Speciale Wikileaks - Quello che (non) si sapeva su come gira il mondo (parte II)

Lunedì 20 Dicembre 2010 15:02 Alessandro Badella World - Politica
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La Isla Grande è da sempre al centro di un dibattito molto acceso in Occidente, non solo dalla  rivoluzione castrista o con il recente passaggio di consegne da Fidel a Raul. Da secoli, infatti, Cuba è un osservato speciale per le principali potenze internazionali. Ed oggi, i cablogrammi svelati da Wikileaks ci danno una visione d’insieme sul futuro post-castrista dell’isola.

Come spesso accade, anche con Wikileaks, le rivelazioni meno clamorose sono le più interessanti e fondamentali. Ad esempio, quelle che riguardano la questione cubana.

IL CRUCCIO CUBANO - Come ha sottolineato la rivista Foreign Policy lo scorso novembre, la questione cubana è uno dei punti programmatici fondamentali per la presidenza Obama. Proprio il presidente americano è sempre stato visto come un “predestinato” per la normalizzazione dei rapporti con l’isola, anche in virtù del fatto che, appena eletto, lo stesso Fidel aveva aperto la porta ad un processo di rottura con i cliché di opposizione adottati durante la presidenza Bush jr. Nonostante ciò, i rapporti con Cuba non hanno subito sostanziali miglioramenti né aperture degne di nota. E paradossalmente, forse tra i due paesi è stato Cuba quello che ha effettuato più passi avanti e prima insperati. Dalla liberalizzazione di alcuni settori economici, alla liberazione di prigionieri politici, La Habana se non altro ha dimostrato buona volontà. Certo non si può dire che sia diventato un paese democratico. Invece il governo di Obama,  soprattutto dopo la sconfitta elettorale del mid term, sta spostando il proprio interesse altrove e Cuba ora non occupa le prime posizioni. Questo anche in virtù di altre e più gravi minacce che assorbono buona parte delle energie della Segreteria di Stato, come dimostra la tensione tra le due Coree. Tuttavia, le rivelazioni di Wikileaks confermano quanto la “questione cubana” sia ancora ritenuta importante dagli Stati Uniti. Oltre a dover risolvere il retaggio storico che dal 1898 lega Stati Uniti e Cuba, una memoria condivisa quasi sempre conflittuale, la politica estera americana deve ora tenere in considerazione anche i rapporti molto stretti che l’isola sta intrattenendo con potenze regionali in ascesa, come Iran e Venezuela, con cui gli americani hanno già contenziosi aperti, e con una potenza mondiale come la Cina.

ALLA FRUTTA - Tra i vari cablogrammi di Wikileaks uno è particolarmente interessante. In una nota al Dipartimento di Stato americano, la Interests Section a La Habana invia a Washington un focus sulle prospettive economiche isolane per i prossimi 2-3 anni. Il documento cita il parere della maggior parte dei paesi che hanno relazioni economiche con l’isola. Cuba sta certamente attraversando una crisi economica profonda, dovuta ad un incremento consistente del debito estero, al gioco del bloqueo imposto degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda,  alla carenza di materie prime sul territorio nazionale e ai frequenti fenomeni atmosferici ostili (nel 2010 due uragani hanno provocato milioni di dollari di danno all’economia locale). L’obiettivo del governo cubano è chiaramente quello di ridurre il deficit nella bilancia dei pagamenti, tagliando le importazioni e stimolando la produzione interna. Le varie liberalizzazioni economiche intraprese da Raul vorrebbero mettere in moto l’economia in questo senso, anche se la gran parte del sistema  produttivo cubano (90%) rimane ancora statale.  Media e lettori attenti in materia cubana erano sicuramente informati sulla situazione economica dell'isola castrista; tuttavia, non erano affatto noti gli atteggiamenti delle varie potenze internazionali circa la situazione finanziaria di Cuba. Ad esempio, il giudizio di molti diplomatici è alquanto pessimista: in 2 o al massimo 3 anni, la situazione economica cubana potrebbe essere “fatale” (sic). Un rappresentante italiano si spinge ancora più in là: Cuba potrebbe essere insolvente già nel corso del 2011. Questo perché, come dichiara il documento, il governo cubano non avrebbe margine di possibilità di ridurre significativamente l’import in misura tale da rilanciare la produzione interna. Una produzione domestica che dipenderebbe dai 90mila barili giornalieri ricevuti da Caracas. La prospettiva dell’insolvenza è rilanciata anche dalle dichiarazioni raccolte da fonti diplomatiche cinesi. Pechino avrebbe seri problemi a gestire i pagamenti, ma soprattutto sarebbe preoccupata per l’immobilità del governo e del PCC negli ultimi anni, anche di fronte alla necessità di ristrutturare le basi economiche del paese. Il “modello cinese” di sviluppo, secondo un inviato di Pechino, non sarebbe applicabile a Cuba, proprio per le resistenze del partito all’ingresso di investimenti stranieri. Il controllo delle joint ventures internazionali da parte del governo, come riporta un consigliere economico cinese, sarebbe qualcosa di assolutamente controproducente.

