Focus Libano - Dal mandato francese al Tribunale Speciale - Parte III

Martedì 08 Marzo 2011 18:58 Daniele Nicolini World - Politica
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Unifil al confine

Terzo appuntamento di FusiOrari con Focus Libano. In questa parte si incontreranno tre elementi essenziali dello scenario libanese contemporaneo. Vengono presentati Hezbollah, che ritirando i suoi ministri in gennaio ha provocato la caduta del premier Saad Hariri, e il Tribunale Speciale per il Libano,  oggetto della disputa che ha generato la crisi politica. Si offrirà inoltre una panoramica dell’impegno delle Nazioni Unite nell’area attraverso la missione UNIFIL.

AMBIGUO – Considerato da alcuni come uno Stato nello Stato, Hezbollah - il Partito di Dio - nasce nei primi anni ’80 come resistenza all’invasione israeliana. In quanto movimento sciita si concentra nel sud del Paese, la regione più colpita dalla guerra e dove la maggior parte della popolazione ne condivide la confessione religiosa. Inizialmente sola forza militare, gioca un ruolo chiave nel contrastare le forze israeliane fino al loro ritiro dal Libano nel maggio del 2000. Già dalla seconda metà degli anni ’90 si forma però anche come partito politico, con un peso crescente nella vita pubblica di Beirut. Ottiene una notevole rappresentanza nel governo di unità nazionale costituito nel 2009, sufficiente da causare la caduta del governo di Saad Hariri lo scorso 13 gennaio, quando decide di ritirare i propri ministri. In questi anni non perde però mai la propria ala militare, denominata “Resistenza islamica”, che anzi si rafforza sempre più. Una forza che deriva dal supporto esterno di Siria e Iran, come dimostrato lo scorso ottobre con la visita di Ahmadinejad nel Paese dei cedri. Hezbollah gode però anche di un partecipato consenso interno, in larga parte costituito dalla popolazione sciita. È un appoggio costruito non solo grazie alla forza militare e politica, ma anche grazie alla vasta rete di contributi che fornisce: aiuta le famiglie dei caduti con risarcimenti economici, costruisce ospedali e scuole, fornisce assistenza sanitaria. Sopperisce quindi all’assenza dello Stato in diverse aree impoverite del Paese. Dispone anche di un canale televisivo, Al Manar TV, oscurato però in Unione Europea e America per le sue tinte ritenute troppo antisemite. È dunque duplice l’anima del Partito di Dio – guidato dal ’93 dal carismatico sceicco Sayyed Nasrallah – che da un lato cerca la legittimazione sul piano politico, mentre sul piano militare ribadisce con forza il suo ruolo insostituibile di “protettore” dagli israeliani.

