Con la decisione del governo di Angela Merkel di astenersi dalla votazione alla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, si è riaperto un vasto dibattito sulla posizione che la Germania dovrebbe tenere di fronte a missioni militari all’estero. I sondaggi confermano ancora una volta l’orientamento pacifista della maggioranza dell’opinione pubblica tedesca. Se al Bundestag la scelta del Ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha ottenuto un sostanziale, convergente consenso, avara di critiche non è stata invece la gran parte dei mezzi di informazione e nemmeno quelli tradizionalmente vicini alle posizioni dei liberali e dei cristiano democratici. Alla base dei rimproveri non sembra esserci alcun senso di colpa sul mancato sostegno militare agli insorti libici. A scaldare gli animi è piuttosto lo spauracchio di un pericoloso isolamento internazionale.LO SPETTRO DELL’ISOLAMENTO - Non appena Westerwelle concludeva il proprio discorso, dai mezzi di informazione cadeva una pioggia di critiche sulla posizione assunta da Berlino. Nell’editoriale dell’edizione online del settimanale liberal-progressista Die Zeit la politica estera del governo veniva prontamente bollata come codarda ed irresponsabile, legata a calcoli elettorali e dannosa per la posizione internazionale di Berlino. “Tale irresponsabile astensione”, è scritto, “non avrà solamente conseguenze sulla reputazione della Germania presso i dimostranti libici, ma anche i partner europei se ne ricorderanno quando il governo tedesco farà nuovamente richiesta di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Contestualmente, dalle colonne del Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano tradizionalmente vicino alle posizioni liberali e conservatrici, la scelta dell’astensione è duramente criticata in un pezzo dal caustico titolo “L’isolamento del sistema di Westerwelle” con un ironico richiamo alle esatte parole utilizzate nel discorso al Bundestag dal ministro liberale. Veniva ricordato a Westerwelle che, se è vero che la Germania può dire di essersi allineata nell’astensione ad importanti partner come Cina, Russia, India e Brasile, è altrettanto vero che dall’altra parte della barricata erano rimasti i più importanti interlocutori occidentali. Sempre sullo stesso quotidiano di Francoforte compariva un ulteriore commento all’astensione di Berlino. Al termine di una breve analisi sulla posizione che la Germania ha tenuto in diverse occasioni nelle quali, dopo la sua riunificazione, è stata chiamata ad esprimersi su missioni militari all’estero, si individua il problema fondamentale in una “inesperienza sulla platea internazionale” che avrebbe afflitto la politica estera tedesca dal cancellierato di Schroeder (di fronte alle decisioni su Kosovo, Afghanistan ed Iraq), sino all’attuale governo Merkel. Contemporaneamente, si considerano legittime le perplessità espresse in più occasioni da Westerwelle circa un impegno che potrebbe dover portare ad un intervento direttamente sul suolo libico, allorquando l’azione aerea non dovesse risultare risolutiva. Uno tra i pochi commenti incondizionatamente positivi alla scelta di non immischiarsi nell’affare libico è apparso sul Frankfurter Rundschau. Secondo questa analisi, l’astensione di Berlino sarebbe stata necessaria poiché “l’applicazione di una no-fly zone significa, senza alcun dubbio, guerra” e che tale fatto è provato dalla esperienza che la comunità internazionale ha già fatto più d’una volta in Iraq. “Contro l’esercito di Gheddafi una no-fly zone non potrebbe molto aiutare; la carneficina avviene a terra e, affinché questa termini, occorrono interventi terrestri. Dunque, guerra”. Quella di astenersi sarebbe perciò la scelta più corretta poiché la Germania non è in assoluto contraria ad una no-fly zone sulla Libia. Partecipa all’embargo, ma non intende spendere sul campo le proprie forze militari. Allo stesso tempo, non è nemmeno direttamente favorevole.
(IN)COERENZE - Die Zeit titolava l’edizione settimanale del 24 marzo ponendosi una domanda: “E’ una guerra giusta?”. Il lettore, pur di fronte alla difficoltà del quesito, si sarebbe forse legittimamente aspettato quantomeno una risposta negli approfondimenti pubblicati. Risposta che, invece, purtroppo non arriva. Pur criticando una missione dagli incerti obiettivi e che, in quel momento, si trovava ancora priva di una guida stabile, il giornale di Amburgo dà spazio ad un’ampia critica sul comportamento tenuto dal Ministro degli Esteri. Con l’astensione, il governo federale avrebbe “senza necessità” fatto cadere la Germania in un grave stato di isolamento internazionale. Westerwelle si sarebbe reso perciò protagonista di una politica estera incoerente. Egli, infatti, era stato il primo ad offrire, già in febbraio, la propria solidarietà alle aspirazioni democratiche che iniziavano a manifestarsi sulla sponda meridionale del Mediterraneo, quando ancora Parigi si dimostrava prudente. Nel suo discorso al Cairo aveva annunciato, infatti, che “noi stiamo dalla parte dei movimenti per la libertà del mondo arabo”. Se la rinuncia al veto da parte di Cina e Russia ha rappresentato un via libera alla no-fly zone, “l’astensione della Germania, invece, è stata in realtà un ‘no’”. Un “no” che la lascerebbe da sola. Viene ricordato, infatti, come la mancata partecipazione all’invasione dell’Iraq da parte del governo Schroeder era stata decisa potendo contare perlomeno sull’importante sostegno della Francia. A ben vedere, però, la decisione tedesca sulla questione libica appare perfettamente coerente. Il Ministro degli Esteri, sin dai suoi viaggi di febbraio in Tunisia ed in Egitto, si è sempre orientato in favore di sanzioni contro le dittature e l’opposizione alla no-fly zone era stata condivisa ben presto anche dal Ministro della Difesa americano, Robert Gates, il quale aveva dichiarato che occorreva “dire pane al pane e vino al vino. Una no-fly zone inizia con una attacco alla Libia per distruggere le sue difese aeree…e non ci si dovrebbe preoccupare se i nostri ragazzi venissero abbattuti”. Sarebbe stato dunque il votare “sì” alla pur vaga Risoluzione 1973 a costituire la vera incoerenza. Dopo l’incontro a quattro del 28 marzo in collegamento video tra Obama, Sarkozy, Cameron e la Merkel, la conferenza di Londra del giorno successivo e l’importante visita di Westerwelle a Pechino nella scorsa settimana, il paventato scenario dell’isolamento internazionale, dapprima così fortemente temuto, sembra ora scongiurato e le attenzioni, come pure le apprensioni, dei media e dell’opinione pubblica tedesca hanno finito per rivolgersi decisamente alla questione nucleare. Se vi era una strategia elettorale dietro la decisione di non intervenire in Libia, bisogna ammettere che questa ha ben poco funzionato. Le inquietanti immagini degli elicotteri che riversano acqua sopra il reattore di Fukushima hanno potuto molto di più.