
La penisola koreana è di nuovo in fiamme. L’ostinato regime di Pyongyang, dopo l’affondamento di una imbarcazione militare del Sud (marzo 2010) è passato oltre, con il bombardamento di un’isola in territorio sudkoreano. Da qui è partita una escalation che ha avuto ampio risalto su tutti i media del globo, oscurata solo parzialmente dal fenomeno Wikileaks.
La vicenda koreana potrebbe essere, come molti sostengono, una sorta di test match tra le due nuove superpotenze mondiali, Cina e Stati Uniti. Oltre alla rivalità contemporanea, è la storia a far sì che questi due paesi possano trovarsi schierati in campi opposti in caso di conflitto tra koree. Si potrebbe ipotizzare un secondo atto della guerra di Korea degli anni '50 del 1900. Per ragioni storiche, gli Stati Uniti sono legati a doppio filo con la democrazia di Seul, e la Cina al regime comunista della Korea del Nord. Tuttavia, a sessant’anni di distanza dall’evento bellico che determinò la divisione della penisola koreana in due tronconi, la situazione internazionali è decisamente diversa.
UN MONDO DIVISO - Mentre all’inizio della guerra fredda, il mondo era diviso nettamente in due zone di influenza (con lievi cedimenti al multipolarismo), oggi non si può dire la stessa cosa. Ne sono un esempio i "Six Party Talks" che avrebbero dovuto (sino ad ora sono stati un fallimento completo) regolarizzare i rapporti tra le Koree, ma anche mettere un freno comune alle rivendicazioni atomiche di Pyongyang. Ebbene, al gruppo dei sei, oltre alle due Koree, partecipano paesi con interessi regionali molto diversi tra di loro. Giappone e Russia hanno in sospeso una vecchia questione territoriale su un piccolo arcipelago; mentre il trittico Russia, Cina e Usa si contendono la leadership mondiale. Uno dei pochi meriti che stanno avendo i colloqui a sei è quello di non permettere alla situazione di precipitare verso una guerra. Essendo molti gli attori coinvolti nella sorte della penisola, è molto meno probabile che si possa pensare ad una azione militare unilaterale. Infatti, chi si aspettava un’azione lampo di Obama è rimasto deluso. In questa situazione, se gli Stati Uniti decidessero unilateralmente di attaccare Pyongyang potrebbero suscitare il risentimento della Cina.
LA CHIAVE DI VOLTA -Il Dragone rappresenta in un certo senso la chiave di volta dell’enigma nordkoreano. Ma soprattutto si tratta dell’unico alleato che il regime di Pyongyang abbia mai avuto ed uno dei pochissimi paesi con cui ha costanti relazioni diplomatiche. Anche nell’ultimo anno, in cui le provocazioni nei confronti dei “cugini” del Sud hanno raggiunto il culmine, Pechino è sempre stata molto cauta e compresiva nei confronti della Korea del Nord. Anche dopo l’affondamento della corvetta sudkoreana Cheonan, il regime aveva trovato riparo sotto l’ala materna e comprensiva della diplomazia cinese. Ed infatti, proprio per l’importanza della Cina all’interno dei "Sei", una vera e propria crisi non era mai scoppiata. Tuttavia, già molti analisti segnalavano una certa insofferenza di Pechino nel giustificare continuamente o minimizzare le intemperanze dell’alleato nordkoreano. Il ruolo attivo che ha svolto la Cina nelle tavole rotonde internazionali sulla questione del riarmo atomico della Korea del Nord ha rappresentato la volontà evidente di aprirsi al mondo e all’occidente in maniera molto collaborativa. Il ritiro, nel 2009, di Pyongyang dai negoziati è stato proprio uno smacco alla diplomazia cinese.
IL RUOLO DI WIKILEAKS - Nel frattempo però, a confermare queste indiscrezioni sul deterioramente dei rapporti fra i due paesi comunisti, sono giunte le indiscrezioni di Wikileaks, il sito di Julian Assange che ha rivelato i cablogrammi segreti delle diplomazie di mezzo mondo. Certamente non è possibile confermare con certezza la veridicità dei documenti pubblicati dai collaboratori del sito (per il semplice fatto che le fonti non sono esplicitate), ma le indiscrezioni sul rapporto Cina-Korea del Nord, se confermate, potrebbero aprire nuovi interessanti scenari. Il primo cablogramma reso noto da Wikileaks riguarda una comunicazione del 30 aprile 2009 (la Korea del Nord aveva appena sbattuto la porta in faccia ai negoziati a sei) del vice ministro degli esteri cinese, He Yafei, ad un incaricato d’affari americano a Pechino. Il documento rivela che la diplomazia cinese era favorevole agli sforzi americani di “riagganciare” Korea del Nord e Iran in nuovi negoziati. Ma soprattutto la comunicazione di Yafei rappresenta una critica alla politica capricciosa del Nord nei confronti della comunità internazionale. “North Korea wanted to engage directly with the United States and was therefore acting like a ‛spoiled child‚ in order to get the attention of the ‛adult‚. China therefore encouraged the United States, ‛after some time‚ to start to re-engage the DPRK”, così recita il paragrafo 12 della comunicazione. Abbiamo quindi una Korea “discola” che fa di tutto per attirare l’attenzione del mondo. Sempre lo stesso He Yafei, nel settembre 2009, comunicava al vice segretario di stato americano che la Cina si stava preparando a dare un segnale forte a Pyongyang.
VERSO LA RIUNIFICAZIONE? - Ancora più interessante è la comunicazione del vice ministro degli esteri sudkoreano Chun Yung-woo che, nel febbraio del 2010, informava gli americani circa la situazione dei rapporti sino-nordkoreani. Secondo Chun, in Cina si starebbe formando una nuova élite di tecnocrati e burocrati particolarmente favorevole ad una eventuale annessione dell’intera penisola ad opera di Seul. In particolare, anche la diplomazia cinese sarebbe particolarmente indispettita dall’incompetenza economica e politica del regime del Nord. I documenti di Wikileaks, presumendo la loro veridicità, mostrano un lento declino dell’appoggio cinese a Pyongyang. Di certo, senza la protezione della Cina, il Nord sarebbe sopraffatto da un’eventuale reazione di Seul. Che Pechino stia proprio pensando ad una riunificazione “morbida” e graduale per togliersi il peso di un vicino debole e discolo?