La secessione in Sudan: un bivio politico

Sabato 19 Febbraio 2011 10:30 Alessandro Badella World - Politica
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In questo inizio d’anno, l’opinione pubblica internazionale, prima delle rivolte nel Maghreb ed in Egitto, aveva concentrato la propria attenzione sugli avvenimenti che hanno sancito la separazione del Sudan meridionale dalla capitale Khartoum. Ora che la secessione sembra cosa fatta, compaiono all’orizzonte seri problemi gestionali, geopolitici e di State e nation building.

LA PROVA DEMOCRATICA - Il Sudan meridionale nasce dopo una sanguinosa guerra trentennale, conclusasi con gli accordi del 2009 (conosciuti come Comprehensive Peace Agreement) che hanno portato al referendum del 9-15 gennaio scorso. Il risultato, reso ufficiale solo la scorsa settimana, ha premiato la volontà dei sudanesi del sud di secedere dal regime di Omar Bashir. Ben oltre il 98% dei votanti ha espresso la propria preferenza per la separazione dei due Paesi: il nord musulmano ed il sud animista e cristiano. La prova democratica sembra aver retto, tanto che il referendum ha avuto anche il plauso di diverse ONG e dell’ex presidente americano Carter. Anche l’affluenza è stata decisamente superiore alle aspettative, soprattutto perché è stata organizzato un sistema di voto all’estero, specialmente negli Stati Uniti ed in Canada, dove la comunità sudanese è presente nelle grandi città. Localmente, la consultazione popolare è stata condotta in condizioni culturalmente difficili; oltre l’80% della popolazione è in condizioni di analfabetismo, e la scheda elettorale parlava da sé: alle parole “separazione” ed “unità” sono stati associati anche simboli (mani unite o mano singola). Tuttavia, non si può parlare chiaramente di trionfo democratico o di soluzione dei conflitti con Khartoum. Questo perché, in primis, la secessione potrebbe non servire a placare la repressione governativa in Darfur, che permane comunque sotto il controllo del Sudan, e secondariamente perché la parte secessionista del Paese è chiamata a fare lo sforzo più grande: darsi un ordinamento e mantenersi in vita.

GEOPOLITICA DI UNO STATO ORFANO - Il mese scorso si poteva leggere su L’Occidentale l’epopea petrolifera del Sudan meridionale in un articolo che ribattezza il neo Staterello africano “Oil State”: una sorta di el dorado petrolifero che ha potuto, grazie a ciò che si trova nel sottosuolo, comprarsi la libertà. Tralasciando i circa 2 milioni e mezzo di morti della precedente guerra civile sudanese, il petrolio non è purtroppo simbolo di prosperità e pace nello stesso continente africano. Basti pensare alla Nigeria, punta di diamante dell’OPEC, ma lacerata da sanguinose guerre tribali. Inoltre, il Sudan meridionale è sempre stato in antitesi con la parte settentrionale del Paese. Al sud ci sono i giacimenti petroliferi e le risorse idriche, ma la gestione infrastrutturale ed amministrativa è sempre stata una prerogativa della tecnocrazia della capitale. Il sud del Paese è ricco di risorse, ma non ha (per ora) le infrastrutture per sfruttarle, quindi è solo potenzialmente un “oil state”. Più verosimilmente potrebbe essere una terra di conquista per gli investimenti stranieri. La Cina è in pole position per accaparrarsi la gestione dei giacimenti; inoltre, potrebbero affacciarsi alle porte del neonato Stato anche le mire di riannessione da parte di Bashir, alleato della stessa Pechino. Già, Bashir: un ruolo importante nell’organizzazione della vita politica ed economica del nuovo Stato lo rivestirà sicuramente il governo di Karthoum. Il presidente sudanese, già nel mirino della giustizia internazionale per il reato di genocidio, ha dichiarato di fronte ai Paesi membri dell’Unione Africana di voler rispettare l’esito del voto e quindi di aver intenzione di riconoscere il nuovo Stato. Ma mentre Bashir sceglieva il basso profilo, si verificavano una serie di conflitti tribali che mettevano in pericolo l’unica via di comunicazione stradale tra il nord ed il sud del Paese.

COME IL KOSOVO? - In sintesi, gli Stati di nuova creazione dovrebbero essere in grado di mantenersi in vita da soli per non essere totalmente dipendenti dall’esterno. In Kosovo, la cui indipendenza avvenne con prassi molto discutibili dal punto di vista del diritto internazionale, il fallimento del progetto indipendentista sta proprio nella mancanza di fonti di sostentamento per l’economia locale. L’indipendenza del 2008 ha creato uno Stato “fittizio”, reale solo sulle carte geografiche, poiché economicamente dipendente dagli aiuti esterni e fondato sugli intrallazzi politici ed economici di una élite che ha tratto profitto esclusivo dalla secessione dalla Serbia. Anche la democrazia tanto auspicata è ancora ferma al palo. In Sudan, la secessione potrà essere un elemento fondativo, nuovo e positivo solo se la comunità internazionale riuscirà a non commettere gli stessi errori fatti con Pristina. Se, e solo se, il territorio che avrà Juba come capitale riuscirà a dimostrare di non essere “orfano”, e quindi solo al mondo, potrà trovare una dimensione nazionale ed indipendente all’interno del continente africano. Al contrario, il Sudan meridionale, nonostante il meraviglioso incipit democratico, tornerebbe ad essere un Paese colonizzato dai vicini del Nord e dal neo-colonialismo cinese ed occidentale.

Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Febbraio 2011 12:55

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