Guerra in Libia, tutti i perché dell’attacco della Francia di Sarkozy

Sabato 09 Aprile 2011 12:33 Matteo Mezzalira World - Politica
Stampa PDF

In seguito alla risoluzione 1973 dell’ONU, lo scorso 19 marzo Sarkozy ha rotto gli indugi e ha dichiarato guerra alla Libia governata da Muammar Gheddafi. L’attacco, supportato anche da Gran Bretagna e Stati Uniti, ha catapultato la comunità internazionale in una nuova crisi bellica. La giustificazione data all’attivismo francese è la difesa dei diritti umani, calpestati dalle milizie del Colonnello Gheddafi, ma dietro l’alibi umanitario esistono ragioni di politica interna ed interessi geopolitico-economici. L’intervento militare di Parigi, inoltre, si iscrive nella tradizione di grandeur della politica estera transalpina, rispolverata da Sarkozy ad un anno dalle elezioni per l’Eliseo. Riguardo al coinvolgimento francese in Libia, FusiOrari ha raccolto i pareri di un gruppo di studenti iscritti all’Istituto di Studi Politici di Tolosa.
TOLOSA, dal nostro inviato - “Sarkozy? E’ un uomo benedetto da Allah”, “Se potessi, gli bacerei mani e piedi”, “Il nostro popolo gliene sarà per sempre grato”. Le opinioni dei libici insorti contro il governo di Muammar Gheddafi concordano tutte nel considerare il Capo di Stato francese alla stregua di un eroe. Il 19 marzo scorso Nicolas Sarkozy, per bocca del Ministro degli Esteri Alain Juppé, aveva dichiarato al mondo che “è insopportabile accettare il fatto che Gheddafi stermini il suo stesso popolo” e che “la Francia è pronta a fermare la follia omicida Gheddafi”. Gli faceva eco il Ministro della Difesa Gérard Longuet: “Bisogna proteggere i civili e non restare passivamente cinici come in occasione del massacro di Srebrenica, in Bosnia”. Dopo parecchi giorni di scontri fra i fedeli di Gheddafi e i rivoltosi, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 17 marzo 2011, ha approvato la risoluzione 1973 che autorizzava una zona d’interdizione al volo nei cieli libici e l’utilizzazione di “ogni mezzo necessario per proteggere i civili e imporre un cessate il fuoco”. Il 19 marzo, una ventina di cacciabombardieri francesi Rafale e Mirage 2000 hanno preso il volo dalla base di Solenzara, in Corsica, e hanno distrutto un gran numero di autoblindati dell’esercito fedele al Colonnello. La guerra in Libia era cominciata.

NATO? "NON, MERCI" - Coadiuvata da una coalizione di una decina di Paesi, tra cui Gran Bretagna e Stati Uniti, la Francia ha condotto per una settimana le strategie di attacco alla contraerea e alle truppe terrestri di Gheddafi. I massicci bombardamenti occidentali hanno avuto l’effetto di stoppare l’avanzata delle truppe del regime su Bengasi e hanno permesso la riconquista dell’intera Cirenaica da parte degli insorti. Le insistenti richieste italiane (e non solo) di un passaggio di consegne alla Nato hanno irritato il governo transalpino, che il 23 marzo ha risposto che “certi Paesi fanno parte della coalizione, ma non della Nato, e viceversa”. Juppé ha aggiunto inoltre che “la Nato preoccupa la Lega Araba; gli stessi Paesi che vogliono che il controllo delle operazioni sia in mano alla Nato, vogliono anche delle buone relazioni con la Lega Araba: ciò è impossibile”. La Francia ha poi dovuto cedere alle pressioni e ora il comando è stato affidato all’Alleanza Atlantica. “Non siamo mai stati contro un ruolo più attivo della Nato” si è giustificato Juppé, “le nostre perplessità derivavano solo dalla conduzione politica delle operazioni, che non può essere demandato all’Alleanza Atlantica, ma deve restare appannaggio della coalizione dei Paesi impegnati militarmente”. ”Anzi”, aggiunge sempre il ministro, “noi crediamo che il coordinamento politico debba essere affidato ad un organismo aperto a tutti i Paesi interessati ad instaurare la democrazia e la libertà in Libia”.

