel mondo arabo non sono state dettate da al-Qaeda, ma dai valori della democrazia occidentale. "Bin Laden e la sua folle ideologia erano stati sconfitti da anni sul piano del loro impatto sull'opinione pubblica islamica popolare". Ne è convinto Adnane Mokrani, teologo musulmano di origine tunisina, docente alla Pontificia Università Gregoriana. "Lo abbiamo constatato soprattutto con le ultime rivoluzioni arabe democratiche e pacifiche, a conferma che i popoli non hanno seguito l'appello violento di Bin Laden, ma una strada totalmente e radicalmente diversa. Questa è stata la vera morte di Bin Laden".

PRESIDENZA OBAMA, SVOLTA DECISIVA - A questo punto, un nuovo scenario si apre per gli Stati Uniti. L’uccisione del nemico numero uno si configura come un vero e proprio salvagente politico per Barack Obama, in calo di consensi ad un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali. Adesso, anche se la battaglia contro il terrorismo prosegue, la ragione principale dell’intervento in Afghanistan è venuta meno. Ciò può offrire una valida giustificazione di un’exit strategy che quasi certamente sarà adottata da Obama nel prossimo futuro. D’altro canto però, i dettagli dell’operazione rischiano di aggravare i rapporti diplomatici con il Pakistan, ormai ampiamente considerato partner non affidabile nello sforzo comune contro gli integralisti. Tutto ciò potrebbe tradursi in un ripiegamento del Paese asiatico verso la Cina che, come il Pakistan, ma per motivazioni diverse, è anch’essa opposta all’altra potenza regionale, l’India. Inoltre, il fatto che il governo di Islamabad possegga la tecnologia atomica non è un fattore rassicurante.

MINORANZE CRISTIANE A RISCHIO - Se la casa madre al-Qaeda appare in difficoltà, i pericoli potrebbero più verosimilmente arrivare dalle cellule affiliate ideologicamente all’organizzazione afghana. Tra le più importanti, ricordiamo la cellula egiziana, quella indonesiana e quella yemenita. Senza contare quelle impiantate sul suolo occidentale. Intanto, l’ambasciata e i consolati americani in Pakistan sono stati chiusi al pubblico “fino a nuovo ordine” per motivi di sicurezza e il Dipartimento di Stato americano ha innalzato il livello di sicurezza nelle località sensibili, sconsigliando ai cittadini americani di frequentare luoghi affollati per “l’imprevedibilità e l’insicurezza dell’attuale situazione”. A farne le spese potrebbero essere subito le piccole comunità cristiane sparse per il mondo arabo. A sostenerlo è il ministro per le Minoranze religiose del governo di Islamabad, Paul Bhatti, secondo cui “la situazione è tesa” e “vi sono forti timori di reazioni, del tutto insensate, contro le minoranze cristiane”.

ALLARME ANCHE IN EUROPA - Di fronte a tutto ciò, l’Europa corre meno rischi rispetto ai colleghi americani. La responsabilità diretta del blitz militare è al 100% degli Stati Uniti e le organizzazioni criminali integraliste dovrebbero concentrarsi su obiettivi situati su suolo statunitense. Nonostante ciò, gli europei non possono dormire sonni tranquilli: c’è sempre la possibilità che qualche fanatico isolato possa “commemorare” il decesso del leader carismatico di al-Qaeda con atti suicidi o dinamitardi. L’innalzamento del grado di allerta e i controlli rafforzati agli aeroporti, nelle metropolitane, basi militari, ambasciate e consolati hanno dunque una chiara ragion d’essere.

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Maggio 2011 12:59

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