
L'assegnazione del Premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo ha aperto l'ennesimo squarcio di verità sulla situazione cinese e sul livello di autoritarismo del Dragone. Mentre i media internazionali e vari capi di Stato, compresi i vertici dell'UE, hanno colto la palla al balzo per chiedere ulteriori miglioramenti e riforme in senso democratico a Pechino, l'Italia si è posta in controtendenza con dichiarazioni che, sebbene passate un po' in secondo piano, lasciano l'amaro in bocca.
Penso che ormai tutti sappiano chi sia Liu Xiaobo, il Nobel per la pace 2010. Un dissidente, o meglio un sovversivo, incarcerato da qualche parte nella Cina comunista. Micromega ha ripubblicato la sua lunga lista di punti, che prendono il nome di “Charta 08”: un elenco dei cambiamenti che la Cina dovrebbe adottare per avvicinarsi almeno nella forma ad una democrazia moderna o, quantomeno, ad un efficiente e meno oppressivo strumento di controllo del miliardo di persone che vivono nella Repubblica Popolare. Un brano molto sentito e comunque particolare della “Charta” è quello del governo costituzionale. Xiaobo ci fa intuire che in Cina non esiste neanche una “legalità socialista”, dove esisterebbe comunque una legge ingiusta, barbara, retrograda e illiberale a cui il cittadino obbedisce. Dura lex sed lex. Xiaobo, invece, sottolinea come in Cina lo stato di diritto sia qualcosa di assolutamente embrionale. Sarà anche una conseguenza del fatto che la Cina è molto afflitta dalla piaga della corruzione: Transparency International, nel rapporto annuale dello scorso anno, ha messo in guardia circa lo spostamento della corruzione dalle P.A. ad agenzie e imprese non state controlled. Il sorgere della corruzione verso le nuove frontiere del capitalismo cinese, secondo TI, sta comportando una sfida cruciale per lo sviluppo dei prossimi anni. Come accade per il settore pubblico, anche in quello privato la corruzione ha un costo non indifferente.
IL CASUS CINESE - Il Nobel ad un dissidente cinese mette comunque sotto i riflettori l’inevitabile contraddizione propria del periodo di “capitalismo comunista” che sta vivendo la Cina. La contraddizione sta proprio nel fatto che una faccia della Cina si sta aprendo mirabilmente al mondo esterno: la penetrazione del capitalismo è un chiaro segnale di una maggiore penetrazione occidentale in un paese che, dal Celeste impero sino alla fine degli esperimenti sociali di Mao, era stato sostanzialmente impermeabile ad ingerenze culturali esterne. Tuttavia, dall’altro lato, la Cina si scopre sempre più chiusa al proprio interno, nel difendere uno status quo politico, economico ed addirittura tecnologico. La censura cinese si è sbizzarrita dopo la proclamazione del premio a Xiaobo: praticamente tutte le fonti di comunicazione via web (e anche tv e sms) sono state silenziate e rese innocue. Dai pricipali social network ai feed, passando anche per video e image hosting come Youtube e Flickr, il mondo del web cinese è stato anestetizzato e paralizzato per evitare la diffusione di “spiacevoli” notizie. Quindi, all’interno, è prevalso un atteggiamento da “ministero della verità” degno di “1984”. Tuttavia, a questa chiusura interna si contrappone una reazione esterna volta a difendersi da un’accusa indiretta come l’assegnazione del Nobel ad un prigioniero politico. Già, perché la Cina a livello internazionale ha anche una immagine da difendere e non solo un potere economico.
LE REAZIONI INTERNAZIONALI - Forse per pura coincidenza (o forse no), l’assegnazione del Nobel ha coinciso con la visita diplomatica di Wen Jiabao, primo ministro della repubblica popolare, in vari paesi dell’Europa, Italia compresa. Wen ha dovuto chiaramente incassare i vari gesti di solidarietà con Xiaobo che sono giunti da diversi governi europei ed occidentali. In primis, le voci più autorevoli e ferme sono state quelle di Obama e Sarkozy, ma anche di Barroso, e poi di tutta una serie di intellettuali e politici che hanno voluto manifestare il proprio dissenso nei confronti della politica di repressione messa in atto dal governo cinese.
C’é poco da sorprendersi sul fatto che abbiamo pesato valutazioni economiche e geopolitiche sull’assegnazione del premio. C’é chi lo ha sottolineato, specie tra gli sconfitti nella corsa al Nobel, con una punta di delusione. Ma proprio questo focalizzarsi sui problemi interni di una grande potenza economica a livello planetario ha voluto mettere in evidenza le manchevolezze del gigante cinese e consentire all’Europa e all’Occidente più in generale di scostarsi da un atteggiamento troppo servile nei confronti della Cina. Le critiche che sono piovute, dai vari paesi membri dall’UE e da Taiwan, sono l’esempio di una classe politica che in un qualche modo vede la Cina non solo in termini economici, ma anche sociali e politici.
L’ITALIA IN CONTROTENDENZA - Di fronte a questo trend, il nostro Paese ha fatto l’ennesima pessima figura a livello internazionale dopo il siparietto con Gheddafi e le penose visite italiane del premier Putin. Il 7 ottobre, il premier cinese Wen Jiabao era in Italia per una visita dai contorni tipicamente economici: un interscambio di 100 miliardi di dollari entro il 2015. Chiaramente, quando si parla di Cina l’aspetto economico è fondamentale, così come è d’obbligo che un Capo di Stato estero sia ricevuto come da protocollo, sia esso il rappresentante di un Paese democratico o meno. Quello che troppo spesso accade nel nostro Paese è una insensata forma di “empatia” nei confronti di personaggi moralmente molto dubbi. Bene parlare di economia, di progetti comuni, dell’anno della cultura cinese in Italia (che è anche un metodo molto valido per combattere il pregiudizio e l’intolleranza), meno bene è svendere i valori fondanti della Repubblica Italiana, che il nostro Governo dovrebbe difendere, per interessi meramente economici. Le dichiarazioni del presidente Berlusconi, soprattutto poiché giunte pochi giorni prima dell’assegnazione del Nobel al dissidente cinese, stonano con i valori della nostra democrazia (a patto che esistano ancora entrambe le cose): “Come noi - ha osservato Berlusconi - i governanti cinesi sono fautori della politica del fare, dell'affrontare e risolvere i problemi concreti più che irrigidirsi su questioni di principi. Come noi preferiscono la politica dello sviluppo e dell'armonia e della sicurezza, che è il credo del governo cinese, una teoria molto concreta che consiste nel mettere sul tavolo il buonsenso e cercare un accordo con tutti". Di solito sono i dittatori a ritenersi democratici nelle scelte e nelle prassi. E (quasi) mai il contrario.