UNIFIL – 1695 italiani sono schierati come forze ONU nel sud del Libano, tra il fiume Litani e la Blue Line, dove circa 12000 soldati sono impiegati nella missione di peacekeeping UNIFIL. La presenza dei caschi blu risale al 1978, quando le risoluzioni 425 e 426 stabiliscono il loro impegno a confermare il ritiro dei soldati israeliani e a ristabilire la pace e la sicurezza nell’area. A seguito dell’invasione israeliana del 2006, il Consiglio di Sicurezza ne rafforza il mandato con la risoluzione 1701, aumentando il numero di soldati schierati. Dal 2007 al gennaio 2010 la nuova operazione - UNIFIL 2 – è sotto il comando italiano del generale Graziano, che lascia poi la guida al generale spagnolo Alberto Asarta. A cinque anni di distanza dal nuovo mandato il giudizio sull’operato è piuttosto controverso.  La risoluzione prevede che l’addestramento dell’esercito ordinario libanese, così che possa prendere il controllo del territorio nazionale, in particolar modo nel sud, dove è invece Hezbollah ad avere il predominio. Tuttavia il Partito di Dio non è stato smantellato e si è anzi rafforzato, mantenendo sostanzialmente la propria influenza in quell’area del Libano. Ma ci sono altri aspetti di questa missione che è necessario mettere in evidenza e che hanno dato risultati più soddisfacenti. In questo contesto si inseriscono i Quick Impact Projects, per cui l’ONU stanzia ogni anno mezzo milione di dollari. Si tratta di progetti relativamente piccoli- per ogni singola iniziativa sono previsti al massimo 25.000 USD – che prevedono una rapida implementazione, e che si propongono di integrare, ma non sostituire, il lavoro umanitario delle altre agenzie sul lungo termine. Si è così contribuito alla costruzione di infrastrutture fondamentali, come strade o impianti di purificazione dell’acqua, oltre alla formazione professionale dei giovani libanesi. Particolarmente importante l’impegno di UNIFIL nella rimozione delle cosiddette cluster bomb - rimaste inesplose sul territorio in seguito ai numerosi conflitti - che ha portato alla bonifica di oltre trenta milioni di chilometri quadrati. Non da ultimo il contingente ONU è impegnato nella definizione e nel pattugliamento della Blue Line, la linea stabilita dall’ONU che divide Libano e Israele, che non rappresenta però il confine ufficiale. La forza internazionale si interfaccia con i rappresentanti libanesi e israeliani per definire ogni punto di tale linea. Un estenuante lavoro diplomatico, che si spera possa ridurre le ragioni di conflitto tra le due parti. La domanda è quindi se questi numerosi interventi sul piano umanitario possono mettere in ombra i limiti nell’ambito militare. Limiti che si sono palesati lo scorso agosto, nel primo scontro serio dopo il conflitto del 2006. Dopo un vano tentativo di mediazione, i soldati UNIFIL si sono dovuti ritirare, senza riuscire ad impedire un escalation di scontri che ha portato alla morte di tre palestinesi – tra cui un giornalista – e un ufficiale israeliano.

IL TRIBUNALE SPECIALE – A seguito dell’omicidio di Rafiq Hariri nell’attentato del 14 febbraio 2005, la comunità internazionale si mobilita per identificare i responsabili dell’attentato. L’ONU approva una commissione d’inchiesta e la polizia di Beirut individua in quattro generali libanesi i principali sospetti dell’operazione terroristica, che sono prontamente arrestati nel settembre 2005. Dal 2006 inizia la collaborazione tra Nazioni Unite e governo libanese per l’istituzione di un tribunale internazionale per l’assassinio di Hariri. Non è il primo organo giuridico del genere fondato dalle Nazioni Unite, altri esempi erano stati il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e quello per il Ruanda. Ma se questi si occupavano di crimini quali il genocidio, il TSL è il primo istituito ad hoc per un crimine quale un “semplice” attentato. Ne è presidente Antonio Cassese, giurista italiano già a capo della Commissione internazionale d’inchiesta dell’ONU sui crimini nel Darfur. Il Tribunale Speciale per il Libano – con un budget di oltre 40 milioni di euro - entra in funzione solo tre anni dopo, il primo marzo 2009, e soltanto lo scorso 17 gennaio si è arrivati alla formale consegna degli atti d’accusa da parte del procuratore canadese Daniel Bellamare. Si attende a breve che il giudice Daniel Fransen si esprima su tale documentazione, che potrà rigettare o accettare completamente o parzialmente. Comunque in questi anni non sono mancate rivelazioni sul caso. Le indagini sembrano inizialmente puntare il dito contro la Siria, ma i quattro generali sospettati in principio vengono rilasciati su decisione del TSL nella primavera del 2009, dopo quattro anni di detenzione. Una prima importante svolta si ha nel giugno del 2008, quando il Der Spiegel pubblica nuove indiscrezioni. Il settimanale tedesco riporta infatti da fonti che afferma essere vicine agli inquisitori ONU che nuove prove farebbero ricadere la responsabilità dell’attentato su membri di Hezbollah. A scoprire questo quadro non sarebbe stata la sofisticata commissione ONU, ma un arguto capitano della polizia libanese, Wissam Eid, che il 25 giugno 2008 rimane però vittima di un attentato terroristico. Fulcro della nuova pista sarebbero otto cellulari, acquistati contemporaneamente a Tripoli e attivati sei settimane prima dell’attacco. Il loro traffico sarebbe stato solo interno a questi otto e dopo la morte di Hariri non sarebbero stati più utilizzati.  Con una eccezione: uno degli apparecchi sarebbe stato poi imprudentemente impiegato da uno degli attentatori per una telefonata alla fidanzata. Da quest’unica chiamata gli investigatori sarebbero riusciti a ricostruire una rete telefonica, i cui possessori indicherebbero Hezbollah come principale mandante dell’operazione. Nasrallah, il leader di Hezbollah, subito smentisce le indiscrezioni del settimanale tedesco, additandole come un calibrato tentativo di destabilizzare il Partito di Dio a sole due settimane dalle nuove elezioni in Libano. Tuttavia queste rivelazioni sono ribadite in un’altra inchiesta, pubblicata nel novembre 2010 dall’emittente canadese CBC. Le conclusioni sono analoghe a quelle del Der Spiegel, con uguale riferimento alla rete di cellulari, ma si aggiunge qui la possibile complicità di Wissan al Hassam, capo dell’intelligence libanese. Questi sarebbe dovuto essere con Rafiq Hariri il giorno dell’attentato, ma la sera prima, riporta la CBC, avrebbe chiamato l’ex premier libanese sostenendo di doversi assentare per tenere un esame in università. I registri telefonici riporterebbero che Hassan prima chiama Hariri, e solo in seguito fissa il suddetto esame con una telefonata al rettore.

