L'Egitto dopo Mubarak - Il governo militare e il referendum

Martedì 29 Marzo 2011 14:16 Federica Casarsa World - Politica
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Continua l'analisi di Fusiorari sulla situazione dell'Egitto post-Mubarak. L'elezione di un governo di “uomini nuovi” e il successo del referendum sulle modifiche alla Costituzione rappresentano una boccata d'ossigeno lungo il difficile cammino verso la ricostruzione, ma restano in sospeso troppi interrogativi. A cominciare dal ruolo dell'esercito e dalle intenzioni, ancora enigmatiche, dei Fratelli Musulmani.

UN GOVERNO DI “FACCE NUOVE” - Un deciso passo in avanti verso l'abbandono completo del sistema-Mubarak è stato compiuto il 7 marzo con il giuramento del nuovo governo in Piazza Tahrir dinanzi a Tantawi, Capo del consiglio supremo dell'esercito e presidente provvisorio dell'Egitto. Costituito in seguito alle dimissioni che il precedente premier Shafiq ha rassegnato dopo le massicce proteste di piazza causate da un'eccessiva presenza all'interno del governo di uomini compromessi con il regime, il nuovo esecutivo ha come compito principale quello di traghettare il Paese attraverso le riforme democratiche proposte dal referendum, svoltosi il 19 marzo scorso, e preliminare per le elezioni parlamentari e presidenziali di giugno. Il nuovo governo, presieduto da Essam Sharaf, è stato salutato con grande calore dalla folla presente a Piazza Tahrir, proprio perché comprende volti nuovi in ministeri chiave per il processo di cambiamento, ossia Interni, Esteri e Giustizia. Il maggiore-generale Mansour el-Essawy, già Commissario di Polizia del Governatorato del Cairo, ha sostituito agli Interni Mahmoud Wagdi, uno dei pochi ministri nominati da Mubarak a essere sopravvissuto al rimpasto operato dall'ex premier Shafiq il 21 febbraio scorso. Il dicastero degli Interni era una delle colonne portanti del sistema dittatoriale in quanto alla testa del terribile corpo della Sicurezza dello Stato, quella polizia segreta che da sempre costituisce uno dei segni più tangibili della presenza di un regime autoritario. Il 5 marzo si è aperto (e subito posticipato al 2 aprile) il processo contro l'ex ministro degli Interni Habib el-Adli, arrestato il 18 febbraio e accusato di riciclaggio, ma già sotto inchiesta per accertare le sue responsabilità nella morte di 365 persone uccise dalla polizia durante le rivolte di fine gennaio. Secondo l'accusa il ministro avrebbe ordinato agli ufficiali di sparare sui manifestanti. L'8 marzo scorso, invece, le forze armate hanno arrestato Hassan Abdel Rahman, capo della Sicurezza di Stato proprio all'epoca del ministro dell'Interno el-Adli. E la prima, significativa, mossa del nuovo ministro al-Issawi è stata proprio quella di accogliere le richieste del popolo egiziano che a più riprese ha invocato lo scioglimento della Sicurezza di Stato: al suo posto nascerà la Sicurezza nazionale, un'agenzia che dovrebbe occuparsi unicamente della lotta al terrorismo senza intaccare diritti e libertà fondamentali dei cittadini egiziani. Alla Giustizia è invece andato Mohamed Abdel-Aziz el-Gendi, procuratore generale negli anni Ottanta. Sharaf ha scelto un homo novus anche per gli Esteri nominando ministro Nabil Elaraby, filo-palestinese, vicino al movimento del riformista el-Baradei, rappresentante dell'Egitto alle Nazioni Unite nel corso degli anni Novanta e giudice della Corte Internazionale di Giustizia tra il 2001 e il 2006. Elaraby ha sostituito l'uscente Ahmed Aboul-Gheit, ministro dal 2004, ma inviso al popolo di Piazza Tahrir per aver condannato i manifestanti durante i primi giorni della rivolta. Il Washington Post ha osservato come questa nuova nomina preoccupi non poco Israele e, di riflesso, gli Stati Uniti: nonostante abbia fatto parte del team che mise a punto gli accordi di Camp David, Elaraby non sarà certamente disposto ad accettare la politica israeliana nei territori occupati palestinesi. L'equilibrio e i giochi di alleanze in Medio Oriente, insomma, rimangono ancora un grosso interrogativo.

