Corsi e ricorsi afghani

Martedì 07 Dicembre 2010 10:52 Davide Borsani World - Politica
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Qual è il fil-rouge che lega l’attuale guerra in Afghanistan a quella combattuta dall’Unione Sovietica durante gli anni Ottanta? E che ruolo giocarono sul campo gli Stati Uniti nel ritiro dell’Armata Rossa? Per comprendere ciò che accade ora in Afghanistan e i motivi per i quali i Talebani non sono ancora stati sconfitti (e difficilmente lo saranno) è necessario un breve excursus storico.

L’INVASIONE - Con la “Rivoluzione d’Aprile” del 1978, il filosovietico Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA) compie un colpo di Stato e si impadronisce del potere. Ma, da subito, le divisioni interne nelle alte sfere politiche statali rendono impraticabile l’auspicata via delle riforme. Inoltre, lo storico sistema tribale afghano a forte tradizione religiosa impedisce al governo fantoccio di stabilizzare il Paese e controllarlo. In questo quadro, nel dicembre 1979, l’URSS decide di invadere (ed assoggettare) l’Afghanistan. E la popolazione insorge. Preoccupata dalla nuova rottura dell’equilibrio medio-orientale della Guerra Fredda, Washington non può stare a guardare: pur non intervenendo con le proprie Forze Armate, la Casa Bianca deplora l’aggressione sovietica e decide strategicamente di fornire supporto al Pakistan, divenuto a quel punto il principale alleato nella regione e fondamentale nel sostenere tanto a livello militare quanto umanitario il popolo afghano.

LA RESISTENZA - Il ruolo giocato dal Pakistan diverrà con il passare degli anni sempre più considerevole; sarà soprattutto l’appoggio fornito dai servizi segreti pakistani alle milizie ribelli, i mujaheddin, che permetterà alla rivolta di resistere ed opporsi efficacemente alle forze sovietiche, un esercito più grande e più preparato ma meno motivato. Concretamente, con l’aiuto degli Stati Uniti, il governo pakistano fornirà durante gli anni della guerra agli oltre duecentomila insorti le armi, il denaro, il cibo e, soprattutto, le basi logistiche. La resistenza consiste in una guerriglia totale, in atti terroristici ed operazioni di sabotaggio: danneggiare le linee elettriche, rendere inutilizzabili le vie logistiche, mettere fuori uso le linee di comunicazione, far saltare in aria edifici governativi, alberghi e luoghi pubblici di incontro è pressoché prassi quotidiana. L’obiettivo della resistenza, però, non è la vittoria sul campo, in pratica impossibile; molto più semplicemente, i mujaheddin si sentono in dovere di respingere l’invasore e per farlo sono pronti a morire, a subire molte più perdite di quelle sopportabili dall’Armata Rossa. E lo stesso territorio afghano con la sua orografia si presta ad una tattica così oltranzista.

GLI USA - Nel 1982 il presidente Reagan incarica la CIA di intensificare gli sforzi nel sostenere l’attività degli insorti. Durante gli anni reaganiani verranno forniti missili Sidewinder e Stinger sia al Pakistan che ai ribelli, oltre ad addestrare numerosi guerriglieri mediante l’istituzione di consiglieri militari ad hoc. Per di più, è con il tacito assenso degli americani che, in quegli anni, al confine tra Afghanistan e Pakistan si promuove il compattamento dei radicali musulmani guerriglieri provenienti da tutto il mondo intorno alla componente religiosa: il fondamentalismo islamico e il Jihad quindi come aggregatori motivazionali. In prospettiva, Washington ritiene che incoraggiando l’insorgenza avrebbe fatto dell’integralismo islamico sunnita-conservatore un alleato dell’Occidente contro il nemico sciita iraniano, ritenuto ben più pericoloso. Nel 1986, mentre il nuovo segretario del Partito comunista Gorbaciov medita il ritiro dell’Armata Rossa, il sostegno degli Stati Uniti alla ribellione afghana si aggira sui 470 milioni di dollari.

LA CONCLUSIONE – Al termine degli anni Ottanta, la guerra di logoramento dei mujaheddin e la concomitante crisi economica e politica dell’URSS conducono al ritiro dell’esercito sovietico. Il 15 febbraio 1989 le ultime truppe comuniste abbandonano la capitale Kabul. Al termine del conflitto, l’Unione Sovietica rende pubbliche le cifre della guerra: circa 620mila soldati sovietici servirono in Afghanistan e, di questi, quasi 15mila morirono e oltre 50mila furono feriti. I ribelli mujaheddin uccisi furono oltre 70mila. Chi pagò il prezzo più alto dell’invasione sovietica, però, fu senz’altro il popolo afghano: un milione furono i civili uccisi, mentre ben 7,5 milioni di afghani su un totale 17 milioni dovettero abbandonare la loro casa durante i dieci anni della guerra e nella fase immediatamente successiva. Di questi, 5,5 milioni trovarono rifugio nei campi profughi costruiti in Pakistan ed in Iran, i restanti 2 milioni affollarono le periferie delle città afghane dando vita a delle vere e proprie baraccopoli.

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Dicembre 2010 21:03

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