
Con la fine dello scontro bipolare sembra allontanarsi lo spettro di un conflitto convenzionale tra grandi potenze. Aumentano invece i conflitti asimmetrici, guerre profondamente diverse da quelle tradizionali in cui un avversario militarmente più debole, forte di una maggior motivazione, utilizza strategie e tattiche non convenzionali per logorare il nemico, vincolato dalle regole di diritto internazionale e dal necessario consenso dell’opinione pubblica. Si tratta di conflitti in cui l’occidente si troverà sempre più coinvolto e che ha spesso affrontato senza l’adeguata comprensione del fenomeno, incontrando perciò gravi difficoltà.
L’analisi strategica si sta concentrando sempre di più su questa fattispecie, sviluppando concetti in costante mutamento: dalle “Small Wars”, passando per le “Three Block Wars” e le “Four Block Wars” fino ad arrivare alle “Hybrid Wars”, gli analisti cercano di formulare dei concetti strategici che portino al successo nelle guerre del nuovo millennio.
GUERRE CONVENZIONALI E GUERRE ASIMMETRICHE - Con la fine della guerra fredda e l’instaurarsi di un clima di maggior cooperazione tra i principali attori della comunità internazionale sembra essere diminuita la probabilità che si scatenino nuovi conflitti tra grandi potenze. Questo, tuttavia, non deve far pensare che la guerra sia diventata un fenomeno obsoleto. Se da un lato le guerre convenzionali di grandi dimensioni sembrano passare in secondo piano, dall’altro tornano alla ribalta le così dette “guerre asimmetriche” di cui il conflitto afghano e quello iracheno rappresentano gli esempi più noti. Si tratta di guerre in cui l’occidente si trova oggi sempre più coinvolto e nei confronti dei quali si è spesso trovato impreparato. Questi conflitti sono profondamente diversi da quelli convenzionali cui i nostri eserciti erano abituati e richiedono perciò un profondo ripensamento dei concetti strategici e delle tattiche impiegate. I conflitti asimmetrici, lungi dall’essere un fenomeno nuovo e sconosciuto, permeano da sempre la storia delle relazioni internazionali. Già Sun Tzu, nel IV secolo a.C., analizzava l’uso di strategie di guerra indiretta considerandole il miglior metodo per conseguire una vittoria con bassi costi. Passate in secondo piano, oscurate dai grandi conflitti convenzionali e dalle logiche della guerra fredda, le guerre asimmetriche non sono mai del tutto scomparse, come dimostrano gli eventi che hanno accompagnato la dissoluzione dei grandi imperi. Con l’esaurirsi dello scontro tra le due superpotenze, essi sono esplosi lungo tutto l’arco di crisi che va dai Balcani al Medio Oriente, passando per il continente africano e l’Asia. Oggi, dopo gli attentati dell’11 settembre e lo scoppio delle guerre in Afghanistan e Iraq, la maggior minaccia alla pace e alla stabilità internazionale sembra provenire proprio da questo particolare fenomeno bellico.
UN FENOMENO POCO CHIARO - Ma cosa intendiamo, nello specifico, quando parliamo di guerre asimmetriche? Sembra necessario, vista l’importanza che rivestono e la loro complessità, fare chiarezza sulla loro natura. Per molto tempo non vi è stata una definizione unitaria e generalmente condivisa, bensì un’incertezza sul piano concettuale che si è inevitabilmente tradotta in una confusione anche a livello terminologico. Per indicare questa fattispecie si è, infatti, fatto ricorso, per lungo tempo, ad una grande varietà di termini, spesso molto diversi tra loro: guerre irregolari, small wars, guerre che non sono guerre... Oggi la natura del fenomeno sembra più chiara e si preferisce adottare l’espressione “guerre asimmetriche”, termine introdotto per la prima volta dallo studioso Andrew Mack nel 1975 con riferimento alla guerriglia condotta dai Vietcong contro l’esercito statunitense. Questa definizione pone l’attenzione sulle differenze che caratterizzano i protagonisti del conflitto. Carlo Jean ricorda che in ogni guerra, anche in quella convenzionale, sono presenti delle asimmetrie tra i contendenti. Una differenza fondamentale, per esempio, può consistere nella diversa importanza che ognuna delle parti attribuisce agli obbiettivi dello scontro. Diversa può essere anche la cultura strategica che caratterizza i contendenti così come le rispettive capacità militari. Importante è poi il grado di tenuta delle opinioni pubbliche rispetto al numero delle perdite e al protrarsi della durata delle operazioni nel tempo. In tutti i conflitti, quindi, i belligeranti presentano delle differenze e delle peculiarità.