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE - Ultima tappa della transizione è stata, in ordine di tempo, quella del referendum sulle riforme costituzionali tenutosi lo scorso 19 marzo. Le consultazioni hanno registrato l'affluenza record del 41%, con 18 milioni e 500 mila votanti: un dato impressionante se si considera che alle elezioni parlamentari dello scorso anno, peraltro corrotte da brogli e irregolarità, si era recato alle urne meno del 25% degli aventi diritto, con picchi del 10% in alcune zone. I voti invalidati sono stati 171.190, ma le autorità non ne hanno comunicato il motivo: nel corso delle consultazioni, in effetti, Al Jazeera ha segnalato come molte delle schede sottoposte ai cittadini fossero prive del marchio ufficiale sul dorso e quindi da considerar come nulle. Al termine dello spoglio i sì hanno vinto con il 77,8% dei voti, determinando dunque l'approvazione da parte del popolo egiziano alle modifiche della Costituzione e prospettando le elezioni parlamentari e presidenziali, con la conseguente fine della guida militare, entro giugno di quest'anno.

I NOVE EMENDAMENTI - I cittadini egiziani sono stati chiamati a esprimersi in merito a nove emendamenti alla Costituzione, da approvare o respingere in toto. Il primo riguarda i requisiti per i candidati alla presidenza del Paese: confermati quelli già esistenti, genitori egiziani che godano di diritti civili e politici ed età minima di 40 anni, l'articolo riformato prevederà anche che i genitori del candidato non abbiano contemporaneamente la cittadinanza di un altro Stato e che il coniuge non sia straniero (clausola che di fatto impedisce la candidatura di El Baradei in quanto sposato con un'iraniana, Aida el Kashef, cugina dell'ayatollah Kani, ex Primo Ministro dell'Iran). Sempre per quanto riguarda la corsa alla presidenza, il referendum proponeva un emendamento che rendesse più semplice per i candidati indipendenti poter scendere in campo. Una delle modifiche più significative riguarda inoltre la durata della carica di Presidente: mentre la Costituzione del regime dittatoriale prevedeva un periodo di sei anni reiterabile per un infinito numero di volte, il referendum ha fatto sì che d'ora in poi il mandato sia di quattro anni e rinnovabile per una sola volta nella vita. La Costituzione obbligherà inoltre il Presidente a designare un vice, mentre l'attuale testo prevedeva semplicemente la possibilità della nomina, di cui Mubarak non si è naturalmente avvalso sino alle ultime due settimane del suo dominio, quando ha investito della carica Omar Suleiman. E se per trent'anni l'Egitto ha vissuto in stato di emergenza, in quanto la Costituzione prevedeva che fosse approvato dalla Camera bassa del Parlamento, a maggioranza PND, d'ora in poi un periodo di stato di emergenza della durata superiore a sei mesi dovrà essere sottoposto a referendum. Un'ulteriore presa di distanza dalla dittatura è data dalla reintroduzione del controllo giudiziario sulle elezioni per tutta la loro durata, dalla registrazione del votante fino all'annuncio dei risultati. Il referendum ha poi optato per l'abolizione dell'articolo 79 della Costituzione, che formalmente attribuiva al governo poteri praticamente illimitati per combattere il terrorismo, ma che fungeva da giustificazione per arresti che non venivano poi sottoposti ai tribunali civili ordinari, ma militari o a corti d'emergenza. L'emendamento all'articolo 189, infine, stabilisce che il Parlamento dovrà eleggere entro 6 mesi dal suo insediamento un'assemblea costituente incaricata di redigere una nuova carta costituzionale da sottoporre a consultazione popolare entro un anno. I quesiti del referendum ricalcavano insomma in blocco le richieste avanzate al governo da parte dell'opposizione: proprio sull'approvazione o meno delle modifiche costituzionali, tuttavia, il fronte rivoluzionario si è spaccato.

