Trenta giorni dopo la caduta del regime, che cosa è cambiato davvero in Tunisia? Nonostante i disordini ancora presenti nelle zone periferiche del paese e la fuga di molti verso l’Europa, le persone che restano aspettano le elezioni, guardando con fiducia al loro futuro. I giovani tunisini vogliono una vita dignitosa, migliore di quella dei loro genitori: adesso tocca alla classe politica dare una risposta soddisfacente.
IL PRIMO MESE - C’è una battuta che gira fra i ragazzi tunisini sul 14 febbraio: “Tu lo festeggi San Valentino?” “Veramente” – rispondono – “festeggio un mese che è fuggito Ben Ali.” Ad un mese di distanza dalla caduta della dittatura si riesce, per fortuna, a scherzare su quella che è stata la svolta di una nazione. In meno di un mese, infatti, la Tunisia è riuscita a liberarsi dal giogo dittatoriale imposto per ben 23 anni da Zine El-Abidine Ben Ali, un ex militare che, dopo una folgorante carriera, depose nel novembre del 1987 l’allora presidente Habib Bourguiba, giudicato da una commissione ad hoc “non idoneo al comando” a causa dell’età avanzata. Egli operò un colpo di stato “pulito” (se così si può definire un colpo di Stato), cioè senza vittime né proteste; fu quindi una situazione molto diversa da quella che si è verificata poco più di un mese fa.
NASCITA DI UNA RIVOLUZIONE - Ma da cosa è stata generata la cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini? Era il 17 dicembre quando a Sidi Bouzid, città nel sud della Tunisia, un venditore ambulante di verdura, Mohamed El Bouazizi, si diede fuoco per protestare contro i soprusi della polizia di cui era vittima da molto tempo. Il suo gesto è stato una reazione drammatica contro anni di povertà e di ingiustizie che ha acceso la scintilla dell’indignazione e della rabbia nei suoi concittadini. Questo malcontento, allargatosi a macchia d’olio in tutta la nazione, è stato dovuto principalmente alla linea politica condotta dal governo: per colmare almeno in parte il deficit pubblico si era infatti deciso di alzare i prezzi delle materie prime alimentari e dei beni energetici. Quindi, nella settimana fra il 10 e il 16 gennaio, accade l’irreparabile. Le proteste giungono a Tunisi, la capitale, e vedono in prima linea a manifestare gli studenti, i quali si sentono oppressi dall’altro grande problema che vive il paese: la mancanza di lavoro. Il possesso di una laurea non aumenta le possibilità di lavorare e questo crea naturalmente enorme frustrazione nei giovani. In quella settimana si assiste agli ultimi grandi errori del presidente: dopo aver fatto chiudere le scuole per cercare di destabilizzare l’organizzazione studentesca, Ben Ali da ordine al generale Rachid Ammar (Capo di Stato maggiore dell’Esercito) di sparare sulla folla che manifesta davanti ai cancelli della sua villa a Cartagine. Il generale si rifiuta di obbedire e per questo viene immediatamente deposto, ma guadagna l’appoggio della popolazione che lo eleva ad eroe della rivoluzione.
IL CROLLO DELLA DITTATURA - Da questo momento in poi il ruolo dell’esercito diventa sempre più importante: i soldati, a differenza della polizia, non si scontrano più con i civili, ma presidiano i luoghi strategici della capitale con i carro armati (primo fra tutti l’enorme Avenue Bourguiba, dove si trova il Ministero degli Interni). Il giorno successivo Ben Ali gioca la sua ultima carta: tiene un discorso in diretta tv nel quale spiega che per 23 anni è stato consigliato male e che per questo licenzierà i ministri colpevoli. Promette inoltre nuovi posti di lavoro ( i tunisini commentano sarcastici “In effetti il presidente ha bisogno di più poliziotti adesso”) e liberalizza internet, sperando che questo basti ad arginare la rabbia del popolo. La reazione, però, è quella di chi si sente preso in giro: la gente non può dimenticare il sangue ancora fresco per le strade e ormai le promesse non bastano più. Il 14 gennaio la situazione in città diventa insostenibile: i poliziotti non caricano più i civili, il governo si sfalda e Ben Ali scappa dal paese, rifugiandosi in Arabia Saudita.
