
Le rivoluzioni di Nord Africa e Medio Oriente secondo la prospettiva di Iran, Arabia Saudita, Israele e Turchia fra timori, aspirazioni egemoniche e scontri ideologico-religiosi.
Oltre ai bagni di sangue che, dalle immagini offerte dai media, sconvolgono ormai quotidianamente l’Occidente, l’ondata rivoluzionaria che sta squassando molti Paesi del Nord Africa e Medio Oriente non mancherà di provocare sconvolgimenti significativi nei fragili equilibri politici dell’area. A fare da metronomo, tuttavia, non sembrano essere le folle che riempiono le piazze per chiedere libertà e pane, ma l’astuta e sotterranea regia di potenze antagoniste quali l’Iran e l’Arabia Saudita, mentre la Turchia appare sempre più lanciata verso un ruolo di potenza regionale e Israele teme l’accerchiamento islamico.
IRAN- Il popolo iraniano, oppresso dal regime autoritario e teocratico della Guida Suprema Khamenei e del Presidente Ahmadinejad, non sembra intenzionato a estendere al proprio Paese il vento della rivoluzione che soffia incessante sul Medio Oriente dallo scorso gennaio. Aldilà di alcune giornate di protesta avvenute a metà febbraio, rivelatesi poi un fuoco di paglia, la leadership iraniana appare più che salda e quanto mai lanciata verso le aspirazioni egemoniche sull’area mediorientale. Se infatti, spiega Nicola Pedde su Limes, l’Iran condivide con gli altri Paesi interessati dalle rivolte una situazione socio-economica disastrosa, caratterizzata da alti livelli di disoccupazione dovuti all’incontrollabile aumento demografico degli anni Ottanta e Novanta, ben diversa è la situazione politico-sociale. Nonostante quello di Ahmadinejad sia un regime dittatoriale, la partecipazione dei cittadini agli ingranaggi del sistema politico viene comunque garantita attraverso lo svolgimento di elezioni. In altre parole, il legame tra cittadini e Stato è ancora molto forte e se anche la maggioranza degli iraniani considera criticabile l’assetto istituzionale, ritiene comunque di poterlo riformare andando alle urne. È in quest’ottica che si deve trovare spiegazione alle rivolte dell’Onda Verde del giugno 2009: in seguito al sospetto di alterazione dei risultati delle elezioni, il popolo iraniano si è sentito defraudato della facoltà di partecipare ai meccanismi del potere. Situazione, questa, che non si è riproposta lo scorso inverno. Al contrario, i leader dell’Onda Verde Mousavi e Karroubi, approfittando del disordine generale, hanno pensato di poter riaccendere la fiamma della rivolta nel loro Paese. Un tentativo che ha prodotto solo alcune esigue manifestazioni, segnate per altro dalla presenza di slogan contro la Guida Suprema e il clero rivoluzionario, che hanno avuto la conseguenza di indebolire ulteriormente la figura di Khamenei e rafforzare invece quella di Ahmadinejad. Che ha colto al volo l’occasione per mettere agli arresti domiciliari i leader della rivolta e cancellare definitivamente ogni minaccia di opposizione. In merito alle rivoluzioni che hanno interessato gli altri Paesi del Medio Oriente, Khamenei ha pubblicamente dichiarato di avere visto nelle rivolte il segnale del risveglio del popolo musulmano, che si è ribellato a dittatori corrotti dalla collaborazione con l’Occidente e che vuole ispirarsi all’Iran per definire i nuovi modelli di governo. Per il momento gli eventi sembrano dare torto a questa lettura, infatti le forze militari che gestiscono il potere in Egitto in via provvisoria hanno pubblicamente dichiarato la natura laica dell’eversione, parlando di “rivoluzione del popolo, non una rivoluzione islamica”. A preoccupare la comunità internazionale e ingolosire l’Iran, tuttavia, sono le conseguenze piuttosto che la natura della rivoluzione egiziana. A settembre infatti si svolgeranno le elezioni per definire l’assetto del nuovo governo e una delle forze che si presenta come la meglio organizzata e favorita a conseguire la maggioranza parlamentare è quella dei Fratelli Musulmani, che ha partecipato, anche se probabilmente non originato, né diretto, le rivolte di febbraio. E’ vero che la Fratellanza ha rinunciato allo strumento della lotta armata come condizione per poter continuare a operare in Egitto durante il dominio di Mubarak, ma, per quanto moderatamente possa esprimere la propria posizione, rimane comunque una forza che sostiene la creazione di uno Stato teocratico retto dalla Sharia. Durante un discorso pronunciato appena nell’ottobre del 2010, il leader dei Fratelli Musulmani Muhammad al-Badi, ha ribadito che i nemici dell’Islam sono Israele e gli Usa e che la Jihad contro questi fedeli, essendo un comandamento di Allah, non può essere accantonata. Una posizione, questa, che garantirebbe per direttissima l’appoggio dell’Iran all’Egitto nel caso in cui la Fratellanza dovesse trionfare alle elezioni. In questo modo Ahmadinejad conquisterebbe un preziosissimo alleato in Medio Oriente, oltre che assestare un sonoro smacco all’Occidente, che tanto ha sostenuto le opposizioni a Mubarak.