VERSO IL VERDETTO - Hezbollah rifiuta queste conclusioni e non ha mai smesso, attraverso il suo leader, di delegittimare il tribunale, definendolo a più riprese uno strumento occidentale per colpire il Partito di Dio e rifiutandone le eventuali accuse mosse ai suoi uomini. Sarebbe Israele - afferma il Sayyed Nasrallah in una dichiarazione dello scorso agosto - il reale mandante dell’attentato. Tutte le parti in gioco, nazionali e non, si affrettano ad esprimersi pro o contro il TSL. Anche il leader dei drusi, Waledd Jumblatt, si è recentemente schierato contro il tribunale, ritenendone l’operato inficiato da pressioni politiche contrarie agli interessi libanesi. Analoghe le posizioni espresse dall’ayatollah iraniano Khamenei. A supporto di tali tesi ci sarebbe anche un cablo di Wikileaks, che riporta un commento del procuratore Daniel Bellamare, mentre richiede dati e analisi della CIA ad un interlocutore americano: “Voi siete i giocatori chiave: se non ci aiutate voi, chi ci aiuta?”.  L’influenza che la vicenda del tribunale sta avendo sulla politica libanese si è ulteriormente manifestata lo scorso 13 gennaio, quando undici ministri vicini ad Hezbollah si sono ritirati causando la caduta del governo di Saad Hariri. Il motivo sarebbe proprio la collaborazione dell’ormai ex premier con gli organi del TSL, ritenuta inadeguata dal Partito di Dio. Intervistato dalla BBC, il neo primo ministro libanese, Najib Mikati, si esprime a favore del dialogo tra le parti, evita di schierarsi e rimanda le responsabilità del TSL alla comunità internazionale e all’ONU. Lo scenario in un Paese già fragile quale il Libano si fa dunque sempre più incerto. Se le indiscrezioni verranno confermate e la sentenza del tribunale colpirà membri di Hezbollah, Libano e Nazioni Unite si troveranno di fronte ad un bivio: accettarne il verdetto, innescando un possibile conflitto con la fazione sciita, o ignorarne le conclusioni, delegittimando il ruolo della comunità internazionale e mostrandosi in balia delle pressioni di Hezbollah.

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 12 Marzo 2011 20:38

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