
Per l’Italia le missioni militari all’estero sono state, tradizionalmente, un elemento centrale nella definizione della politica estera e di sicurezza. Compiute solitamente all’interno di un contesto multilaterale, esse sono state lo strumento privilegiato al fine di consolidare il rango internazionale del paese e perseguire gli interessi nazionali nei diversi contesti geopolitici. Con la fine della guerra fredda questo strumento ha subito profondi cambiamenti a causa sia di fattori interni che internazionali, fino a diventare, in anni recenti, un argomento centrale nel dibattito politico e un elemento divisivo nell’opinione pubblica.
Secondo l’analisi di Gianluca Pastori, anche nel nuovo contesto internazionale, le missioni militari all’estero mantengono il loro ruolo tradizionale fornendo all’Italia visibilità internazionale e consentendo alle nostre forze armate di raggiungere l’eccellenza in diversi settori operativi. Le forze armate italiane hanno avuto, più di altre, una forte vocazione per l’attivismo internazionale. Una lunga tradizione che le ha portate a partecipare, ad oggi, a più di duecento missioni militari all’estero. Un impegno non certo fine a se stesso, ma volto a supportare l’azione diplomatica di Roma e a consolidare il rango internazionale del Paese. Un impegno che non si è mantenuto statico nelle modalità e nei concetti operativi, ma che ha saputo, e in parte ha dovuto, seguire l’evolversi del contesto internazionale. Mentre Unione Europea, OSCE e NATO andavano aggiungendosi alle Nazioni Unite come punti di riferimento internazionali nel cui ambito svolgere le missioni, dalle semplici operazioni di peacekeeping e di stabilizzazione post-conflitto si è passati al coinvolgimento nelle più complesse e rischiose operazioni di peace-enforcing. Anche il quadro operativo è mutato: da un sistema di coordinamento multinazionale delle operazioni debolmente vincolante si è arrivati ad un modello definito, strutturato e basato su un elevato grado di integrazione dei contingenti nazionali, a procedure condivise e a catene di comando comuni. La definizione delle missioni all’estero e le modalità di impiego dei nostri soldati sono state quindi protagoniste di un processo evolutivo all’interno del quale Gianluca Pastori individua diversi momenti chiave.
IL MODELLO LIBANESE - Il primo viene individuato dal docente nell’intervento in Libano e viene definito “momento formativo”. Sulle caratteristiche delle missioni “Libano 1” e “Libano 2” , infatti, si costruirà il modello operativo per le future missioni internazionali italiane. Nel 1982 truppe italiane, francesi e americane furono inviate a Beirut per proteggere il personale dell’OLP che lasciava la città, tutelare i civili e aiutare il governo libanese a riaffermare la sua effettiva autorità su tutto il paese. L’opinione pubblica sostenne l’intervento che trovò largo consenso anche in parlamento. Lo scopo limitato, l’enfasi posta sull’aspetto umanitario, la breve durata e la mancanza di vittime fecero della missione “Libano 1” un motivo di orgoglio nazionale. Nel settembre 1982 ebbe inizio la missione “Italcon-Libano 2”. Essa assurse a modello per le missioni future tanto da definire gli standard del coinvolgimento internazionale italiano per anni. Tra gli osservatori si iniziò, infatti, a parlare di uno speciale “stile italiano” di conduzione della missione: imparzialità, professionalità, attenzione ai bisogni dei civili e agli aspetti umanitari furono i caratteri distintivi, che lasciarono una forte e duratura eredità nella cultura militare e nella retorica nazionale. Attiva fino al marzo 1984, la missione coinvolse più di 8000 soldati italiani, un impegno rilevante e protratto, legittimato dall’appoggio dell’opinione pubblica e dal consenso di tutte le forze politiche che, proprio in questo periodo, cominciarono a vedere nella presenza militare un importante strumento per affermare ruolo e interessi italiani nel Mediterraneo allargato.
LA TRANSIZIONE DEGLI ANNI ’90 - Un secondo momento, definito “di transizione”, viene individuato, da Pastori, nei primi anni ’90. Questo periodo vide un rinnovato attivismo delle Nazioni Unite e una conseguente propensione dell’Italia per il multilateralismo piuttosto che per il protagonismo. Furono gli anni dell’intervento in Kuwait e della crisi in Ex-Yugoslavia. In Kuwait le nostre truppe si trovarono impegnate in un conflitto ad alta intensità, una vera guerra, profondamente diversa dalle missioni a cui avevano fin qui partecipato. A contatto con truppe di altri paesi, emersero le arretratezze e le inefficienze che affliggevano i nostri reparti in uno scenario prettamente bellico. Allo scoppiare della crisi bosniaca il nostro paese si mobilitò prontamente e si produsse, durante tutto il conflitto, in uno sforzo militare notevole: basti pensare che l’Italia condusse il 25% delle attività nell’area contro il 10% degli altri partner. Sempre negli anni ’90, l’Italia si trovò coinvolta in altre operazioni: nel Kurdistan iracheno con l’operazione “Airone” (dal maggio all’agosto 1991), in Albania con l’operazione “Pellicano” (dal settembre 1991 al dicembre 1993) e in Somalia con l’operazione “Ibis”. Quest’ultima, che mobilitò dal 1992 al 1994 circa 15000 uomini, mise in discussione il modello libanese e l’eccellenza italiana nelle missioni estere. Notevoli furono infatti i problemi di coordinamento, e presto la missione, inviata a supporto dell’assistenza umanitaria, si trasformò in una vera e propria missione di “peace-enforcing” sulla base del capitolo 7 della carta ONU. Il contingente italiano, che in Libano non era rimasto coinvolto in scontri a fuoco particolarmente pesanti, si trovava ora ad affrontare perdite ingenti, soprattutto se paragonate con la contemporanea missione umanitaria “Albatros” in Mozambico. L’opinione pubblica, ancora imbevuta del mito e dalla retorica libanese, non abituata a questo tipo di missioni, criticò severamente l’operato: finiva l’illusione della partecipazione a zero morti.
PRESENTE E FUTURO DELL’IMPEGNO ITALIANO - In seguito all’esperienza somala, l’azione italiana si è sviluppata lungo un duplice binario: missioni di peacekeeping, a basso rischio, che portano avanti la tradizione dello “speciale approccio italiano” e operazioni in conflitti ad alta intensità. Il coinvolgimento nel secondo tipo di operazioni ha contribuito ad accelerare il processo di trasformazione e di rinnovamento delle nostre forze armate e a colmare il divario che ci separava dagli alleati militarmente più avanzati. A conclusione di questo processo, a partire dal 2003, l’Italia si è trovata coinvolta nel conflitto afghano e in seguito in quello iracheno. Queste due missioni hanno dato la spinta finale al processo di ammodernamento e riorganizzazione delle forze armate. I nostri soldati, in particolare, hanno sviluppato nuove competenze e raggiunto livelli di eccellenza in alcuni settori chiave, come quello della cooperazione civili-militari (CIMIC). Per quanto riguarda il futuro, gli sviluppi del coinvolgimento italiano in missioni all’estero appaiono imprevedibili, ma resta e resterà inscindibile, secodo Pastori, il rapporto che lega l’attivismo italiano, espresso sotto forma di invio di truppe in azioni multilaterali, e l’elaborazione della politica estera nazionale.