SOSTEGNO BIPARTISAN - Indubbiamente, Sarkozy ha agito con decisione ed energia, rompendo lo stallo e i tentennamenti della comunità internazionale: in patria può contare sull’appoggio di quasi tutti i partiti politici, ad eccezione dei comunisti (“le bombe non hanno mai permesso l’instaurarsi della democrazia e della pace”); i socialisti sostengono il governo ma asseriscono che “l’intervento è stato tardivo” e mettono in guardia dal “rischio di un pantano”. Detto questo, la domanda che sorge spontanea è: per quale motivo la Francia ha forzato la situazione ed è passata direttamente all’attacco? Essenzialmente, ci sono due ordini di ragioni: il primo è di politica interna, il secondo di natura economico-geopolitica.

CANTONALI, CROLLO UMP - Nel 2012 ci saranno le elezioni presidenziali e la riconferma di Sarkozy pare fortemente minacciata: i pericoli vengono sia dalla sinistra che dalla sua destra. Lo scorso settembre, le misure di espulsione delle comunità Rom dal suolo francese hanno generato numerose critiche da parte degli ambienti di sinistra e della Commissione europea. A ottobre la riforma delle pensioni, elaborata dal governo di François Fillon e poi approvata dal Parlamento, ha provocato un’enorme manifestazione in tutto il Paese. Gli scioperi si sono protratti per settimane. I sondaggi si ricorrevano ogni giorno e tutti condividevano l’opinione secondo la quale i consensi per Sarkozy si aggiravano intorno al 30%, record negativo. Le indagini mostravano un suo netto svantaggio nei confronti dei candidati di sinistra (Dominique Strauss-Kahn e Martine Aubry) e un’erosione significativa di popolarità in favore dell’estrema destra (Marine Le Pen). Le elezioni cantonali a doppio turno del 20 e 27 marzo scorsi hanno poi concretizzato queste previsioni: l’Unione per un Movimento Popolare (UMP) di Sarkozy è uscito a pezzi (17% dei voti espressi sulla totalità dei cantoni da rinnovare) dal confronto con il Partito Socialista (25%) e la coalizione di destra è stata surclassata (31,5% dei consensi) da quella di sinistra (49%); il Front National di Marine Le Pen, partito di estrema destra, ha ottenuto un eccezionale successo, raccogliendo il 15% delle preferenze. Come se non bastasse, le contraddizioni in politica estera riguardo alle crisi in Egitto e in Tunisia hanno ulteriormente indebolito la posizione di “Monsieur Sarkò”, che ha dato un’impressione di impotenza; in particolare, il governo transalpino si era schierato a favore del dittatore tunisino Ben Ali nei primi giorni della rivolta, salvo poi cambiare strategia nel corso degli eventi. Tanto che il Ministro degli Esteri Michèle Alliot-Marie, il 27 febbraio scorso, si è dovuta dimettere a causa delle sue relazioni troppo strette con la famiglia del dittatore, e lo stesso Primo Ministro Fillon aspramente criticato. Ecco quindi che in seguito a due occasioni perse, Nicolas Sarkozy ha deciso di passare all’azione bellica in Libia.

UNA GRANDE FETTA DI TORTA - Il secondo ordine di ragioni si può ricercare in ambito economico-geopolitico. Prima di tutto, la politica di grandeur è sempre stata ricorrente all’Eliseo. Dalla nascita della Quinta Repubblica francese, l’idea costante è che Parigi debba essere un interlocutore internazionale importante. E Sarkozy, erede diretto dei partiti (neo)gollisti, non l’ha affatto abbandonata. In secondo luogo, i contratti stipulati dalle compagnie energetiche francesi con il regime di Gheddafi sono stati numerosi, ma la maggior parte degli oleodotti e dei gasdotti sono stati costruiti verso l’Italia. Prendendo la testa dell’intervento in soccorso dei rivoluzionari, la Francia vuole riguadagnare terreno in un’area, quella libica, ricca di risorse naturali e su cui aveva perso influenza. Emblematico, a questo proposito, le frasi rilasciate da Khalifa el-Faituri, un ingegnere chimico di Bengasi, al quotidiano Le Monde il 25 marzo: “Quando Gheddafi sarà rovesciato, alla Francia sarà riservato una grande fetta di torta”. Certo, mantenere un profilo pro-Gheddafi avrebbe potuto giovare economicamente alla Francia, ma sarebbe stato il colpo di grazia per Sarkozy, che non avrebbe potuto difendersi dalle accuse di ignavia e cinismo nei riguardi dei rivoltosi. Così facendo, invece, Parigi rischia sì di perdere le sue imprese sulla sponda opposta del Mediterraneo, ma se il conflitto terminerà a favore degli occidentali, l’Eliseo potrà godere di una posizione d’indubbio vantaggio. E questo, inevitabilmente, a discapito dell’Italia.

