Il Segretario delle Nazioni Unite e la popolare rockstar irlandese hanno denunciato il fallimento degli obiettivi che i grandi della terra si erano prefissati per il 2015. Si tratta di un naufragio su tutta la linea che lascia praticamente immutato il lungo cammino verso il debellamento del gap tra paesi poveri e ricchi, tra primo e terzo mondo. Problemi enormi, che il mutamento degli equilibri geopolitici rischia di aggravare ulteriormente.
Ban Ki-moon è stato categorico: bisogna fare di più. Gli ambiziosi progetti dei summit di inizio XXI secolo, che fissarono gli obiettivi del millennio, sono miseramente falliti. Sebbene la data di scadenza dei progetti intrapresi sia il 2015, i trend non sono positivi e probabilmente i target fissati nel 2000 non verranno mai ottemperati. Già, perché dopo due lustri dal varo dei millennium development goals (Mdg), quindi a 2/3 del cammino, la strada è decisamente in salita o forse non è nemmeno mai incominciata. Certamente gli obiettivi fissati ad inizio secolo rappresentavano qualcosa di estremamente visionario: con la United Nations millennium declaration, nel settembre 2000, i paesi membri dell’Onu si impegnavano su otto fronti per rendere il mondo un posto più abitabile, più equo e meno povero. Gli obiettivi prefissavano scenari decisamente ottimisti, rivelatisi poi assolutamente anacronistici. Abbattimento del tasso di incremento dei casi di hiv\aids, accesso globale all’istruzione primaria e riduzione delle disparità di genere sono tra i progetti meno realistici che la comunità internazionale potesse varare, per concause di natura economica e culturale.
POVERTÁ - I dati sul mancato successo delle politiche internazionali variano da continente a continente, ma globalmente le prospettive sono fallimentari. Ad esempio, riguardo l’eradicazione del numero di esseri umani al di sotto della soglia di povertà (1$ pro capite al giorno) il fallimento è palese. L’obiettivo per il 2015 sarebbe stato quello di dimezzarne il numero, mentre invece la povertà assoluta colpisce oggi più di 1,2 miliardi di persone contro meno di 900 milioni di venti anni fa. In Asia occidentale il numero di persone che vivono con un reddito inferiore al 1$ al giorno si è quadruplicato rispetto al 2000. L’unica regione in cui i dati sono sensibilmente migliorati è quella dell’Asia orientale, per la crescita industriale spropositata delle NIC (newly industrialized countries), come la Cina che, sebbene presentino ancora notevoli diseguaglianze redistributive interne, hanno fatto passi da gigante in crescita del Pil e del benessere nazionale. Addirittura in Europa orientale i dati sono peggiorati sensibilmente negli ultimi dieci anni e la povertà assoluta ha raggiunto l’1% contro lo 0,3 del biennio 1999-2000.
ISTRUZIONE e SANITÁ - Altro fallimento quasi completo si ha all’obiettivo n.2, ovvero garantire a tutti i bambini (in ogni luogo del pianeta) il completamento del ciclo di studi primario. Nessuna regione in via di sviluppo ha avvicinato il target. Sotto questo aspetto, l’obiettivo della scolarizzazione primaria ha certamente prospettive di sviluppo proficue perché qualcosa si è mosso, ma l’immobilismo dei dati in regioni come l’America meridionale ed il Sud-est asiatico hanno vanificato i passi in avanti di alcune regioni africane. Anche per quanto riguarda la riduzione dei 2/3 della mortalità infantile sotto i 5 anni e quella dei 3/4 delle madri a causa del parto si potrebbe commentare utilizzando la massima galileiana: “eppur si muove”. Tuttavia, nessun paese ha centrato l’obiettivo fissato nel 2000. Fallimento totale ad ogni latitudine per quanto riguarda invece l’accesso globale ai trattamenti antiretrovirali per la cura di hiv\aids (una delle pricipali sottocategorie del goal n.8). In questo caso, in alcune regioni dell’America meridionale e dell’Asia, negli ultimi cinque anni, i dati sono rimasti addirittura invariati, mentre globalmente il numero di persone che vivono con l’hiv è in continua crescita e, nel 2010, toccherà la cifra record di oltre 33 milioni.