LE RAGIONI DEI SI' - Si sono pronunciati a favore del sì il PND e i Fratelli Musulmani, perché in seguito all'approvazione degli emendamenti, come effettivamente è accaduto, la giunta parlamentare militare avrebbe avuto la possibilità di fissare le elezioni politiche per giugno, concedendo ai preparativi un periodo di tempo molto breve che non avrebbe permesso ai piccoli partiti di organizzarsi per competere adeguatamente. Questa situazione avrebbe favorito invece i più strutturati PND e Fratellanza. In una conferenza stampa tenutasi presso l'Armed Forces Media Center di Heliopolis e ripresa dalla tv araba Al Jazeera, invece, il 28 marzo un portavoce delle forze armate ha annunciato che le elezioni parlamentari si terranno il prossimo settembre e che poco prima verrà revocato lo Stato d'emergenza. Il Supremo consiglio militare delle forze armate ha dunque accolto le richieste dei leader di alcuni gruppi di opposizione che chiedevano tempo per potersi organizzare. E se il PND ha tutti gli interessi a mantenere il più possibile lo status quo e a cercare di lasciare fuori dai giochi le forze progressiste che hanno fatto la rivoluzione, ancora non appare chiara la posizione dei Fratelli Musulmani. Forza (forse) non trainante, ma comunque presente e fondamentale nel corso delle proteste di Piazza Tahrir, il 19 febbraio scorso la Fratellanza ha fatto sapere tramite il suo portavoce El Katatni di essere contraria all'instaurazione di un regime di tipo iraniano in Egitto, di non puntare alla maggioranza parlamentare e di non voler presentare un candidato alle presidenziali, ma di essere interessata piuttosto a costruire un grande partito islamico che chiami all'azione politica. Difficile prospettare cosa potrà accadere in futuro nel caso di una vittoria della Confraternita: l'Egitto potrebbe cadere nelle grinfie del fondamentalismo islamico, anima che comunque è viva e fondante all'interno della Fratellanza, oppure inquadrarsi all'interno di un sistema finalmente democratico, anche se evidentemente non laico. A questo proposito è da tenere presente il fatto che gli emendamenti proposti dal referendum non intaccavano minimamente l'articolo 2 della Costituzione, che individua nella sharia, la legge coranica, il fondamento del diritto. Le forze armate hanno però fatto sapere che nel corso delle elezioni verrà adottata una legge liberale che conserva il divieto di candidatura per i partiti religiosi, ma che comunque permetterà a movimenti come quello dei Fratelli Musulmani di partecipare, a patto che la loro appartenenza non sia vincolata al credo religioso e che mantengano una base laica. I Fratelli Musulmani, per presentarsi alle elezioni, dovranno dunque eliminare dalla propria piattaforma programmatica il divieto per copti e donne di partecipare alla corsa alla presidenza. I sostenitori del sì, inoltre, hanno osservato come le imminenti elezioni limiteranno di fatto il periodo di controllo del Paese da parte dell'esercito. Alaa Adb El Fattah, attivista del Cairo, in un post diffuso la scorsa settimana, metteva in guardia sul fatto che il rifiuto degli emendamenti proposti dal referendum avrebbe consolidato il potere dell'esercito. Anche El-Kassas, giovane attivista intervistato per English Al Jazeera, ha detto: “Se votiamo no non siamo sicuri di cosa l'esercito farà. In qualunque modo, si o no, avremo infine una nuova Costituzione...l'unica differenza è quanto a lungo i militari staranno al potere”. Sull'intricato scacchiere egiziano le forze armate costituiscono un'altra pedina che, nonostante le dichiarazioni di buoni intenti, rappresenta una grossa incognita per il futuro dell'Egitto. Incognita che si fa ancora più oscura se si considerano le recenti accuse di violazione dei diritti umani rivolte loro, accusate di avere torturato alcune persone arrestate in Piazza Tahrir all'inizio del mese. Controversa inoltre è la recentissima introduzione da parte del governo egiziano di un decreto legge che stabilisce pene severe per scioperi, sit-in e manifestazioni. Un duro colpo per i gruppi d'opposizione, soprattutto in relazione al fatto che le forze militari, sin dall'inizio delle proteste di Piazza Tahrir, si sono presentate come un'istituzione del popolo che sosteneva il cambiamento. Il New York Times, in un articolo pubblicato il 25 marzo, segnalava gravi preoccupazioni sul fatto che in Egitto sia in atto una sorta di patto tacito tra la Fratellanza e le forze armate per spartirsi il potere e ristabilire l'ordine. Il Generale Ismail Etman, portavoce dei militari, ha però smentito quest'ipotesi: “L'obiettivo del Supremo consiglio delle forze armate egiziane, che è partito l'11 febbraio, non è cambiato: le forze armate proteggono la rivoluzione, la difendono- noi siamo la rivoluzione, noi la supportiamo e introduciamo delle misure per permetterle di avere successo. Siamo accusati di stare dalla parte dei Fratelli Musulmani; noi non stiamo con nessuno in particolare. Noi stiamo con l'Egitto. Stiamo con la gente.” I sostenitori del sì, inoltre, hanno osservato come le elezioni a giugno limiteranno di fatto il periodo di controllo del Paese da parte dell'esercito, altra forza che, nonostante le dichiarazioni di buoni intenti, costituisce una grossa incognita per il futuro dell'Egitto. Incognita che si fa ancora più oscura se si considerano le recenti accuse di violazione dei diritti umani rivolte ai militari, accusati di avere torturato alcune persone arrestate in Piazza Tahrir all'inizio del mese. Alaa Adb El Fattah, attivista del Cairo, in un post diffuso la scorsa settimana, metteva in guardia sul fatto che il rifiuto degli emendamenti proposti dal referendum avrebbe consolidato il potere dell'esercito. Anche El-Kassas, giovane attivista intervistato per English Al Jazeera, ha detto: “Se votiamo no non siamo sicuri di cosa l'esercito farà. In qualunque modo, si o no, avremo infine una nuova Costituzione...l'unica differenza è quanto a lungo i militari staranno al potere”.

