Guerra in Libia, è in gioco la credibilità dell'Occidente

Mercoledì 30 Marzo 2011 15:17 Davide Borsani World - Politica
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Dopo oltre un mese di conflitto in Libia e le incertezze al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, la Conferenza di Londra di fine marzo avrebbe dovuto condurre ad una risolutiva chiarezza sulla strategia della comunità internazionale. Ciò però non è avvenuto. L’Italia, dal canto suo, torna dall’Inghilterra doppiamente sconfitta. E la NATO e l’Unione Europea sono chiamate ora a prendere le redini dell’Occidente, colmando il vuoto politico lasciato dalla riluttante leadership degli Stati Uniti.

SUMMIT LONDINESE - Martedì 29 marzo, la Conferenza di Londra si è conclusa con un fallimento sin troppo evidente e, purtroppo, prevedibile. Troppi i Paesi seduti intorno a quel tavolo: trentaquattro, più sette organismi sovranazionali. Era difficile immaginarsi che si potesse giungere all’elaborazione di una strategia definita e definitiva sulla Libia dopo settimane di contrasti politici, soprattutto in Europa. Quanto meno, però, si è fatta chiarezza sulla vaga risoluzione 1973 dell’ONU, che autorizza organismi internazionali, regionali e singoli Stati a prendere qualsiasi misura necessaria atta alla protezione dei civili libici dal fuoco dei lealisti gheddafiani. L'accordo raggiunto prevede che si vada oltre il ceasefire e che Gheddafi debba ora abbandonare il suo trono per lasciar spazio alla democrazia, per poi essere processato davanti al Tribunale Penale Internazionale oppure essere costretto all’esilio, probabilmente in uno Stato africano a lui amico come lo Zimbabwe. Ma è una soluzione fondata su un minimo comune denominatore che mette d’accordo tutti sul fine politico condivisibile, ma nessuno sui mezzi militari specifici. Ad esempio, saranno armati i ribelli? Il Ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, e il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, si dichiarano pronti, ma la risoluzione 1973 -pur nella sua vaghezza- non prevede tale possibilità. Ed è pesato come un macigno l’assordante silenzio delle poltrone vuote di Russia, Cina e soprattutto dell’Unione Africana, inizialmente al fianco della Lega Araba e dell’Occidente. Dando per scontato che i Paesi dell’area euro-atlantica vorranno evitare di dispiegare nuovamente truppe di terra in un Paese musulmano, senza il coinvolgimento dei Caschi Verdi, di cui proprio la Libia è uno dei maggiori contributori, riesce difficile immaginare una stabilizzazione e una eventuale ricostruzione democratica 'autoctona'.

SCHIAFFI ALL'ITALIA - Roma intanto esce dalla due giorni diplomatica ineluttabilmente sconfitta. Il Premier, Silvio Berlusconi, con l’attenzione rivolta ai suoi problemi giudiziari, ha derubricato a terziaria la questione libica: prima -appunto- i processi in cui è coinvolto, poi il freno agli sbarchi tunisini a Lampedusa, infine il suo (ex?) amico Gheddafi. Così, il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, è stato incaricato di gestire in prima persona i rapporti con la Libia, che fino a pochi mesi fa erano appannaggio esclusivo di Berlusconi. I primi risultati di tale colpevole disattenzione si erano già visti alla vigilia della Conferenza londinese, ossia l’ormai tristemente celebre esclusione dell’Italia dalla videoconferenza preparatoria a quattro con Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e la neutralista Germania. Lo stesso piano di mediazione italo-tedesco, sventolato all’opinione pubblica nei giorni scorsi da Frattini per giungere celermente ad una soluzione diplomatica della guerra civile, è stato accantonato in poco tempo: si dice che nemmeno a Berlino ne fossero stati informati; addirittura, lo stesso Berlusconi ne sarebbe stato preso alla sprovvista. Così, giunta a Londra, la delegazione di Roma ha dovuto inghiottire un altro boccone amaro. I rappresentanti del governo ad interim della Cirenaica, definito dalla Farnesina “un interlocutore sempre più credibile”, hanno rilasciato dichiarazioni eufemisticamente fredde verso il nostro governo: “c’è un grosso problema con Roma, Berlusconi ha avuto rapporti troppo stretti con Gheddafi e questo può essere una difficoltà al ruolo che l’Italia potrà svolgere nella nuova Libia”. Tanto più se “Sarkozy a Bengasi è ormai un eroe” e le bandierine francesi, spedite propagandisticamente da Parigi in Cirenaica già prima dell’intervento aereo transalpino, vengono sventolate dai ribelli, pronti a rimpiazzare -checché ne dica Frattini- le commesse italiane con quelle francesi.