ARABIA SAUDITA- E sul sangue della rivolta siriana, che conta già più di 300 vittime mietute dalla violenta repressione ordinata dal Presidente Bashar al-Asad, aleggia lo spettro dello scontro a distanza tra Iran e Arabia Saudita. Secondo Press TV, emittente televisiva iraniana in lingua inglese, l’Arabia Saudita avrebbe approfittato dell’ondata rivoluzionaria nella zona per fomentare e alimentare la rivolta siriana e destabilizzare il regime di Damasco. Teheran vede dunque nelle rivolte siriane il tentativo da parte dei sauditi di sferrare un attacco all’asse Iran-Libano-Siria, dietro l’onnipresente regia degli Usa, alleati dell’Arabia Saudita. Proprio a questo proposito la tv di Stato siriana ha trasmesso le confessioni di tre membri della cellula terroristica responsabile di atti di sabotaggio in Siria, Anas Kanj, Bader al-Qalame Muhammad Sukhne, che dichiaravano di aver ricevuto armi e denaro da Jamal Jarrah, deputato sunnita libanese, eletto nella lista della coalizione guidata dall’ex premier sunnita Saad Hariri, alleato dell’Arabia Saudita e degli Usa. In effetti gli interessi che gravitano intorno alla bella Damasco sono molti. E’ attraverso il territorio amico siriano che l’Iran trasferisce armi e denaro in Libano alle milizie sciite di Hezbollah: praticamente una pistola puntata contro Israele. Nel frattempo le autorità siriane hanno chiuso i confini con la Giordania nel sud del Paese, presso la città di Daraa, condannando la connivenza di re Abd Allah, alleato degli Usa, con le opposizioni. E proprio il presidente americano Barack Obama, che il 22 aprile scorso ha espresso sdegno per il massacro dei civili in rivolta, ha accusato al –Asad di “cercare di ottenere l’aiuto iraniano per reprimere i siriani con le stesse tattiche brutali di quelle che sono state utilizzate dai suoi alleati di Teheran”. Tensioni tra Arabia Saudita e Iran non sono mancate neppure in occasione delle rivolte in Bahrein. L’intervento militare saudita nella capitale Manana, lo scorso 13 marzo, per soffocare alcune manifestazioni, ha infatti provocato delle violente reazioni da parte dell’Iran, tanto che bottiglie incendiarie sono state lanciate contro la sede dell’ambasciata saudita a Teheran, mentre i manifestanti davano alle fiamme una bandiera americana intonando, secondo FARS, un’agenzia stampa vicina al governo iraniano, cori del tipo “morte agli Usa, morte a Israele e morte ai Saud”, la dinastia regnante in Arabia Saudita. In questo scontro con l’Iran per l’egemonia sul Medio Oriente, la posizione dell’Arabia Saudita ha rischiato di essere però indebolita dallo scoppio di moti di protesta entro il suo territorio. Tra il 14 e 15 aprile scorsi, infatti, delle manifestazioni nella città di Qatif richiedevano la fine degli arresti per i dissidenti e il riconoscimento dei diritti alla minoranza sciita, oggettivamente discriminata dalla dinastia wahabita al potere. Difficile pensare che il regime di al-Saud vacillerà, tant’è vero che la potente dinastia saudita possiede ingenti mezzi patrimoniali con cui potrà facilmente dissuadere le mobilitazioni politiche: a metà aprile, per esempio, il re ha annunciato aumenti salariali e benefici per ben 37 miliardi di dollari. Anche le forze di sicurezza costituiscono una potente arma nelle mani di al-Saud. Costituite prevalentemente di uomini reclutati dalle tribù, dunque privi di qualunque legame con la popolazione saudita, le milizie armate non avrebbero alcuna remora a sparare sui cittadini dimostranti, al contrario di quanto avvenuto in Egitto.