I TIMORI DEL FRONTE DEL NO - Si sono invece espressi per il no e sono nuovamente scesi in Piazza Tahrir molti giovani attivisti che hanno animato la rivoluzione. La motivazione principale del rigetto risiede nella pretesa di una nuova Costituzione, in quanto l'attuale è concepita come un'inaccettabile cordone ombelicale con il vecchio regime abbattuto. In effetti l'articolo 189 revisionato prevede che il parlamento formatosi in seguito alle elezioni di giugno elegga un'assemblea costituente, ma la paura di molti è che il prossimo referendum sottoposto ai cittadini non riguarderà una nuova, democratica, Costituzione, bensì un'ulteriore serie di emendamenti a quella corrente. Suscita qualche perplessità anche l'articolo che aumenta i requisiti richiesti ai candidati alla presidenza e che impedisce la possibilità per tutti i cittadini egiziani di diventare capo dello Stato. Gli attivisti hanno inoltre fatto circolare un volantino che illustrava come la nuova Costituzione lasci quasi intatti i poteri del Presidente: questi potrà ancora nominare un terzo del Concilio Shura, la camera alta del Parlamento e più di dieci membri della camera bassa; conserverà inoltre il comando del consiglio di difesa e della polizia, nonché la facoltà di sciogliere incondizionatamente il parlamento. Il pericolo insomma, è che la rivoluzione si riveli un fuoco di paglia e che lentamente e inconsapevolmente l'Egitto scivoli di nuovo nell'incubo trentennale da cui crede di essere uscito o che, addirittura, finisca in pasto al fondamentalismo islamico.

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Marzo 2011 19:29

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