Sul caso Battisti: tra terrorismo e realpolitik

Lunedì 17 Gennaio 2011 17:18 Alessandro Badella World - Politica
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Il “caso Battisti” ha portato nuovamente alla ribalta delle cronache il flebile ruolo politico internazionale dell’Italia; nella fattispecie, nei confronti del Brasile. Al di là del senso comune di giustizia e del dovuto rispetto che è necessario attribuire alle vittime del terrorismo rosso e alle loro famiglie, il contenzioso aperto con il Brasile si è rivelata una parentesi di colore, quasi folkloristica, tra botti e panettone.

ECONOMIA, NIENT’ALTRO CHE ECONOMIA – Sebbene appaia giusto indignarsi di fronte alla (per ora) mancata estradizione del terrorista Battisti -si vedano i nostri Ministri degli Esteri e della Difesa-, occorre però guardare alla verità effettuale della cosa, come nel realismo politico machiavellico. In effetti, ci sono accordi economici con il Brasile (o potenziali accordi) che non possono essere messi da parte per condurre una battaglia diplomatica. Nei prossimi anni il Brasile ospiterà due importanti manifestazioni sportive internazionali e l’Italia potrebbe sfruttare questa occasione. Le scaramucce diplomatiche non farebbero altro che allontanare il nostro Paese da uno dei volani dell’economia latino-americana. Secondo le stime dell’ultimo rapporto del FMI, il Brasile nel 2010 è cresciuto del 7,1% e complessivamente l’intera regione sudamericana di oltre il 5%. D’altra parte, lo stesso Presidente Berlusconi, proprio di fronte ad uno dei familiari delle vittime dei Pac di Battisti, aveva annunciato che i rapporti con Brasilia non possono essere intaccati da questa vicenda. Inoltre, in Brasile c’é la Fiat di Betim, l’impianto produttivo più grande del mondo, in grado di produrre una automobile ogni 45 secondi. Anche Ferrovie dello Stato ed Ansaldo, che sono coinvolte in un progetto della Tav brasiliana, potrebbero subire ripercussioni forti da una eventuale “ritorsione” di Roma. Così come Saipem, impegnata nell’estrazione petrolifera, e Iveco, che ha un contratto milionario per fornire mezzi militari all’esercito brasiliano. Proprio il settore militare, che il Brasile (a dispetto della sua storia molto pacifica) guarda sempre con interesse come sbocco per ingenti investimenti, è cruciale per i rapporti tra i due Paesi. Fincantieri e Finmeccanica, da sole, hanno un contratto per la fornitura di navi e armamenti per 6 miliardi di euro. E si calcola che nel primo semestre del 2010 le esportazioni italiane verso il Brasile siano aumentate di un buon 10%. Indignazione italiana a parte, anche il Brasile non vuole perdere un partner importante come l’Italia, ed un consigliere della neo-presidentessa Dilma Rousseff ha derubricato il caso a “episodio minore” nell’ampio quadro dei rapporti strettissimi italo-brasiliani. Forse, quindi, non era il caso di lasciarsi andare a commenti fuori luogo come il “boicottaggio economico del Brasile”, paventato dal Ministro La Russa, o la proposta di non ratificare l’accordo militare italo-brasiliano del Ministro degli Esteri Frattini. Il fatto che Battisti non sia a piede libero e che l’Alta Corte abbia deciso di riesaminare il caso potrebbero essere un’evoluzione per condurre ad una futura revisione della decisione.

AUTOGOL - Economia ma non solo. Il “caso Battisti” ha messo in scena l’inadeguatezza della politica estera italiana nell’inserirsi diplomaticamente nel “mondo che conta”. Gian Antonio Stella, sul Corriere del 5 gennaio, poneva la fatidica domanda: “Lula avrebbe preso la stessa decisione, offensiva, se la consegna di Cesare Battisti gli fosse stata chiesta dalla Gran Bretagna, dalla Svezia, dalla Spagna o dalla Germania?”. Dubbio fastidioso, insolente, ma è la domanda che tutti si pongono quando l’Italia non appare avere il reale peso specifico di un Paese membro del G8. É evidente che Berlusconi questa volta abbia fallito nella “diplomazia del cucù” (ipse dixit). Nell’aprile del 2010, il Premier italiano era volato in Brasile per la firma dell’accordo commerciale e lì dichiarò di essersi personalmente raccomandato con Lula affinché tutto andasse per il meglio circa l’estradizione di Battisti. L’incontro fu velocissimo, tanto che in 27 ore il Presidente del Consiglio andò e tornò da Brasilia. La “clausola Battisti” avrebbe potuto essere inclusa nel contratto militare? Probabilmente sì, ma quel contratto ebbe una vita piuttosto difficile e venne firmato in extremis da Lula prima del semestre bianco, ovvero gli ultimi suoi sei mesi da presidente. Che il governo italiano abbia prestato poca attenzione agli sviluppi del “caso Battisti” lo dice l’iter che la vicenda ha attraversato. Se solo un anno fa l’estradizione sembrava cosa fatta, gradualmente (e senza che i ministri competenti intervenissero) si è creata una situazione diametralmente opposta. Ma il fallimento italiano lo si respira anche negli ambienti molto meno esotici dell’Unione Europea. Purtroppo la vicenda italo-brasiliana è rimasta inascoltata anche in seno alla Pesc, che peraltro é ripetutamente uno dei piccoli drammi del fallimento delle politiche di integrazione comunitaria. Bruxelles si è defilata dalla diatriba tra Roma e Brasilia, tanto da definirla “una mera questione bilaterale”: parole di Michael Mann, portavoce della Commissione. L’Italia ha sinora dimostrato di non avere il potere politico per invertire la tendenza.

IL TERRORISMO E LA GAUCHE CAVIER - La vicenda dell’estradizione di Battisti ha (ri)aperto anche una ferita, quella del terrorismo degli anni di piombo, che non si è mai chiusa nell’immaginario collettivo e politico del nostro Paese. Complice il perdonismo di una parte dell’Italia, molti ex terroristi hanno varcato il confine, e, alla peggio, giocano ora a fare gli intellettuali. In Francia, ad esempio, si fanno portatori di narrazioni mitiche del pensiero “contro” che hanno ancora il loro fascino presso i salotti borghesi della gauche cavier. E la première dame francese, l’italiana Carla Bruni, ne è una fulgida dimostrazione. Ad esempio, dal 2008, Parigi ha negato ripetutamente l’estradizione dell’ex terrorista Marina Petrella, complice diretta nel rapimento di Aldo Moro, proprio per intercessione della Bruni presso Sarkozy. Le richieste italiane sarebbero cadute nel vuoto per “ragioni umanitarie”. Sebbene la bella Carla abbia smentito più volte il suo diretto interessamento per Battisti, è evidente che le sue intercessioni abbiano de facto riportato in auge la “dottrina Mitterrand”, abolita de iure dal marito. In più, nel 2004 il sito Carmilla lanciò una raccolta di firme per la scarcerazione di Battisti in Francia (senza estradizione, chiaramente). Questa la motivazione: “Noi invece vorremmo che di scrittori capaci di affrontare di petto il passato come Cesare Battisti ce ne fossero tanti, e che i cittadini francesi capissero chi rischiano di perdere, per la vigliaccheria dei loro governanti: un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco fino in fondo se stesso e la storia che ha vissuto. In una parola, un intellettuale vero”. Oltre mille le firme raccolte. Nell’era politica post-moderna, il concetto di giustizia appare trasversalmente molto labile.

Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Febbraio 2011 12:57

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