L'Egitto del dopo Mubarak è alle prese con la complessa missione della strutturazione di un sistema democratico: anche se la formazione di un nuovo governo, comunque militare e transitorio, fa ben sperare per il futuro, il Paese appare ancora ben lontano dalla stabilità. Tra continue lotte e manifestazioni, un referendum sulle modifiche costituzionali che fa sorgere più di qualche perplessità, i membri della vecchia classe dirigente che paiono avere ancora in pugno la situazione e il dilemma rappresentato da esercito e Fratelli Musulmani, la sfida più difficile per l'Egitto sembra ora gettare le fondamenta di un nuovo Stato.
LE DIFFICOLTÀ DELLA RICOSTRUZIONE - “I miei sentimenti sono pieni di preoccupazione e paura di perdere tutto quello che abbiamo ottenuto. La gente incomincia nuovamente a sentirsi comoda a casa propria, rilassandosi e dimenticando che abbiamo un messaggio da portare avanti, dimenticando che la rivoluzione non è ancora finita, che là fuori c'è ancora la vecchia guardia corrotta e il potenziale per una massiccia controrivoluzione a cui dobbiamo fare attenzione e che dobbiamo contrastare”. Così si esprime Ramy Essam, cantautore egiziano intervistato da Mark Levine, storico ed esperto di Medio Oriente e Islam. Le parole del cantautore, la cui canzone “Irhal” è diventata l'inno non ufficiale delle rivolte che hanno portato all'abbattimento del regime trentennale di Mubarak lo scorso 11 febbraio e il passaggio del potere provvisorio ai militari, ben riassumono le difficoltà del Paese nel gestire la delicata transizione. Anche se il sipario dell'opinione pubblica internazionale appare infatti calato sulle vicende egiziane, è proprio ora che nel Paese la situazione si è fatta particolarmente delicata. Abbattuto ciò che era male, eliminato ciò che era marcio, il popolo egiziano si trova adesso alle prese con la missione più difficile, ovvero quella di costruire le fondamenta di un regime libero e democratico, al riparo da derive autoritarie o fondamentaliste.
UNA PIAZZA ANCORA BOLLENTE - E l'atmosfera continua a essere rovente in Piazza Tahrir, centro delle proteste e ribellioni che hanno costituito la rivoluzione egiziana di fine gennaio. Anche dopo le dimissioni di Mubarak si sono infatti susseguiti in tutto il Paese scioperi, sit-in e proteste. Il 25 febbraio la polizia militare egiziana ha disperso con la forza un gruppo di manifestanti che richiedevano le dimissioni del Primo Ministro, il generale Ahmed Shafiq, mentre il 7 marzo è stata la volta degli studenti universitari del Cairo, che in più di duemila si sono sollevati per chiedere l'allontanamento del rettore e dei capi dei dipartimenti, l'elezione dei responsabili accademici da parte dei docenti, l'approvazione di un nuovo statuto studentesco, l'insegnamento gratuito nelle università pubbliche, lo scioglimento di tutti i consigli di amministrazione e l'espulsione definitiva dai campus della polizia universitaria. Il 9 marzo Piazza Tahrir è stata invece teatro di una serie di scontri tra giovani appartenenti a opposte fazioni, aggravatisi in seguito alla partecipazione di gruppi di agitatori che, armati di bastoni e catene, hanno preso ad assaltare i manifestanti. Una situazione che risulta molto complicata da gestire, tanto che già a metà febbraio il Consiglio supremo delle forze armate ha diramato un comunicato nel quale evidenziava i rischi per la sicurezza pubblica che le continue sommosse possono provocare, nonché la difficoltà nell'assicurare un clima pacifico idoneo a un passaggio del potere dalle forze militari alle autorità civili legittime. Il 9 marzo, invece, il nuovo primo Ministro Essam Sharaf in un incontro con il capo del Consiglio supremo delle forze armate, Hussein Tantawi, ha proposto di inasprire le pene per i facinorosi che attaccano i manifestanti, arrivando addirittura a suggerire la pena di morte in caso di omicidio. Da non sottovalutare sono anche i sanguinosi scontri tra copti e musulmani, che dopo la strage di cristiani avvenuta ad Alessandria in occasione del Natale copto, hanno continuato a tormentare il Paese, mietendo 13 vittime soltanto il 9 marzo scorso. Al di là del clima di instabilità e insicurezza che inevitabilmente queste lotte comportano, non è da escludersi un'implicazione politica: i Fratelli