USA e Regno Unito: il 2011 della special partnership

Venerdì 24 Dicembre 2010 14:41 Davide Borsani World - Politica
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Fine anno, tempo di bilanci e di nuovi propositi. Washington si appresta ad entrare nel 2011 reclamando la propria leadership globale. Londra risponde schierandosi al fianco dello special partner. Per far fronte alle sfide del XXI secolo, Stati Uniti e Gran Bretagna non spezzano il legame che storicamente le unisce. Con un occhio speciale rivolto all’Asia.

 

IL RECENTE PASSATO – Seppur mai rinnegato, durante i primi due anni della presidenza di Obama l’asse anglo-americano non è stato al centro dell’agenda estera statunitense. Di certo, tra i due governi non vi è stato nulla di paragonabile alla stretta amicizia tra la Lady di Ferro Margaret Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta, oppure all’affetto che univa Tony Blair a Bill Clinton, definito nel recente libro di memorie “prima di tutto un amico”, o a George W. Bush. Infatti, nel 2009, il subitaneo raffreddamento di Obama è stato ben rappresentato dalla simbolica restituzione a Londra del busto di Sir Winston Churchill, ospitato sino a quel momento dai suoi predecessori nello Studio Ovale; da parte del governo di Sua Maestà, invece, nel 2010 non sono mancate le polemiche e le accuse all’amministrazione obamiana a proposito del pessimo trattamento riservato in estate alla British Petroleum e ai relativi interessi nazionali britannici. Eppure, l’affinità e, soprattutto, la consapevolezza della necessità di una risposta congiunta alle sfide globali hanno fatto sì che la collaborazione prevalesse sulle incomprensioni.

LA ZONA CALDA - Conferme di un allineamento mai sopito sono le dichiarazioni d’intenti diffuse alla vigilia di Natale sui problemi che nel 2011 il Regno Unito e gli USA saranno chiamati ad affrontare. Apre idealmente Hillary Clinton, Segretario di Stato americano: perentoriamente, “gli Stati Uniti sono in grado di guidare il mondo, e devono continuare a farlo” con “metodi nuovi” e con la consapevolezza di dover “pensare sia regionalmente che globalmente” per “vedere le intersezioni e le connessioni che collegano nazioni e regioni e interessi”. E David Cameron, premier britannico, non ha dubbi: l’Europa deve “seguire la leadership del presidente Obama”, più che mai in Medio Oriente, laddove l’attenzione della comunità internazionale è concentrata sulla questione israelo-palestinese, sulla minaccia iraniana e sul conflitto afghano. Seppur mai nominando direttamente il processo di pace tra Israele e Palestina, la Clinton asserisce che l’America stia forgiando “relazioni di fiducia e responsabilità che saranno le fondamenta di una capacità di azione comune”: una visione forse ottimistica ma con basi concrete che, comunque, presuppongono una volontà politica unanime. Proprio su questa volontà, Cameron va oltre le aspirazioni di Washington e si dichiara convinto che nel corso dei prossimi mesi “Netanyahu mostrerà il coraggio e la lungimiranza necessari a fare ciò che è giusto per gli interessi di lungo termine di Israele” e che il presidente dell’ANP “Abbas si avvierà sul lungo e difficile percorso che darà ai palestinesi ciò che più meritano: uno Stato”. A proposito dell’Iran, continua il premier britannico, “la sfida è spingere l’amministrazione iraniana a cambiare rotta” se non vuole “isolarsi e emarginarsi ancor di più”. Il Segretario di Stato, dal canto suo, conferma che se il regime degli Ayatollah continuerà a non rispettare i propri obblighi, dovrà “pagarne le conseguenze”. Infine, con sorpresa, la guerra in Afghanistan non viene direttamente presa in considerazione dalla Clinton, se non nell’affermare con superficialità che “quegli estremisti come al-Qaeda […] vogliono minacciare la pace globale”; al contrario, David Cameron afferma che “il 2011 in Afghanistan sarà un anno decisivo” per "fare in modo che il governo afghano diventi il cuore del processo politico" e del mantenimento dell’ordine, affinché si eviti che la sicurezza dell’Occidente possa essere nuovamente “compromessa in caso di ritorno di al-Qaeda”. Implicitamente, quindi, il premier britannico dichiara che il network terroristico islamico è stato già confinato nella sua terra di origine; l’azione della NATO e dei suoi partner servirebbe ad evitare una sua nuova deflagrazione globale.

DESTINAZIONE ORIENTE – Per Regno Unito e Stati Uniti, il 2010 è stato l’anno dei tour asiatici. Tra Cameron ed Obama, la special relationship è sbarcata in Indonesia, in India, in Cina, in Corea del Sud e in Giappone. Le ragioni? Ovviamente economiche e strategiche. “Guardando al potenziale di una nuova crescita economica alimentata da India e Cina”, apre Cameron, “gli Stati Uniti hanno […] intensificato il proprio impegno nei confronti di Paesi emergenti quali (appunto n.d.A.) l’India, la Cina”, chiude la Clinton. Restando a Foggy Bottom, proprio per rafforzare le relazioni economiche tra Occidente e le nuove potenze in ascesa, l’America ha “trasformato il G20 nel centro nodale di coordinamento delle politiche economiche internazionali, riunendo in quella sede tutte le principali economie mondiali”. E ciò, secondo il premier britannico, è fondamentale poiché permetterebbe in primis di adottare specifiche misure per riformare il settore finanziario e far progredire il commercio internazionale, ed in secundis di “risolvere gli squilibri globali” per avere globalmente una “crescita forte, bilanciata e sostenibile”, anche dal punto di vista del cambiamento climatico. In più, la Clinton asserisce che gli sforzi degli Stati Uniti in Estremo Oriente nel nuovo anno saranno particolarmente concentrati nel sostenere “in modo aperto Giappone, Corea del Sud e tutti gli altri alleati per mantenere la sicurezza e la stabilità in una regione in profondo mutamento”. Pechino e Pyongyang (e Mosca) sono avvertite.

RUOLO GUIDA - Dunque, l’appello alla comunità internazionale per una collaborazione rinnovata, rafforzata e coordinata traspare chiaramente da ambo le parti. In una contingenza globale minata da una crisi economica che ha colpito principalmente quelle che furono le due principali potenze occidentali del XX secolo, l’unitarietà di intenti e gli sforzi comuni in ambito internazionale sono il passo necessario per rendere stabili e pacifiche le relazioni nel corso del 2011. Se per la Clinton “la leadership americana ha prodotto i suoi migliori risultati quando è riuscita ad unire il mondo a sostegno di impegni comuni ed aspirazioni condivise”, Cameron afferma che non è “il momento del disfattismo” e che la comunità internazionale dovrà (e potrà) “trovare soluzioni adatte ad ogni singolo problema che ci assilla”.  Sotto l’egida dell’aquila a stelle e strisce.

Ultimo aggiornamento Sabato 25 Dicembre 2010 20:20

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