Spesso Silvio Berlusconi si è lamentato dei “lacci e lacciuoli”, istituzionali e burocratici, che vincolano e limitano i poteri attribuiti alla carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Un'insofferenza, secondo gli oppositori, contraria ai principi fondamentali della democrazia, del pluralismo politico e della Costituzione repubblicana, ma, secondo i sostenitori, giustificata dal solito teatrino della politica, alla quale Berlusconi ha sempre mostrato di preferire un’azione incisiva e un marcato decisionismo. In tal senso il Cavaliere si è espresso a favore di una riforma costituzionale in direzione di una sorta di repubblica semipresidenziale “alla francese”, anche se in questo caso sarebbe il premier ad uscirne rinforzato, non il Capo dello Stato. Ma aumentare le prerogative del Presidente del Consiglio equivarrebbe realmente ad un’azione di governo più efficace e a minori lungaggini parlamentari? Per la risposta, conviene esaminare, almeno nei tratti più significativi, il modello repubblicano e il sistema elettorale transalpini.
IL SUPERAMENTO DEL PARLAMENTARISMO - La Quinta Repubblica francese, dopo il referendum costituzionale del 1958 voluto da Charles de Gaulle, è definita come una repubblica semipresidenziale (termine coniato dal politologo Maurice Duverger). Le peculiarità rispetto ad una tradizionale repubblica parlamentare sono parecchie. In primo luogo, mentre il Presidente della Repubblica italiano è superpartes, viene designato dal Parlamento in seduta comune, rappresenta l’unità nazionale, nomina il premier e ratifica semplicemente gli atti del governo, la sua controparte francese viene eletta a suffragio universale diretto ed esercita un'influenza sulle vicende politiche nazionali notevolmente superiore, soprattutto nel caso in cui la maggioranza dell'Assemblea Nazionale (la camera bassa) sia appannaggio del suo partito; inoltre, egli non dipende dalla fiducia parlamentare, nomina il Primo Ministro, con il quale condivide il potere esecutivo, presiede le riunioni del gabinetto ministeriale ed è il principale attore nella politica estera. Può indire referendum e sciogliere l'Assemblea. Il suo mandato è di cinque anni, può essere rieletto una seconda volta ma non una terza. Inoltre, mentre il Parlamento del nostro Paese è bicamerale perfetto (ciò significa che la Camera dei Deputati e il Senato hanno esattamente le stesse competenze, benché la camera alta abbia un grado di rappresentatività chiaramente minore), quello francese, bicamerale imperfetto, è composto dall’Assemblea Nazionale e dal Senato, in cui solo l’Assemblea accorda la fiducia al Primo Ministro, che è espressione della maggioranza e dirige l’azione governativa. Nel caso in cui gli schieramenti politici del Primo Ministro e del Capo dello Stato siano diversi, il Presidente è costretto a collaborare con un capo dei ministri a lui ostile e si ha la cosiddetta “coabitazione”: ciò diminuisce i poteri presidenziali, ed aumenta quelli del Primo Ministro e dell'Assemblea Nazionale. La coabitazione si è verificata tre volte nella storia della Repubblica Francese: la prima tra il 1986 e il 1988 fra il presidente socialista Mitterrand e il primo ministro neogollista Chirac, la seconda tra il 1993 e il 1995 fra il presidente socialista Mitterrand e il primo ministro neogollista Balladur e la terza tra il 1997 e il 2002 fra il presidente neogollista Chirac e il primo ministro socialista Jospin. Il tratto essenziale della Costituzione ideata da de Gaulle può essere ricercato nel superamento del parlamentarismo, ritenuto causa di inefficienza nella gestione del Paese, attraverso il rafforzamento delle funzioni esecutive del Presidente della Repubblica, ma senza un eccessivo sbilanciamento verso un presidenzialismo “all’americana”. In altre parole, potremmo affermare che tale meccanismo sia una specie di parlamentarismo alternato: con la coabitazione il regime assomiglia a quello parlamentare, senza coabitazione ci si avvicina a criteri presidenziali. Da notare il fatto che in entrambi i casi la collegialità del consiglio dei ministri è una chimera, dal momento che ogni decisione rilevante viene discussa solamente tra il Presidente e il premier.