CREDIBILITA’ ALLEATA - Intanto, la NATO si appresta ad assumere il comando delle operazioni aeree. Il Joint Force Command di Napoli è già stato incaricato nei giorni scorsi di condurre l’embargo navale, e a breve anche la no-fly-zone sarà garantita dell’Alleanza. Le contraeree e le infrastrutture militari strategiche lealiste, però, sono già state pressoché tutte eliminate dai bombardamenti dei velivoli franco-britannici e dagli attacchi con i Tomahawk delle unità navali della coalizione nel Mediterraneo. È quindi probabile che alla no-fly-zone si affianchi la no-drive-zone conducendo alla no-fly-zone-plus: tutto questo gioco di parole per dire che i bersagli degli Alleati saranno estesi ai mezzi terrestri lealisti sospettati di condurre azioni repressive contro l’insurrezione bengasina. Il comando è stato assegnato al Generale canadese Charles Bouchard, evitando così diplomaticamente di incaricare della direzione di Unified Protector, come è stata rinominata Odissey Dawn, un americano, un francese o un britannico. D’altro canto,  proprio Parigi e Londra si erano contese sino a pochi giorni fa la leadership dell’attacco, facendosi carico ognuno a suo modo (e secondo i diversi scopi) di reprimere l'avanzata verso Bengasi degli uomini di Gheddafi. Così, date regole di controllo e comando ben precise, alle preoccupate Turchia ed Italia è garantita in principio la stessa incidenza sul processo decisionale militare. Soprattutto Ankara, con il suo piede e mezzo nel mondo musulmano, era la chiave per far entrare in gioco la NATO. Dunque, dopo la “crisi di credibilità” del 2003 e le difficoltà in Afghanistan, l'Allenza Atlantica è chiamata a provare ancora una volta la sua vitalità in un'operazione out of area.

STATI UNITI E UNIONE EUROPEA - A differenza di otto anni fa, però, gli Stati Uniti si trovano ora in una posizione mediana tra Stati “falchi” e “colombe”. Durante il primo mandato di Bush, l’Alleanza militare era stata considerata “morta” dai neoconservatori, di modo da essere utilizzata come mero strumento politico di consenso. Oggi, invece, il multilateralismo obamiano cerca di coinvolgerla al massimo livello e di porla in prima linea nella condotta delle operazioni, sgravando così Washington da un onere piuttosto ingente date le condizioni in cui versa il Pentagono. Proprio il Segretario alla Difesa, Robert Gates, aveva dichiarato nel suo discorso di fine febbraio all’Accademia di West Point che “a mio parere, qualsiasi futuro ministro della Difesa che di nuovo pensi di consigliare a un presidente di mandare l'esercito in Asia, in Medio Oriente o in Africa dovrebbe farsi esaminare la testa”. Il motivo è semplice: alle prese con un declino economico di vaste proporzioni e con i tagli di miliardi di dollari al budget della Difesa, le Forze Armate statunitensi (non solo l’Esercito) non possono né vogliono restare impantanate in una nuova guerra considerata non vitale per il proprio interesse nazionale, che rischierebbe di condurre il Paese ad un ennesimo logoramento. Dunque, sulla Libia, è l'Unione Europea ad essere chiamata a svolgere il ruolo di leader dell’Occidente. È lecito domandarsi, però, se Bruxelles (e le capitali dei Paesi membri) sarà capace di adempiere davvero alle proprie responsabilità in una crisi alle porte di casa e che la riguarda strettamente da vicino. I presupposti non sono confortanti, né tantomeno i precedenti nei Balcani degli anni Novanta possono generare aspettative positive. Come la NATO, quindi, anche l’UE oggi è chiamata ad affrontare un test di credibilità, e verificare se alla crisi economica dell’Euro seguiranno eclatanti fratture strategiche. E' evidente che Parigi, Londra, Berlino e Roma, ovvero la 'vecchia' Europa, abbiano interessi politici divergenti, tuttavia ciascun governo è conscio della necessità di risolvere rapidamente la questione libica prima che la situazione degeneri irrimediabilmente. E in tutto questo, la Baronessa Catherine Ashton, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell'UE, dovrebbe essere chiamata a fungere da collante. A proposito, qualcuno l’ha vista?

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Marzo 2011 18:37

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