Per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti hanno esercitato il potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: è il battesimo per l’amministrazione Obama. La frenata arriva nel medesimo contesto in cui avvenne cinque anni fa: la questione israelo-palestinese. Nell’opinione pubblica europea, l’affare non ha avuto una grande eco. Anche negli Stati Uniti, il veto è passato quasi sotto traccia. Ma il fatto è di grande interesse, soprattutto ora: in uno scenario in cui gli equilibri del mondo arabo sono travolti dall’ondata delle rivolte, l’alleanza tra Tel Aviv e Washington prende una boccata d’aria.
BACKGROUND - Sin dall’elezione di Barack Obama, il rapporto tra Stati Uniti ed Israele ha vissuto alti e bassi. L’attuale Presidente americano, dopo il discorso del Cairo, aveva posto al centro della propria politica estera il dialogo con i Paesi musulmani. Il nuovo orientamento, volto a rivalutare l’immagine dell’America nel mondo arabo, si è riflettuto negativamente sullo storico legame che unisce Washington e Tel Aviv. Sull’altra sponda, in questi oltre due anni, il Premier israeliano, Benjamin Nethanyau, ha regolarmente tenuto un atteggiamento provocatorio verso Obama. In più, la posizione favorevole del Dipartimento di Stato USA sulle recenti sollevazioni popolari in Egitto ha amareggiato non poco Tel Aviv, in particolare il Ministro degli Esteri, l’ultra-conservatore Avigdor Lieberman. La costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è il principale nodo gordiano che ha sinora contribuito ad incrinare le relazioni tra le due parti. Il recente veto americano pro-Israele all’ONU giunge proprio in merito a tale controversia, e rasserena (almeno momentaneamente) il clima.
IL VETO - Ma andiamo con ordine: è il Libano che porta a gennaio la questione degli insediamenti all’attenzione dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La proposta mira a condannare ufficialmente l’atteggiamento israeliano a nome di quella che è (e dovrebbe essere) la più alta organizzazione internazionale del mondo. Ben 130 Paesi su 192 sostengono i rappresentanti libanesi, una maggioranza (quasi) schiacciante. Il documento che arriva al Consiglio di Sicurezza in febbraio afferma: "gli insediamenti israeliani creati nel territorio palestinese occupato dal 1967, incluso Gerusalemme Est, sono illegali e costituiscono un grave ostacolo al raggiungimento di una pace giusta, durevole e completa". La Casa Bianca reputa l’aggettivo “illegali” troppo duro e pericoloso per il processo di pace. Così, il Dipartimento di Stato si attiva per la declassificazione del documento da risoluzione a semplice dichiarazione. Nel frattempo, Obama telefona ad Abu Mazen, Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, per cercare un compromesso diplomatico che risulti soddisfacente per Ramallah. All’ONU, l’ambasciatrice americana, Susan Rice, è convinta che una tale perentorietà in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza rischierebbe di "polarizzare le due parti, rendendo ancor più difficile la ripresa dei negoziati". È, infatti, da cinque mesi circa che il dialogo è fermo, ovvero da quando il governo Nethanyau ha sospeso la moratoria sugli insediamenti nell’area orientale della capitale rivendicata. Nella prima metà di febbraio, a Washington, le principali lobby filo-israeliane, l’American Israel Public Affairs Committee e la World Jewish Congress, pressano costantemente i membri del Congresso e, di riflesso, Obama per opporsi all’ONU. Le parti rimangono tutte ancorate sulle proprie posizioni e gli sforzi diplomatici americani non vanno a buon fine. Il 18 febbraio, con l’eccezione degli USA, l'intero Consiglio di Sicurezza si dichiara favorevole all’approvazione del documento. Al momento della votazione, 14 Paesi su 15 esprimono parere positivo. Le europee Francia, Gran Bretagna e Germania votano discordemente rispetto alle richieste americane. Ma il potere di veto degli Stati Uniti blocca la risoluzione. La Rice ufficialmente motiva la scelta chiarendo che “noi pensiamo che non sia saggio per questo Consiglio provare a risolvere la questione centrale che divide israeliani e palestinesi".
PROCESSO DI PACE - Le lobby statunitensi pro-Israele vincono così la loro (ennesima) battaglia. L’ American Israel Public Affairs Committee esulta affermando che "un'altra iniqua risoluzione anti-Israele" non è stata adottata dal Consiglio di Sicurezza. Anche l’opinione pubblica israeliana gioisce, dando grande risalto alla notizia. Il governo diffonde un comunicato annunciando che il veto "contribuisce alla ripresa del processo diplomatico", benché "gli altri membri del Consiglio di Sicurezza si siano trattenuti dal contribuirvi". Dal canto loro, invece, i palestinesi ingoiano il boccone amaro. L’ex negoziatore, Saeb Erekat, constata tristemente che "Israele sta diventando un peso per gli Stati Uniti, ed un pericolo per i loro interessi nella regione". Un alto esponente del governo di Ramallah, invece, fa sapere che da questo momento in poi la possibilità di una ripresa del processo di pace sarà “rivalutato”.