L’IMPEGNO DEI PAESI RICCHI - La sconsolata ammissione del Segretario Onu ha posto più che altro l’accento sul mancato rispetto degli impegni presi dalla comunità internazionale e, soprattutto, dai grandi della terra. Nel 2000, i paesi del G8 avevano stabilito di devolvere ai progetti del Mdg lo 0,7% del pil annuale. Nessuno tra gli otto paesi più industrializzati del mondo ha mantenuto le promesse. Il Regno Unito è andato poco oltre lo 0,5% del proprio prodotto interno lordo in donazioni (si tratta comunque del paese più virtuoso), mentre in coda ai grandi si è piazzata l’Italia con un misero 0,15%. Per quanto nobile e volenteroso potesse essere il progetto di autotassazione dei ricchi (una specie di tassa alla Robin Hood), esso si è dimostrato incompatibile con l’attuale situazione economica che i paesi occidentali (membri del G8) stanno attraversando. Donare lo 0,7% annuo del pil è anche assolutamente contrario ad ogni logica democratica: nessun governo accetterebbe di essere “segato” alle successive elezioni. La situazione dell’Italia è emblematica: quest’anno il nostro paese crescerà meno dell’1% rispetto allo scorso anno e rispettare i parametri di donazione del 2000 significherebbe trasferire l’intero surplus di pil al terzo mondo. Chi lo farebbe? Nessuno. Ed infatti nessun membro del G8 ha compiuto la propria missione.
FILANTROPIA “BOOMERANG” - Ma il mancato rimpinguamento dei fondi internazionali per lo sviluppo è forse la parte meno importante del problema. Come ha anche sottolineato Bono Vox, da anni impegnato nella lotta alla povertà, anche l’assenza di scolarità primaria (e quindi di life skills) e la corruzione sono un cancro che corrode gli stessi paesi a cui sono rivolti gli aiuti. Lo stesso debito dei Pvs nasce sicuramente dalla cupidigia dei paesi ex-colonialisti (unita poi alle speculazioni monetarie degli anni Ottanta), ma anche dall’incapacità cronica di alcuni paesi a staccare il cordone ombelicale con i propri ex-padroni (come nel caso africano) o economie cannibali (come nel caso latinoamericano). Veri e propri presidenti-dinosauro ebbero modo di insediarsi per decenni all’interno di paesi in via di sviluppo, sì garantendo una stabilità politica ed economica, ma gestendo di fatto il potere pubblico come res privata e regalando le ingenti risorse dei propri paesi. L’Africa sub-sahariana ha una storia di risorse minerarie e naturali sterminate a cui però si affiancano anni di lotte interne (dovute anche ad un nation building mai affettivamente realizzatosi), di politici-trafficanti e di traffici illegali di ogni genere. Ma il problema centrale sta nel ritorno di un filantropismo in stile diciannovesimo secolo, una specie di donazione compulsiva per cui i Pink Floyd ritornano insieme per scopi benefici, Bono vuole cacciare l’Italia dal G8 perché è fannullona rispetto agli impegni presi, Bill Gates non verserà il patrimonio a figli per darlo in beneficenza tramite la fondazione intitolata a se stesso e alla moglie. Lo stesso Sarkozy che propone dallo scranno dell’Onu una norma più che no global non si può, cioè una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali (o Tobin tax) i cui proventi dovrebbero andare a fondi internazionali di assistenza ai Pvs, è qualcosa di assolutamente perverso a cui non crede nemmeno lo stesso presidente francese. Sarebbe stato più credibile con una maglietta del “Che” o il passamontagna alla Marcos.
