
La Bosnia Herzegovina al voto - dopo 15 anni dalla riappacificazione di Dayton - cerca un’identità comune. Un Paese praticamente diviso in due staterelli in cui cova ancora il sentimento di
revanchismo: nei confronti del prossimo, del vicino di casa, del maestro di scuola o del Presidente dello Stato confinante. Una “balcanizzazione” che da quindici anni sta congelando il sentimento di odio che fu causa (e conseguenza) della guerra civile seguita alla dissoluzione della Jugoslavia.
Sono passati quindici anni dall’evento più cruento e disumano che abbiamo conosciuto in Europa dopo la caduta del nazi-fascismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale: il massacro di Srebrenica (Bosnia) del luglio del 1995. Più di ottomila morti civili tra la popolazione musulmana della città bosniaca ad opera di altri bosniaci (serbi) comandati dal generale Mladic, in quello che fu il grande mosaico dell’orrore balcanico che insanguinò la regione sino alla fine del 1995.
La storia della Bosnia-Herzegovina contemporanea e post-socialista nasce con un genocidio e con accordi a tavolino che ne hanno segnato gli sviluppi futuri. Dayton, sebbene avesse posto fine alle violenze in terra bosniaca, ha creato uno Stato che ondeggia tra nostagie del passato jugoslavo titino e divisioni interne, che sono in aumento anche a causa delle difficoltà economiche.
Attualmente, la Bosnia è divisa in due stati (a loro volta divisi in diversi distretti): la Repubblica Serba (Republika Srpska), a maggioranza serba e la Federazione di Bosnia-Herzegovina, composta prevalentemente da croati e bosgnacchi, ovvero i musulmani bosniaci. Per “semplificare” le cose, esiste poi un lembo di terra sottoposto alla supervisione internazionale, il distretto di Brčko, che fa parte sia della Federazione che della Republika. Un sistema geografico molto complesso che, sebbene ha avuto il pregio di evitare la catastrofe, rappresenta un limite concreto alle prospettive di sviluppo del Paese. In primis, perché una delle componenti etniche del paese non ha ricevuto il proprio staterello da amministrare: la minoranza croata non accetta lo status quo territoriale poiché questa divisione ha “imprigionato” i croati all’interno della Federazione a maggioranza bosniaca e musulmana. Inoltre, la siffatta divisione geografica e la struttura costituzionale hanno implementato i poteri delle due entità federate, riducendo di conseguenza il potere dello stato centrale. Molto spesso il presidente della Republika e quello della Federazione giungono ai ferri corti. Milorad Dodik, presidente della Republika dei serbi, ha più volte alimentato il sogno di secedere dalla Bosnia, proprio come il Montenegro ha fatto recentemente.
UN PROBLEMA ECONOMICO E POLITICO - A complicare la situazione vi è poi un sistema elettorale molto complesso e alcune figure costituzionali ai margini della democrazia, come l’Alto Rappresentante per la Bosnia, retaggio degli accordi di Dayton e nominato dalle potenze occidentali. Non solo una questione costituzionale, ma anche economica: il Paese si è risollevato dalla guerra civile grazie ai massicci investimenti dei principali paesi dell’UE e delle repubbliche ex-jugoslave confinanti, come Serbia, Croazia e Slovenia. Ultimamente anche EAU e Turchia hanno puntato gli occhi sulla Bosnia per investire nel settore energetico e delle telecomunicazioni. Si tratta di un risveglio dalla drammatica guerra civile che rappresenta il culmine di uno sviluppo bloccato, in un Paese estremamente frammentato e diviso, chiuso in se stesso. La disoccupazione, colpa anche della crisi mondiale, ha raggiunto il 40% e il reddito medio annuale non supera i 7,000$, ancora troppo poco per un Paese che si vorrebbe affacciare all’Europa. L’ingresso nell’UE, che si presenta ovviamente come un obiettivo futuribile, potrebbe comportare un significativo ammodernamento delle strutture economico-politiche, così come un eventuale inserimento nella Nato. Inoltre, potrebbe rappresentare anche un'ulteriore forma di tutela internazionale affinché le divisioni interne vengano monitorate da Bruxelles, che si è detta disponibile ad abolire la figura poco democratica dell’Alto Rappresentante.
IL REVIVAL ETNICO - Il vero problema è che la Bosnia è estremamente divisa all’interno, ma anche sostanzialmente

indifferente verso il mondo esterno, incastonata come una gemma nel mezzo dei Balcani. Nessun partito ha una visione abbastanza europeista per rilanciare un cambiamento interno che avvicini il Paese al miracolo economico sloveno. D’altra parte, un Paese istituzionalmente monco è anche menomato dal punto di vista delle relazioni internazionali. La mancanza di novità e di fresche spinte politiche verso qualcosa di nuovo o innovativo è stato uno dei leitmotiv di queste ultime elezioni. A parte l’outsider Fahrudin Radoncic, ricco impreditore delle telecomunicazioni che ovviamente conta più sul prestigio personale che su un vero e proprio programma elettorale, la nuova offerta politica è rappresentata da due formazioni decisamente minori (il Nuovo partito socialista e la compagine bosgnacca Nasha Stranka), che hanno cercato in qualche modo di presentare una politica scevra del nazionalismo spurio che ormai è il marchio di fabbrica dei due principali partiti. I risultati elettorali del 3 ottobre sono stati in linea con le aspettative della vigilia. In pratica, con la vittoria di Bakir Izetbegović, figlio del leader dei bosniacchi durante la guerra civile, nella Federazione di Bosnia e di Nebojša Radmanović nella Repubblica serba non si sono stravolti né intaccati gli equilibri etnici del paese e delle tornate elettorali precedenti. Un grande trionfo c’é stato ed è stato quello dell’astensionismo: ha votato poco meno della metà degli aventi diritto, ovvero oltre 3 milioni di persone. Certamente non un turn out sufficiente per far passare alla storia il turno elettorale 2010 che, secondo alcuni analisti, avrebbe potuto essere l’occasione per uno slancio unitario del Paese. Missione fallita.