LE PRIME INCOGNITE - Adesso la situazione sembra tornare gradualmente alla normalità, ma anche se il coprifuoco è finito e i negozi sono aperti, il futuro di questo popolo non è ancora chiaro. Ci sono tuttora tensioni nel centro della Tunisia, scatenate da gruppi non ben identificati che mirano a destabilizzare il paese: occorre ancora del tempo prima che si ritorni alla calma quotidiana. Inoltre c’è il problema dell’attuale governo di transizione, formato principalmente da politici che appartenevano al partito del vecchio regime: il Raggruppamento Democratico Costituzionale (RCD). Primo fra tutti è proprio Mohamed Ghannouchi, attuale Primo Ministro. I tunisini sembrano dividersi su questo punto: c’è chi vorrebbe un reale cambio della classe dirigente e chi invece è consapevole che non si possono avere volti e reputazioni immacolate in una nazione dove, per ventitre anni, non è esistita alcuna opposizione. Infine, sin dai primi giorni di vita del governo di transizione si sta parlando con fiducia di elezioni entro l’estate, probabilmente nel mese di luglio.
LA PROVA DEI GIOVANI - Quando FusiOrari chiede delucidazioni a Boutheina, docente di informatica di 28 anni, lei mi spiega: ”Io, come la maggior parte dei giovani tunisini, sono politicamente ignorante. La nostra generazione è sempre stata apolitica, dato che fin dalla nostra infanzia abbiamo visto personaggi politici che non erano altro che marionette. Dobbiamo imparare ad interessarci di politica e ad avere un’opinione personale in questo senso. È il compito più importante adesso.” Per quanto riguarda l’ipotetica presa di potere da parte di organizzazioni religiose estremiste, dice: “Sono certa che la gente non voterà un partito integralista. Non si fa cadere una dittatura per poi averne un’altra.” Si riferisce ovviamente al ritorno in patria di Rachid Ghannouchi, il leader del partito islamista Ennahda. I tunisini sono molto critici a riguardo, il loro paese è sempre stato abituato ad accogliere altre culture (soprattutto quelle del Mediterraneo) per non parlare del turismo, punto chiave della loro economia. Le parole di Boutheina sono sincere, molto lucide. Arrivano da uno di quei giovani che hanno collaborato durante i giorni di crisi. Ragazzi e ragazze che hanno ripulito le strade dopo i giorni più duri, dopo gli scontri con la polizia. Giovani che hanno formato ronde notturne per proteggere le abitazioni dai saccheggi; ragazzi che, insieme alla loro gente, sono arrivati al punto di controllare i documenti ai poliziotti e ai militari, per assicurarsi della loro identità.
IN ATTESA DI CONFERME - Nonostante la voglia di costruire un futuro dignitoso, però, restano molti problemi, in primo luogo la ripresa dello sbarco dei clandestini tunisini in Europa (l’isola di Lampedusa vive in queste ore un’emergenza umanitaria). A questo punto ci si domanda se l’Unione europea ci sarà ad aiutare l’Italia nell’accoglienza di queste persone, se davvero, alle parole di condanna verso l’attuale comportamento delle dittature nelle zone del Maghreb e del Medio Oriente, faranno seguito aiuti concreti. E proprio sul futuro, Boutheina rivela: “Io sono ottimista e soprattutto fiera di essere tunisina. Qualche mese fa avrei voluto andarmene, cercare un’altra possibilità al di fuori del mio paese, ma adesso non più. Altre nazioni stanno seguendo il nostro esempio. Non si può che andare avanti ora, non abbiamo più paura”.