LA PARALISI DELLA REVOLUCIÓN - Dal documento della sezione di interessi americana non emerge solamente la difficoltà economica ed il pessimismo internazionale nei confronti di Cuba. Anche il giudizio sulla stabilità ed efficacia contro la crisi del governo Castro è al centro di un ampio dibattito. All’interno del paese, secondo il rapporto, i mutamenti possono essere solo lentissimi e molto graduali. Al momento la riforma agraria per la redistribuzione delle terre incolte, varata nel 2009, non ha avuto gli esiti sperati, così come altre aperture economiche. Secondo la diplomazia americana, questa timidezza nella ripresa economica deriverebbe dal fatto che l’élite militare è l’effettivo beneficiario delle nuove possibilità offerte dalla fetta di mercato semi-libero. I quadri militari sarebbero in grado di svolgere attività imprenditoriali, ma senza una visione economica di lungo periodo che traghetti il paese ad una economia di mercato vera e propria o eventualmente anche “alla cinese”.

IL FATTORE V... - Come ha suggerito un rappresentante diplomatico spagnolo ai responsabili della Interests Section americana a Cuba, vista l’impossibilità di operare un mutamento sostanziale interno, non rimane che il ricorso ad un’eventuale variabile internazionale. Soprattutto nel caso in cui la situazione economica cubana degenerasse, oppure si concretizzasse una pericolosa crisi politica, certamente molti sarebbero, come rivelato attraverso Wikileaks, interessati ad intervenirvi. Da un lato, vi sono tutti i paesi creditori (dall’Italia al Giappone, passando per la Francia), che vorrebbero vedersi rimborsati i propri prestiti. Dall’altro, potenze mondiali o regionali che per ragioni storiche o politiche potrebbero far di tutto per assicurarsi la stabilità ed il cambio di regime a Cuba: Stati Uniti e Cina su tutti. Come emerge dal cablogramma, questi due paesi, per quanto rivali sulla scena mondiale, potrebbero avere interessi abbastanza affini nella fattispecie. Come già riportato su Fusi Orari, la Cina dopo Wikileaks sta risultando molto meno idealista di quanto ci si potesse immaginare. E anche su Cuba, i cinesi starebbero adottando un’impostazione poco legata ad un discorso di “solidarietà socialista”: Pechino vedrebbe bene una Cuba aperta ai commerci internazionali di cui l’export cinese potrebbe profittare. Ma la variabile principale dell’equazione cubana rimarrebbe il Venezuela. Chávez sarebbe il vero “respiratore artificiale” a cui l’economia cubana rimane attaccata per sopravvivere. E proprio il Venezuela è il principale oppositore americano nella regione caraibica, e soprattutto, come rivelano altri cablogrammi da Wikileaks, vi sarebbero scambi di intelligence tra la repubblica bolivariana e il governo cubano. Il che preoccuperebbe gli Stati Uniti: in caso di pericolo per il governo Castro, il Venezuela potrebbe intervenire anche militarmente o tramite covert actions per salvare la rivoluzione.

...E I DIRITTI UMANI - Mentre il governo cubano negava la possibilità al dissidente Guillermo Farinas di ritirare il premio assegnatogli dall’UE per il suo attivismo politico contro le restrizioni imposte dal PCC, Wikileaks pubblicava un documento della solita Interest Section americana. Tale cablogramma evidenzia il difficile rapporto tra i paesi che intendono investire o avere relazioni con Cuba e il problema dei diritti umani sull’isola. Svezia, Spagna, Regno Unito ed Ungheria confermano ad un incaricato d’affari americano che l’ingresso nel mondo dell’economia e della diplomazia cubana è possibile a patto che non si faccia menzione della dissidenza al regime. E, nel corso degli ultimi anni, Australia e Canada su tutti hanno strappato contratti molto interessanti al governo cubano, proprio per la loro discrezione nel sorvolare su temi “caldi” come quello dei diritti umani. Teleologicamente, quanto sopra è ineccepibile e fa parte, molto spesso, del normale divenire storico e politico. Comunque, la questione è molto più complessa. Solitamente gli Stati Uniti sono i più sensibili ai temi dei diritti umani sull’isola, anche per il peso politico che gli esuli hanno negli stati del sud, come la Florida. Nel caso, poi, che il regime cubano fallisse miseramente, quello dei diritti umani sarebbe il tema centrale per il futuro dell’isola. Anche perché questi sono intimamente connessi alla forma di governo che Cuba dovrebbe adottare nel periodo post-castrista. E qui le cose, anche a livello internazionale, si complicherebbero notevolmente, poiché apparirebbe ancor più evidente la frattura tra le posizioni americane e quelle cinesi.

Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Febbraio 2011 12:58

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