UNA DEFINIZIONE CONDIVISA - Consideriamo, invece, vere e proprie “guerre asimmetriche” quelle guerre in cui tra i due avversari esiste una notevole disparità di potenza militare e in cui le parti attribuiscono una diversa rilevanza agli obbiettivi perseguiti: questi possono essere percepiti come vitali per uno dei due contendenti e meno importanti per l’altro.Proprio per la particolare natura di questo tipo di conflitti, la chiave della vittoria risiederebbe nella corretta interpretazione delle asimmetrie e nella capacità di sfruttare in modo vantaggioso le proprie differenze contro quelle dell’avversario. Al contrario, se non interpretate correttamente, queste differenze possono portare alla sconfitta del contendente militarmente più forte. E’ questo ciò che si è verificato nelle guerre di decolonizzazione, in Vietnam o in Algeria.
LA PECULIARE NATURA DELLE GUERRE ASIMMETRICHE - In tutti questi casi le vittorie militari nelle battaglie convenzionali sul campo non si sono tradotte in successi politici. Non si è infatti compresa la peculiare natura di “conflitti asimmetrici”. Essi non devono essere affrontati come guerre tradizionali tra attori di pari potenza. In questo particolare tipo di conflitti, il contendente militarmente meno forte, a causa della sua inferiorità, tende ad evitare il confronto diretto. Egli ricorre a strategie indirette, cerca di sfruttare a suo vantaggio lo spazio e il supporto della popolazione, utilizza tattiche non convenzionali come quelle di guerriglia o di terrorismo, che permettono di infliggere pesanti perdite alle forze nemiche senza esporsi eccessivamente. Il suo obbiettivo non è tanto quello di vincere le battaglie sul campo quanto quello di prolungare il conflitto e renderlo insostenibile per l’opinione pubblica nemica. Il belligerante più debole mira a logorare l’avversario non sul piano militare dello scontro convenzionale, ma su quello socio-psicologico, cercando di far venir meno il supporto del fronte interno nemico. Per farlo può contare su una maggior propensione ad accettare le perdite e sulla maggiore tenuta morale vista l’elevata importanza che attribuisce agli obbiettivi in gioco. Inoltre il soggetto più debole non è quasi mai un attore statale regolare e può perciò contare sul fatto di non dover necessariamente attenersi a norme e restrizioni di diritto internazionale. L’avversario con un potenziale convenzionale maggiore, per contro, combatte per degli obbiettivi che non sono percepiti come ultimi e vitali, e se per raggiungerli si trova a subire costi troppo alti preferisce rinunciarvi. Nel conflitto asimmetrico, quindi, la superiorità negli scontri diretti e la maggiore potenza di fuoco convenzionale non garantiscono necessariamente il successo finale.
IL CRESCERE DELL’ATTENZIONE - Gli eserciti occidentali sono sempre più coinvolti in questo tipo di guerre. Come abbiamo visto, esse sono profondamente diverse da quelle tra grandi eserciti a cui erano abituati. Non sorprende, quindi, che negli ultimi anni i conflitti asimmetrici abbiano guadagnato un’attenzione sempre maggiore da parte degli analisti militari occidentali. Analisi e studi sul fenomeno sono cresciuti, hanno trovato sempre maggior spazio nei concetti strategici europei e statunitensi e hanno portato ad individuare e a classificare diversi tipi di guerra asimmetrica, man mano che gli impegni dei contingenti occidentali andavano diversificandosi ed estendendosi e gli scenari che li vedevano coinvolti mutavano.