PREMIO DI MAGGIORANZA - Il sistema elettorale è, nei regimi democratici, una delle variabili più importanti: a seconda che sia maggioritario o proporzionale, esso influenza in modo decisivo la governabilità dell’assemblea legislativa e la rappresentatività della stessa nei confronti dell’elettorato attivo. Nel secondo dopoguerra, l’Italia si è dotata di un sistema elettorale proporzionale pressoché puro, rimasto invariato per tutta la durata della Prima Repubblica, sebbene nel 1953 il governo democristiano guidato da De Gasperi abbia tentato, invano, una riforma in senso maggioritario con la cosiddetta Legge Truffa, che prevedeva un premio di maggioranza assegnato alla coalizione che avesse superato la metà più uno dei voti validi. Nel 1993, sotto l’impulso di un referendum abrogativo promosso dai Radicali, è stata varata una nuova legge elettorale, la legge Mattarella, soprannominata Mattarellum dal politologo Giovanni Sartori e “Minotauro” per via della sua natura mista: al Senato era istituito un funzionamento maggioritario a turno unico per il 75% dei seggi, corretto per il rimanente 25% da un recupero proporzionale dei non eletti più votati; alla Camera veniva introdotto un andamento proporzionale, a liste bloccate, con soglia di sbarramento al 4%. La volontà era quella di evitare una frammentazione partitica troppo vistosa in seno a Montecitorio e Palazzo Madama, soprattutto in seguito alla scomparsa della DC e del profondo sconvolgimento causato dall’operazione giudiziaria Mani Pulite.
LA "PORCATA" - Attualmente è in vigore la legge 250 del 2005, scritta dall’ On. Calderoli e voluta fortemente da Berlusconi. Soprannominata “porcata” dal suo stesso redattore (nonché Porcellum da Sartori), la legge a meccanismo proporzionale corretto prevede la presenza di liste bloccate, (cioè l'elettore si limita a votare per delle liste senza la possibilità d'indicare preferenze), di candidature multiple (ossia una stessa persona può candidarsi per più di un collegio contemporaneamente e, se viene eletta, può scegliere quale circoscrizione rappresentare, determinando il ripescaggio degli sconfitti negli altri distretti), del premio di maggioranza (alla Camera, l’assegnazione di un minimo di 340 seggi alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa; al Senato il premio è invece garantito su base regionale e corrisponde al 55% dei seggi assegnati ad ogni regione) e della soglia di sbarramento. Relativamente a quest’ultima, alla Camera ogni coalizione deve ottenere almeno il 10% dei voti nazionali, mentre per le liste non collegate la soglia minima viene ridotta al 4%; al Senato lo sbarramento a livello regionale è pari al 20% per le coalizioni e all’8% per le altre liste. La “porcata” è stata criticata aspramente dalle sinistre e anche da numerosi esponenti di destra, particolarmente per le candidature multiple e per il premio di maggioranza. Nonostante ciò, ha regolato le elezioni della XV e della XVI legislatura repubblicana.
MANCANZA DI INIZIATIVE CONCRETE - All’indomani del voto di fiducia parlamentare dello scorso 14 dicembre, che ha confermato l’appoggio delle due Camere al governo Berlusconi, lo stesso Presidente del Consiglio si è detto favorevole ad una modifica della legge elettorale: "Sono d'accordo sul rivedere la legge elettorale e togliere ai partiti la possibilità di indicare i candidati - ha dichiarato - anche se non credo che le segreterie dei partiti vogliano perdere un potere così forte, ma su questo si potrebbe trovare un accordo". " Interverrei anche sulla soglia di sbarramento, che alzerei al 5%; quello su cui non si può derogare - ha proseguito il premier - è il premio di maggioranza, che serve per la governabilità.” Stante la diffusa insoddisfazione a proposito del Porcellum, ogni parte politica sta cercando di promuovere altri modelli, anche se proposte originali e concrete non se ne sono ancora viste (eccezion fatta per i due quesiti referendari elaborati dallo studioso Giovanni Guzzetta, che includono il divieto di creare alleanze e la soppressione delle pluricandidature). Può essere quindi interessante vedere come funzionano le cose aldilà delle Alpi.