Musulmani hanno infatti accusato il partito dell'ex dittatore Mubarak, il Partito Nazionale Democratico (PND), e la Sicurezza di Stato, il servizio investigativo del ministero degli Interni, di aver fomentato gli scontri per spaccare e indebolire il fronte di opposizione al vecchio regime, sperando in tal modo di approfittare del caos per rimpossessarsi del potere. Ed è anche per conservare la verità e fare giustizia sul passato regime che il popolo egiziano continua a battersi per le strade e nelle piazze. Tra il 4 e il 6 marzo scorsi, poco prima del giuramento del nuovo governo, avvenuto il 7 marzo, in tutto il Paese folle di manifestanti hanno preso d'assalto diversi edifici della Sicurezza di Stato, la polizia segreta macchiatasi nel corso di trent'anni di dittatura dei più gravi crimini contro l'umanità. La miccia che ha innescato le nuove sollevazioni è stata il fatto che nel corso delle rivolte di gennaio e febbraio gli agenti sono stati visti mentre aggredivano o arrestavano manifestanti pacifici. Motivazioni dell'assalto sono state non solo la richiesta dello smantellamento della polizia segreta, prontamente realizzato dal nuovo ministro dell'interno Mansur al-Issawi, e la messa a processo dei suoi gerarchi, ma anche quella di scongiurare la pratica già adottata di bruciare o distruggere i documenti che costituiscono prova della violazione dei diritti umani. I manifestanti infatti, introdottisi negli edifici della Sicurezza di Stato, hanno trovato molti resti di carte bruciate e documenti raccolti, impilati e pronti per essere distrutti. Ora il popolo d'Egitto non chiede solo il cambiamento per il futuro, ma pretende anche che venga fatta giustizia sulle atrocità commesse in passato.
LA VISITA DI CAMERON - David Cameron, primo ministro britannico, è stato il primo tra i capi di Stato e di governo a visitare l'Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak, il 21 febbraio scorso. Questa è stata solo una delle tappe del viaggio in Medio Oriente che il leader conservatore ha affrontato per promuovere la democrazia e consolidare i rapporti commerciali della Gran Bretagna con i Paesi dell'area. Cameron ha incontrato l'allora primo ministro egiziano, Ahmed Shafiq, il capo del Consiglio supremo dell'esercito, Mohamed Tantawi, e i leader dei movimenti d'opposizione, eccezion fatta per i Fratelli Musulmani. Questa scelta di Cameron e del suo staff ha provocato non poche perplessità, tanto che un rappresentante della Fratellanza ha fatto sapere di considerare “stupefacente” l'esclusione dalle consultazioni con il leader britannico di quella che è stata a tutti gli effetti un'anima della rivolta democratica. Secondo il New York Times, la scelta di Cameron sarebbe stata invece determinata proprio dalla volontà di prendere le distanze da qualunque interpretazione della rivoluzione egiziana alla luce della partecipazione di forze estremiste o integraliste islamiche: “le rivolte non sono fatte da estremisti per le strade. Questa è gente che vuole ottenere le libertà fondamentali che noi diamo già per acquisite.” La visita di Cameron nell'Egitto del dopo-Mubarak ha suscitato non poche polemiche anche sulla stampa britannica. Il motivo può essere chiaramente identificabile nella lista dei nomi di chi ha accompagnato il primo ministro in Medio Oriente: ben otto sono i rappresentanti delle industrie belliche del Regno Unito. A questo proposito il Daily Mirror ha apertamente accusato Cameron di avere “usato cinicamente la rivoluzione egiziana per coprire un viaggio finalizzato alla vendita di armi britanniche nei Paesi del Medio Oriente”, mentre il Daily Mail lo ha criticato per l'incoerenza tra il motivo dichiarato della visita, ovvero la promozione della democrazia nel Paese, e quello autentico, ossia assicurare ricchi contratti all'industria d'Oltremanica. Accuse, queste, a cui il primo ministro ha risposto durante il viaggio in Medio Oriente cercando di dimostrare come la promozione di riforme democratiche e della ripresa economica siano gli strumenti fondamentali per garantire l'equilibrio all'interno del Paese. La Gran Bretagna ha inoltre fornito un segnale importante in questo senso sospendendo l'esportazione di armi in Libia e Bahrein per evitare che venissero utilizzate per reprimere le insurrezioni.