SONDAGGIO - In merito all’intervento bellico, FusiOrari ha condotto un sondaggio presso l’Istituto di Studi Politici di Tolosa, ottenendo le seguenti opinioni: la totalità degli intervistati, venti persone di età compresa tra i 19 e i 26 anni, ha dichiarato che bisogna impedire il massacro di civili intrapreso dal regime e che l’intervento è giustificato dalla risoluzione ONU; molti, però, obiettano che le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno in tanti Paesi del mondo (riferimento soprattutto alla Costa d’Avorio) ma, nonostante ciò, non vengono presi in considerazione dalla comunità internazionale. Il 70% degli intervistati non crede ci siano degli interessi economici evidenti che abbiano giustificato l’entrata in guerra della Francia, perché le relazioni recenti con la Libia sono sempre state più che buone (riferimento al ricevimento trionfale agli Champs-Elysées tributato alla “Guida” dei libici nel 2007); si tratterebbe, invece, di un modo escogitato da Sarkozy per rafforzare il suo sostegno elettorale, dopo le recenti contestazioni per la riforma del sistema pensionistico e l’ascesa dell’estrema destra sia nei sondaggi che nelle elezioni cantonali. Il 90% afferma di essere soddisfatta e orgogliosa del ruolo politico adottato dall’esecutivo nelle relazioni internazionali, ma esprime dubbi e preoccupazioni riguardo all’exit strategy da attuare una volta che Gheddafi sarà fuori-gioco (timore di un “nuovo Afghanistan” o “nuovo Iraq”).

Ultimo aggiornamento Sabato 09 Aprile 2011 20:45

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

150 anni d'Italia

La Vignetta

PhotoGallery

  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria
  • Galleria

Editoriali

Analisi - L'Italia è in svendita?
Martedì 24 Gennaio 2012 Rosanna Terminio
Immagine
Il 2011 si é concluso con la notizia dell'acquisto di una partecipazione nel gruppo Ferretti, produttore di yatch di lusso, da parte dell'azienda cinese Shandongh Heavy Industry Group (SHIG). Nello stesso periodo dell'anno precedente una azienda cinese ha comprato l'azienda Cantieri Navali di Lavagna in bancarotta Leggi tutto...
F-35 o Eurofighter Typhoon, per l’Italia è scelta strategica
Mercoledì 04 Gennaio 2012
Immagine
Sulle pagine di quotidiani e riviste, sui blog e nei social network impazza il dibattito sul ventilato acquisto da parte dell’Italia di centotrentuno velivoli militari F-35 per una somma pari a quindici miliardi di euro. Questo proprio mentre il governo vara una manovra da ventitré miliardi definita sovente «lacrime e sangue». In risposta a tale presunta assurdità, i cittadini chiedono più spesa sociale e i pacifisti reclamano ulteriori tagli per la difesa. È errato però porre il problema in termini così semplicistici. FusiOrari vuole guardare oltre una prospettiva ideologica, analizzando pragmaticamente il perché, il come e le eventuali alternative all'acquisto degli F-35. Leggi tutto...
FusiOrari in Cina, alla scoperta del Gigante “ignoto”
Martedì 06 Dicembre 2011
Immagine
SHANGHAI - Se per strada fermaste dei passanti e chiedeste loro dove si trova la Cambogia e quali siano i tratti caratteriali dei cambogiani, pochi sarebbero in grado di rispondere. Una cosa simile si verificherebbe per il Bangladesh, l’Indonesia, e così via. Se però domandate anche a una sola persona se ha cognizione o un’opinione sulla Cina e sui cinesi, quasi certamente si lancerà in analisi geopolitiche, sociali e culturali ripercorrendo la gran parte degli stereotipi occidentali sulla discendenza di Mao. Leggi tutto...

Il Meteo