L'armata repubblicana dilagata al Congresso e al Senato dopo le mid-term elections di inizio novembre. Gli assalti del Tea Party, ormai non più soltanto un movimento, ma una chiassosa rappresentanza parlamentare. La battaglia per la riforma sanitaria tutt'altro che conclusa. Un tasso di disoccupazione che scende lentamente, un deficit che sale velocemente e un intero Paese che chiede maggiori misure per arginare la crisi economica. Per Barack Obama il 2011 inizia decisamente in salita.
SAN DIEGO (California)- I dati recentemente pubblicati dal Bureau of Labour Statistics degli Stati Uniti, che attestano il livello di disoccupazione al 9,4%, e il richiamo del capo della Federal Reserve Ben Bernanke sui temi dello sviluppo e del debito pubblico, dimostrano ancora una volta che il futuro politico del Presidente Obama nei prossimi due anni di mandato, così come alle presidenziali del 2012, sia indissolubilmente legato a quello della crisi economica. Una crisi da cui l'America fatica ancora a uscire e che continua a spaventare i cittadini americani, il cui voto alle elezioni di novembre appare forse come la fotografia più efficace dell'insoddisfazione per l'operato dei democratici.
SFIDE ECONOMICHE - Due sono i problemi che affliggono maggiormente l'economia americana: la disoccupazione e il debito pubblico. I più recenti rilevamenti segnalano che il livello di disoccupazione negli Stati Uniti è diminuito dello 0,4% tra novembre e dicembre 2010 e che nell'ultimo mese sono stati creati 103.000 nuovi posti di lavoro. Il Presidente Obama ha dichiarato che questi dati dimostrano come la ripresa, seppur lenta, ci sia. A uno sguardo più approfondito, però, dalle stesse statistiche del BLS emerge chiaramente come la discesa del livello di disoccupazione sia dovuta semplicemente al fatto che 260.000 disoccupati abbiano smesso di cercare lavoro. Anche la creazione di 103.000 nuovi posti non è un dato poi così incoraggiante, se si considera che gli Usa dovrebbero essere in grado di produrne 120.000 ogni mese solo per assorbire i nuovi ingressi nel mercato del lavoro; il dato segnala altresì tristemente che per ora il gap è tale che gli Usa non sono nemmeno in grado di ri-assumere coloro che hanno perso il lavoro allo scoppio della crisi nel 2008. E si parla di una massa di 8 milioni di persone. Alla piaga della disoccupazione si somma poi la grossa difficoltà delle piccole e medie imprese, che offrono impiego alla maggior parte dei cittadini americani, ad accedere al credito. L'altro gigante contro cui Obama e la sua amministrazione sono chiamati a combattere ha il nome di debito pubblico, che oggi in America si aggira attorno ai 13,95 trilioni di dollari. Venerdì 7 gennaio il ministro del Tesoro Tim Geithner si è appellato al Congresso affinché modifichi la legge che fissa a 14,3 trilioni di dollari il livello massimo, paventando il rischio di default entro il 31 marzo. Secca la risposta dei repubblicani attraverso il neo-eletto presidente della Camera, John Boehner, che ha sfoderato uno dei principali cavalli di battaglia contro l'amministrazione Obama: è prima necessario effettuare dei tagli alla spesa pubblica.
CURA OBAMA - Diagnosticati dunque i mali, quali sono le medicine che il governo statunitense pensa di somministrare? Innanzitutto Obama si sta rivolgendo alle aziende per stimolarle ad effettuare investimenti, anche in virtù dei generosi sgravi fiscali approvati nel mese di dicembre. Ha inoltre annunciato un abbassamento del 75% nei costi medi degli investimenti. Il secondo obiettivo a cui sta lavorando è la stimolazione del commercio estero, e proprio in questo contesto si colloca la firma di un trattato di libero scambio con la Corea del Sud che, secondo le stime del governo, oltre alla creazione di 70.000 nuovi posti di lavoro, dovrebbe portare a un aumento dell'esportazione annuale di beni (automobili e camion) per un valore di 11 miliardi di dollari. Sul fronte della spesa pubblica Obama ha poi congelato l'aumento di stipendio dell'1,4% a 2 milioni di impiegati federali; la manovra, fa sapere la Casa Bianca, comporterà un risparmio di 2 miliardi di dollari nel 2011, di 28 miliardi nei prossimi cinque anni e di 60 miliardi nei prossimi dieci. Saranno i prossimi mesi a dare un giudizio sull'efficacia di queste misure.
NUOVO STAFF - Nel frattempo, per meglio affrontare le sfide dell'economia, l'assalto repubblicano e le richieste dell'opinione pubblica, Obama ha operato una serie di cambiamenti e nuove nomine all'interno dello staff economico, operando una decisa virata verso Wall Street e la vecchia amministrazione Clinton. Il nuovo capo del team è William Daley, già segretario per il commercio durante il mandato di Bill Clinton e con sette anni d’esperienza ai vertici della JP Morgan, colosso finanziario. Insomma, “uno di Wall Street”, e per questo la sua nomina non ha mancato di suscitare polemiche anche tra i democratici. A capo del National Economic Council va Gene Sperling: altro collaboratore dell'era Clinton che, distintosi per le sue capacità pragmatiche e di negoziazione, diventerà una sorta di potentissimo consigliere del Presidente. Altre due nomine sono arrivate per Katharine G. Abraham al Council of Economic Advisers e per Heather Higginbottom all'Office of Management and Budget, mentre è stato riconfermato Jacob Lew come amministratore del bilancio.
