Terza e ultima parte dello speciale che Fusi Orari dedica al presidente venezuelano. In questa puntata: i rapporti con i media e le ONG, le spese militari e uno sguardo al futuro.
DIRITTI UMANI E PRIGIONIA MEDIATICA, LE URLA ASSORDANTI DEL SILENZIO - I movimenti di libertà di espressione, che fanno pressioni mediatiche per cercare un confronto di critica costruttiva con lo stato, sembrano scomparsi in Venezuela. Al loro posto, pratiche di disinformazione, screditamento e stigmatizzazione delle parti in campo, che mostrano dove si combatte realmente la lotta per il potere del Paese, in un ambiente per molti aspetti infaustamente non troppo diverso da quello italiano.
Mentre il Capo di Stato venezuelano gode di un’ottima popolarità grazie al suo spazio televisivo “Alò Presidente”, nato nel Maggio 1999 e ancora in onda, rilevanti sono le controversie giuridiche sorte per la revoca delle licenze ad alcuni mezzi d’informazione, tra cui 34 stazioni radiofoniche, per mancata conformità delle norme statutarie in materia di telecomunicazioni. Non è certo una coincidenza che le linee editoriali di queste stazioni radiofoniche non fossero perfettamente coerenti con le politiche governative. Le polemiche per i mancati rinnovi di licenze o i tentativi di bloccarli, però, non finiscono qua. Emblematici sono i casi di alcuni canali televisivi come RCTV che hanno ricevuto forti pressioni dallo stesso Chàvez, la cui programmazione il presidente definì “veneno”, arrivando ad emettere un ordine di cattura nei confronti del presidente della rete televisiva Globovisiòn. Conseguenza diretta di questi fatti sono stati la pioggia di critiche sostenute da molte ONG come Amnesty International che hanno denunciato aggressioni fisiche e verbali contro oppositori politici o mezzi di informazione contrari a Chàvez. Vale la pena ricordare l’arresto e la permanenza in carcere per quasi otto mesi del prefetto di Caracas accusato di aver aggredito un poliziotto durante una dimostrazione contro il governo per l’approvazione della nuova legge sull’istruzione. Molto grave è anche il caso dell’assalto alla sede di Globovisiòn a Caracas nell’agosto del 2009 da parte di uomini armati durante il quale una guardia giurata venne picchiata. Questi sono soltanto alcuni degli ultimi episodi che hanno sconvolto il Paese. Ad essi si sommano l’uccisione di alcuni difensori dei diritti umani come Mijail Martìnez, nello stato di Lara e Narcisio Barrios nel 2003, nello stato di Aragua. A seguito dell’omicidio di quest’ultimo, la famiglia aveva sporto denuncia dichiarando che a commettere l’omicidio erano stati agenti della polizia. Dopo sei anni di minacce e vessazioni altri 3 componenti della famiglia Barrios vennero uccisi. Ad oggi tutti questi crimini rimangono impuniti.
Quasi superfluo sembra ricordare, a questo punto, l’espulsione dell’ONG Human Rigth Watch nel settembre del 2008 o il 163° posto nella classifica 2010 di Freedom House per la libertà di stampa, o ancora il 164° posto su 175 nel rapporto sulla percezione della corruzione elaborato da Trasparency International.
GOVERNO RIVOLUZIONARIO O BELLICOSO? - Il già citato accordo tra Venezuela e Russia non è semplicemente un accordo di tipo militare, bensì una partnership che permetterà al Paese di sfruttare i giacimenti petroliferi dell’Orinoco, nonché di sviluppare alcune tecnologie russe nel campo delle telecomunicazioni, del nucleare e dell’industria automobilistica. La verità è che l’accordo militare è soltanto una parte “irrilevante” dei 31 trattati firmati con la Russia, ma avviene nell’ambito di una innegabile “corsa agli armamenti” o “modernizzazione” delle forze armate che ha avuto un’impennata dal 2005 ad oggi. In effetti l’acquisto di tecnologia militare russa dei mesi scorsi è soltanto l’ultimo di una lunga serie che hanno visto i sovietici come principali fornitori delle forze armate venezuelane. Di vitale importanza è stato l’acquisto di 51 elicotteri (tra cui 8 MI35), 24 caccia SU30, di diversi tipi di missili antinave e terra-area di corta e media gittata (come i KH31 e i KH39) o di sistemi di difesa aerea come il S300, alcune bombe con guida laser, carri armati tipo T92 e 100.000 fucili d’assalto tipo AK 103, tutti di fabbricazione russa. Inoltre, sono stati acquistati dalla Cina alcuni caccia e 3 radar di sorveglianza. Mentre il tentativo di comperare sottomarini tedeschi è stato bloccato dagli USA cosi come l’affare spagnolo per l’acquisto di 8 navi. Non è chiaro ancora il vero potenziale bellico venezuelano, ma per un paese di poco più di 28 milioni di abitanti è sicuramente superiore al suo bisogno strategico.
Se da una parte il Venezuela, esercitando la sua sovranità, si è rivolto a fornitori d’armi diversi dagli USA, a seguito di una controversia durante i primi anni ’90 per il rifiuto americano di fornire pezzi di ricambio ad alcuni F-16, è anche vero che è possibile, come denunciato dalla Colombia, che il Venezuela abbia fornito armi e protezione a esponenti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias Colombianas). Non bisogna nemmeno dimenticare la crisi diplomatica del 2008 che vedeva il Venezuela e l’Ecuador impegnati in un conflitto contro la Colombia e che ad oggi, con la decisione del governo di Bogotà di permettere l’utilizzo di 7 basi agli americani, rischia di sfociare in una guerra che potrebbe coinvolgere l’intera America Latina.
POPULISMO E ALTERNATIVA MULTIPOLARE - Il sapiente utilizzo attraverso i mezzi d’informazione di una brillante prolissità ha permesso al presidente Chàvez di mantenere una popolarità che non teme confronti tra i suoi oppositori. Mentre il raggiungimento di molti obbiettivi che sembravano impossibili soltanto 10 anni fa in materia di lotta alla povertà hanno reso la sua politica un’opzione che ha fatto molti proseliti, non solo nel Venezuela ma in America Latina. D’altra parte però, è evidente che la sua oratoria anti-imperialista rimane insofferente davanti a un sistema economico che non può prescindere dagli scambi con gli USA (principale partner commerciale del Paese, con ben il 51% delle esportazioni e il 45% delle importazioni), nonostante i numerosi sforzi per trovare partner alternativi in UE, Asia e Africa.
Per ora, il ritrovamento del maggiore giacimento di petrolio al mondo, che potrebbe contenere il doppio dell’oro nero presente nell’intera area Saudita, con qualcosa come 500 miliardi di barili, rende vulnerabile la posizione unipolare degli Stati Uniti in materia di controllo delle fonti energetiche. Nel frattempo, la situazione dall’Afghanistan alla Corea, all’ infuocato Medio Oriente che fa impegnare risorse, mezzi ed energie agli americani rende più semplice per il Venezuela contestare o rifiutare il consenso USA. E così, la politica delle grandi opere sociali e della repressione delle libertà civili di Chàvez è in un momento decisivo per l’America Latina. Se il beniamino dei poveri, cresciuto in una casa indigena fatta di fango e paglia secca, riuscirà nella sua rivoluzione socialista o sarà soltanto protagonista di un’utopia passeggera legata al greggio è ancora da vedere.
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