VOTARE IN FRANCIA - Per le elezioni legislative è utilizzato il sistema maggioritario uninominale a doppio turno; per accedere alla seconda votazione, è necessario che il partito (o la coalizione) riceva almeno il 12,5% degli scrutini validi. In questo modo, però, si hanno effetti deformanti sulla ripartizioni dei suffragi in seggi, avvantaggiando le formazioni piccole alleate a un gruppo più grande, e svantaggiando duramente i partiti che corrono da soli. Ciononostante, i riflessi positivi sono ben presenti, come sottolinea Giovanni Sartori: "Il doppio turno (alla francese) decapiterebbe i partitini ricatto; ma finché ci teniamo il monoturno è sicuro che resteranno". Viene applicato il maggioritario uninominale a doppio turno pure per le presidenziali, il che vuol dire che il candidato deve raggiungere o superare la maggioranza assoluta (50% + 1) per essere eletto al primo turno. Dato che tale possibilità non si è mai verificata, si è sempre ricorso ad una seconda votazione, che mantiene nella contesa solamente i due candidati più votati alla prima tornata. Sovente le personalità eliminate si dichiarano in favore di uno dei due candidati giunti al ballottaggio, influenzando così indirettamente l’elettorato. Il doppio turno incoraggia l’elettore a esprimere un voto sincero alla prima tornata, mentre comporta la tendenza al voto strategico nella seconda. Tuttavia, un tale funzionamento provoca un rischio potenziale, quello di opporre al ballottaggio un candidato poco amato ad un esponente di un partito antisistema. E’ ciò che accadde nella circostanza delle elezioni 2002, che ebbero come esito la riconferma della carica ad un criticato Jaques Chirac; al primo turno Chirac raccolse il 19,88% delle preferenze dei francesi, a fronte del 16,18% del socialista Lionel Jospin, il quale venne eliminato dall’exploit di Jean-Marie Le Pen, leader del Front National, compagine politica dell’estrema destra razzista ed euroscettica, capace di raccogliere il 16,9% dei consensi. Conseguentemente, alla seconda tornata finirono per convergere sul nome di Chirac le preferenze degli elettori di sinistra, invitati a votare per il centro-destra da tutti gli autorevoli esponenti tagliati fuori dalla disputa. Il Presidente uscente si impose così con un perentorio 82,21%, percentuale che, però, non rifletteva fedelmente la volontà popolare.
NIENTE (E NESSUNO) E’ PERFETTO - Traendo le conclusioni da quest’analisi tra Italia e Francia, possiamo dire che sì, il regime francese è meno affetto da lungaggini parlamentari e l’azione governativa è più incisiva, ma allo stesso tempo la totale mancanza di collegialità tra dicasteri blocca il flusso di comunicazioni tra i ministri, fondamentale per molti tipi di politiche pubbliche. Per quanto riguarda la legge elettorale, tutti i partiti italiani sono d’accordo sulla necessità di cambiare il sistema, anche se in quale modo rimane un’incognita; il doppio turno transalpino potrebbe essere un’idea che andrebbe sviluppata e ulteriormente migliorata. In definitiva, possiamo ritenere, senza timor di smentita, che modelli politici e elettorali perfetti non esistono e non sono mai esistiti: ognuno ha i suoi pregi e difetti. Ciò che è importante è cercare sempre di imparare dagli altri Paesi, sforzandosi di comprendere i vari pro e contro, provando a capire dove e con quali mezzi si possa migliorare le nostre istituzioni, senza rinnegare gli insegnamenti del passato: “ogni uomo di potere è portato ad abusarne” (Montesquieu, “Lo Spirito Delle Leggi”).