COMPROMESSO - Insomma, Obama e il suo team hanno tutte le carte in regola per provare ad accelerare la crescita americana. Molto è stato fatto, ma la strada è ancora tutta in salita, anche in considerazione delle numerose difficoltà che i democratici troveranno (e hanno già trovato) nel far passare al Congresso le proprie proposte di legge. Dopo il 2 novembre e la sonora sconfitta incassata dal suo partito, Obama sembra infatti necessariamente proiettato verso una politica di compromesso con la parte repubblicana. Primo esempio è stato l'accordo raggiunto il 6 dicembre per estendere i tagli delle tasse introdotti dal precedente Presidente George W. Bush alle fasce di cittadini con reddito superiore ai 250.000 dollari all'anno. Nonostante i democratici si siano battuti per far sì che ora solo la middle-class ne beneficiasse, Obama ha ritenuto di dover cedere alle istanze dei repubblicani, che rivendicavano l'applicazione del provvedimento a tutti gli americani, indipendentemente dal reddito. “Abbiamo appreso questa mattina che il tasso di disoccupazione è al 9.8%, addirittura più alto del mese scorso, e i democratici vogliono rispondere con un voto che colpirà coloro che creano lavoro attraverso un innalzamento delle tasse”, tuonava il 3 dicembre il senatore repubblicano Mitch McConnel. A Fusiorari John Fojtik, insegnante, democratico convinto e politico per passione nella cittadina di La Mesa, vicino a San Diego, dichiara di non aver digerito il compromesso accettato dal Presidente: “La politica di taglio delle tasse sostenuta dai repubblicani non ha futuro: le nostre tasse sono già molto più basse rispetto a quelle dell'Europa, il deficit è altissimo, stiamo sostenendo due guerre, in Iraq e in Afghanistan... tagliare le tasse non aiuterà la situazione. Sui tagli ai più ricchi? Non ho nulla in contrario nei confronti delle persone che guadagnano molto, ma trovo ingiusto che godano di certi benefici, perché con questo denaro in più non creeranno nuovi posti di lavoro. C'è bisogno di investire nel benessere del Paese, non in quello di alcuni privilegiati. Penso che comunque tra due anni la maggioranza tornerà ai democratici”. Il Presidente ha però difeso la propria mossa politica sottolineando come in cambio abbia ottenuto dall'opposizione il via libera al prolungamento dei già scaduti benefit per i disoccupati: il pericolo sarebbe stato quello di lasciare senza assistenza 3 milioni di cittadini americani entro la fine di gennaio.
SUCCESSI E SCONFITTE - Anche se ostaggio della maggioranza repubblicana alla Camera, nelle ultime battute del 2010 Obama è riuscito a incassare alcuni importantissimi successi. Il primo in ordine cronologico, il 18 dicembre scorso, è stato l'abolizione del DADT, meglio conosciuto come “Don't ask don't tell Act”, che costringeva gli uomini e donne gay che volevano servire lo Stato nelle Forze Armate a non svelare il proprio orientamento sessuale, pena l'esclusione. Di fondamentale importanza anche la ratifica da parte del Congresso del nuovo trattato START siglato ad aprile da Stati Uniti e Russia, che insieme si impegneranno a ridurre i rispettivi arsenali nucleari nei prossimi sette anni. Dicembre è stato, però, un mese che ha visto anche materializzarsi delle sonore sconfitte per il governo, a cominciare dalla bocciatura del cosiddetto DREAM Act, ovvero la proposta di legge che vorrebbe concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati illegali -si parla di 2 milioni di persone- che sono entrati in territorio americano prima dei 16 anni, hanno conseguito un diploma di scuola superiore e non hanno precedenti penali. E' per ora fallito anche il tentativo di Obama di chiudere la prigione di Guantanamo: il 9 dicembre scorso il Congresso ha approvato una legge sui capitoli di spesa che prolunga i finanziamenti al centro di reclusione fino a settembre 2011. Sino a quella data, quindi, non sarà possibile utilizzare fondi pubblici per trasferire e giudicare i prigionieri sul suolo americano.
BATTAGLIE ALL'ORIZZONTE - Se il 2010 si è chiuso in chiaroscuro, il 2011 promette già fatica e sudore per il governo. Alla riapertura del Congresso il 5 gennaio scorso, il nuovo Presidente della Camera, il repubblicano John Boehner, che ha scalzato la democratica Nancy Pelosi, ha preannunciato l'impegno dei repubblicani in favore di una modificazione dei regolamenti della Camera per evitare “l'approvazione troppo veloce di leggi troppo grandi e troppo costose per i contribuenti”. Boehner ha così dichiarato ufficialmente guerra alla riforma sanitaria di Obama, il cui voto per l'abrogazione, programmato per il 12 gennaio, è slittato in seguito alla strage di Tucson, in cui hanno perso la vita sei persone ed è rimasta gravemente ferita la deputata democratica Gabrielle Giffords. Il nuovo presidente della Camera ha anche promesso impegno per rispettare il volere degli elettori, che hanno chiesto “meno spesa pubblica, più trasparenza e più rispetto della Costituzione”. Ed è proprio sulla lotta per la diminuzione della spesa pubblica che sembrano concentrarsi per ora gli obiettivi dei repubblicani, Tea Party compresi, anche se la convivenza tra le due anime conservatrici degli Stati Uniti è piena di punti interrogativi. Insomma, c'è molta incertezza sul futuro politico ed economico degli Stati Uniti. Unico dato certo: sarà battaglia fino alle presidenziali del 2012.