CONTRADDIZIONI - Lo stesso Bono cade fatalmente vittima di contraddizioni che colpiscono la filosofia di fondo dell’opera di sensibilizzazione che grandi artisti come lui stanno portando avanti. Ad esempio, a Torino (agosto scorso) durante il grande rientro degli U2 dopo il serio infortunio al frontman, Bono ha ringraziato l’amministratore delegato Microsoft (Richard Ballmer, dopo l’uscita di scena di Gates) per le generose donazioni a progetti di sviluppo nei paesi poveri. Sinceramente suona come se Slow Food ringraziasse la Coca Cola perché disseta i giovani di tutto il mondo. La cosa che più è buffa è che imprenditori “etici” come Bill Gates hanno creato col tempo una mitologia terminologica che ruota attorno al famoso creative capitalism coniato da Gates durante il summit di Davos nel 2008. Questo nuovo capitalismo, secondo l’inventore, dovrebbe tenere in considerazione non solo l’obiettivo di arricchirsi, ma anche quello di ridistribuire la ricchezza nelle aree svantaggiate del pianeta. Quello che personaggi pubblici come Bono e Bill Gates o altre multinazionali che si auto-considerano “etiche” evitano di menzionare è che in molti casi sono proprio le soluzioni decentrate e create dagli stessi Pvs per sé a fornire una soluzione molto spesso azzeccata. L’esempio informatico calza a pennello: l’azienda sudafricana Canonical (a molti non dice nulla), ad esempio, ha sviluppato un sistema operativo open source (a codice aperto), basato sul celeberrimo linguaggio linux, con l’obiettivo di distribuire gratuitamente una piattaforma per i pc dei paesi africani meno abbienti. Bono, chissà perché, non ringrazia le varie distribuzioni linux a codice aperto, gratuite e modificabili dagli utenti, che danno libero accesso alla “benzina” che potrebbe muovere i pc del terzo mondo senza costi esorbitanti. Certamente non è una donazione diretta ed un po’ pacchiana come quella del buon Bill. Così come non fa numero il progetto validissimo del microcredito, però ha avuto risultati importanti, forse proprio perché si tratta di un sistema di aiuto mirato e non una cascata di soldi che vengono poi malgestiti dalle amministrazioni locali.
NUOVI EQUILIBRI - Un’altra questione che sembra non importare o essere assolutamente marginale agli occhi dei donors occidentali è quella della compatibilità degli standard imposti per il 2015 con la distribuzione internazionale del potere che si prefigura nei primi decenni del XXI secolo. Di fatto gli standard imposti nel 2000 sono frutto dell’ottimismo e delle visioni occidentali del gruppo del G8, un gruppo importante che tuttavia non è una fotografia reale della geopolitica mondiale. In primis perché da anni la Cina, così come Taiwan, sta portando avanti una diplomazia basata soprattutto sull’interesse economico spicciolo. I viaggi africani di Hu Jintao non hanno mai previsto nessun summit o tavola rotonda sui problemi del sottosviluppo o della democrazia in Africa. Business is business e si parla di affari, mentre i diritti umani ed economici individuali finiscono in coda oppure scompaiono dall’ordine del giorno. Il tutto è una specie di neo-neo-colonialismo di ex poveri nei confronti di poveri. E la Cina è già, almeno virtualmente, un paese del G8 che, per antonomasia, non ha nessun interesse né a donare né a far sì che i paesi “colonizzati” raggiungano gli standard previsti dai Mdg. Un altro aspetto che inficia sul cattivo andamento dei trend è la modifica radicale del warfare che il mondo ha conosciuto durante il novecento. Sebbene in alcune parti del mondo, specie nel continente africano, le guerre civili siano state pratiche alquanto diffuse durante il travagliatissimo distacco dal protettorato europeo, questa prassi sembra essersi diffusa in maniera spropositata. Pensiamo a quello che accadde solo due decenni fa alle porte dell’Europa, nell’ex Yugoslavia oppure in Ruwanda o quello che continua ad accadere in Darfur. Il modello di warfare novecentesco, stato vs stato, è radicalmente cambiato. Sono pochissimi i casi odierni in cui si registra un conflitto convenzionale tra due eserciti rappresentanti due paesi (e due governi) ben distinti. La stessa lotta al terrorismo e il terrorismo islamico non sono altro che conflitti non convenzionali che hanno un impatto ben maggiore sulla popolazione civile. Proprio questo mutamento del modo di fare la guerra è una componente centrale nel fallimento degli obiettivi del millennio. Probabilmente ci aggioneremo per il 3015, ovvero per il prossimo millennio.