Garanzia dell’ordine pubblico e rispetto dei diritti fondamentali della donna: in nome di questi due assiomi, Monsieur Le Président Nicolas Sarkozy è infine riuscito a tradurre nero su bianco i suoi propositi anti-rom e anti-burqa. Così l’espulsione dal territorio francese dei nomadi di etnia rom diviene realtà, mentre l’illegalità del burqa attende solo di attraversare l’ultimo passaggio dell’iter legislativo. E le reazioni di Bruxelles e di Roma mostrano come in seno all’Unione Europea non vi sia uniformità di intenti.
ORDINE PUBBLICO – Ecco quanto sancito dalla legge cosiddetta ‘anti-rom’: un generico individuo diviene passibile di espulsione dal suolo transalpino quando mette (o rischia di mettere) in pericolo l’ordine pubblico. In concreto, alla scadenza di un soggiorno della durata di tre mesi, durante il quale l’apparato amministrativo francese non necessita di alcuna particolare documentazione, scatta la verifica dei requisiti per un eventuale prolungamento: se l’individuo è già coperto da assicurazione e possiede un lavoro (o frequenta un corso di studi), non ha alcun motivo di temere l’allontanamento. Se, invece, non è in condizione di soddisfare una o più delle richieste o se, semplicemente, è ritenuto pericoloso, è costretto a lasciare la Francia. Un obbligo che può essere soddisfatto volontariamente, con un rimborso elargito dallo Stato di circa 300 euro (100 euro per i minorenni), oppure coattivamente dalla Gendarmerie. Anche se in questa legge, esteriormente, non appaiono riferimenti ad alcuna etnia, la conferma che l’obiettivo principale è l’eliminazione dei campi rom viene fornita dallo stesso Ministero dell’Interno francese, in una circolare inviata ai commissari di polizia locali: "spetta pertanto ai prefetti ovunque nel Paese assumere un sistematico smantellamento dei campi illegali, in primo luogo quelli dei rom".
NO AL BURQA - Dopo il voto positivo del Senato e in attesa dell’approvazione definitiva del Consiglio Costituzionale, tra sei mesi l'uso del velo integrale made in Islam sarà bandito da tutti i luoghi pubblici della Francia. Chi violerà tale normativa andrà incontro a 150 euro di multa; nel caso in cui il burqa (o il niqab) fosse imposto da terzi, come ad esempio il marito o un genitore, questi verrà punito con un anno di reclusione ed una pena pecuniaria di trentamila euro (due anni e sessantamila euro se la vestizione è intimata a minorenni). Come per i rom, anche in questo testo non vi è alcun richiamo all’oggetto del contendere, il velo integrale: semplicemente si proibisce la "dissimulazione del volto nei luoghi pubblici", come scuole, ospedali, negozi, bar, piazze, etc.. Il provvedimento ha già riscontrato il parere negativo del Consiglio di Stato e, ovviamente, delle comunità islamiche. Anche l'opinione pubblica, in primis il prestigioso "Le Monde", ha mostrato evidenti perplessità.
REAZIONI – In Europa queste due leggi hanno avuto un eco non indifferente. In particolare, a Bruxelles, la legge anti-rom è riuscita a sollevare un denso polverone: il Commissario Europeo per la Giustizia, i Diritti Fondamentali e la Cittadinanza, la lussemburghese Viviane Reding, spazientita e scandalizzata, ha incautamente paragonato le espulsioni francesi alle retate antiebraiche naziste della Seconda Guerra Mondiale. Sarkozy, indignato ed offeso, ha risposto seccamente: "se li prenda lei in Lussemburgo i rom". Berlusconi, sostenuto a gran voce dall’immancabile Lega Nord e dal suo Ministro dell’Interno Maroni, si è mostrato solidale con il presidente francese, a differenza della Cancelliera tedesca Merkel che ne ha preso le debite distanze. Prima di aprire una procedura d’infrazione, a buttare acqua sul fuoco ci aveva provato senza troppo successo il Presidente della Commissione Europea Josè Barroso, affermando che nei Paesi aderenti all’Unione Europea la libertà di circolazione "è incondizionata e non è autorizzata nessuna discriminazione contro le minoranze etniche". L’affare burqa ha invece trovato a Bruxelles repliche più miti, se non indifferenti: già nel giugno scorso, infatti, il Commissario Europeo agli Affari Interni Cecilia Malmstroee disse che non vedeva la necessità di una legislazione comunitaria per regolare tale materia, delegando quindi la responsabilità ai governi nazionali. In Italia, invece, all’interno del polo destrorso ideologicamente affine a Sarkozy non vi è un’unanime lode all’iniziativa francese; se la Lega Nord trova un cospicuo consenso decretando l’urgenza di un provvedimento identico nel Belpaese, dove in tutta onestà vi sono solo poche centinaia di donne indossanti il velo integrale, la stessa maggioranza non si schiera compattamente con Bossi. Paradossalmente, il ‘dissidente futurista’ Fini si allinea alle posizioni della Lega parlando di provvedimento "giusto, opportuno e doveroso", mentre il ‘berlusconiano’ Frattini, dall’alto del realismo politico proprio di un ministro degli Esteri, già nei mesi scorsi si era mostrato scettico dichiarando che "la questione non la risolverei per legge, [..] bisogna stare attenti a rispettare il sentimento religioso da un lato e rispondere alle esigenze di sicurezza dall'altro".
RIFLESSIONI – A chi scrive appare chiaro che le modalità con le quali a Parigi si siano affrontate due questioni spinose come i rom e il burqa risultino sin troppo semplicistiche; ci si è preoccupati più di accumulare un temporaneo consenso interno legiferando populisticamente su due materie di estrema e facile sensibilità per il cittadino votante medio, piuttosto che tentare pragmaticamente e responsabilmente di giungere alla risoluzione del vero, annoso, problema: l’integrazione del diverso. E in Italia le politiche demagogiche della Lega Nord ricalcano lo stesso modello. Nel caso dei rom, una legislazione nazionale aggirante la regolamentazione comunitaria e trascurante la sovranazionalità dell’Unione Europea appare debole, inefficace e transitoria: in una parola, miope. Tanto più se l’immigrazione è interna ai Ventisette d’Europa e quindi, in riferimento agli Accordi di Schengen, con ovvia possibilità di ritorno per gli espulsi. Insomma, è un problema definitivamente risolvibile solo a Bruxelles, non a Parigi, né a Roma, né tantomeno a Pontida. In relazione all’affaire burqa, il netto taglio d’accetta votato dal Parlamento francese non appare strategicamente lungimirante. Se è condivisibile che, dal punto di vista occidentale, il velo integrale possa apparire come un abuso dei diritti delle donne, è altresì vero che talune immigrate islamiche optano per la sua vestizione in autonomia, non perché costrette. È opportuno, dunque, creare a priori un muro culturale che offra ai fondamentalisti un ennesimo assist? Forse sarebbe conveniente riflettere maggiormente sulla potenziale invasività e pericolosità di un provvedimento che sa più di ‘scontro’ che di ‘integrazione’, correggendone l’approccio, affinandolo ed adattandolo alle contingenze. Senza rinunciare ai nostri valori.