ISRAELE- Il Paese che forse guarda con maggiore preoccupazione al domino rivoluzionario del Medio Oriente è proprio Israele, sempre più accerchiato da forze ostili: Hamas a Sud, gli Hezbollah libanesi a Nord, la Siria del blocco iraniano a Nord-Est, nonché la crescente influenza di Teheran sull’intera area mediorientale; il tutto aggravato dalla perdita della tradizionale sponda amica della Turchia. Come se non bastasse, inoltre, le premesse non lasciano presagire il meglio per l’Egitto, dove le elezioni di settembre potrebbero consacrare la maggioranza parlamentare dei Fratelli Musulmani e dunque un regime che, solo nella più rosea delle previsioni, sarebbe indifferente a Israele. Con la caduta di Mubarak in Egitto, infatti, Tel Aviv ha perso un importantissimo alleato. Le forze armate che hanno provvisoriamente assunto il comando hanno fatto sapere di non voler sospendere i trattati stipulati durante la dittatura, mettendo dunque per il momento in salvo il trattato di pace di Camp David che dal 1979 lega saldamente Egitto e Israele. La preoccupazione di Tel Aviv è però rappresentata dall’incognita sul destino e sulle volontà dei Fratelli Musulmani, il cui numero due, Rasad al-Bayyumi ha dichiarato che l’accordo “offende l’onore arabo e distrugge gli interessi dell’Egitto e delle altre nazioni arabe”. Una posizione più che eloquente. Anche la popolazione egiziana non sembra guardare con troppo favore a Israele: il 26 aprile il quotidiano israeliano Haaretz ha infatti pubblicato i risultati di un sondaggio condotto dal Pew Research Center tra i cittadini egiziani, che attesta che ben il 54% di loro vorrebbe vedere annullato il trattato di Camp David. E il giro di vite sulla simpatia trentennale del Cairo per Tel Aviv comincia a sortire i propri effetti. Il 23 aprile scorso è stato infatti annunciato che l’ex ministro egiziano dell’Energia Sameh Fahmy e altri sei funzionari dovranno affrontare un processo per le accuse relative al trattato sulla fornitura di gas stipulato con Israele dopo la pace del 1979. All’ex ministro viene contestata una condotta che ha “danneggiato gli interessi del Paese, sperperato i fondi pubblici e impedito ad altri investitori di guadagnare dei profitti attraverso la vendita e l’esportazione del gas egiziano in Israele a un prezzo inferiore alle tariffe del mercato internazionale in vigore al periodo del trattato”. È chiaro che per trarre delle conclusioni è necessario aspettare le elezioni di settembre, ma già da ora si può facilmente prevedere che il governo egiziano che salirà in carica, qualunque colore e fede religiosa esso abbia, sarà incline ad assecondare la posizione, ampiamente diffusa tra i cittadini, circa il dovere morale di sostenere Hamas nella striscia di Gaza. D’altra parte i timori, fondatissimi, di Tel Aviv potrebbero essere placati da due ordini di considerazioni, brillantemente illustrate da Reuven Pedatzur su Limes. Innanzitutto l’esercito egiziano è costituito in prevalenza di armi americane e grazie a quel miliardo e mezzo di dollari che annualmente l’amministrazione Usa concede all’alleato. Se l’Egitto assumesse posizioni eccessivamente ostili a Israele, certamente tutto questo verrebbe meno. Secondariamente, gli israeliani possiedono un comparto militare nettamente superiore a quello egiziano, soprattutto per quanto riguarda quello aereo. Resta da capire, però, se l’alleanza e gli aiuti americani potrebbero essere sostituiti da quelli di nuovi partner. Teheran, per esempio.
TURCHIA- Insieme all’Iran, l’altro Paese che più esce rafforzato dall’attuale situazione è la Turchia, che in occasione delle rivolte contro Mubarak si è presentata come difensore dei manifestanti e della Fratellanza musulmana, tanto che il suo leader Ashraf Abdel Ghaffar ha eletto il modello turco dell’Islam democratico come riferimento per il nuovo Egitto. Il partito del primo ministro Erdogan, l’AKP, al potere dal 2002, ha posto come obiettivo della politica estera l’estensione dell’influenza turca in Medio Oriente, assumendo posizioni, come il sostegno ad Hamas e al programma nucleare iraniano, che gli sono costate l’isolamento dall’Occidente e la fine dell’intesa con Israele da una parte, ma la simpatia degli arabi islamici dall’altra. Gli sconvolgimenti nel mondo mediorientale, inoltre, potrebbero fare la fortuna dell’economia turca, già da tempo molto stabile e in rapida ascesa. Secondo il quotidiano Hurriyet, infatti, molte imprese straniere situate in Tunisia, Egitto e Libia starebbero pensando di trasferire la propria attività nella ben più solida repubblica turca.