Il Giappone: relativismo religioso e culti secolari

Sabato 04 Settembre 2010 22:15 Valeria Bollini World - Politica
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Il Giappone affascina per la sua tecnologia avanzata e per il mistero che, da secoli, avvolge le sue terre. La religione professata nel Paese attira e attrae milioni di persone in tutto il mondo: ma quanto sono conosciuti i credo del paese del Sol Levante?

Il Giappone. Terra di manga, di sushi e, soprattutto negli ultimi anni, di tendenza. Le filosofie orientali ormai permeano ed influenzano la cultura occidentale. Ma quali sono i principi che regolano quelle che per centotrenta milioni di giapponesi sono vere e proprie religioni? Innanzitutto è bene distinguere quante e quali sono queste correnti spirituali. I nipponici sono devoti soprattutto al credo Scintoista e a quello Buddhista. Un credo però non esclude l’altro. Questo pluralismo religioso, fondamento base della vita e dell’esistenza degli individui all’interno delle comunità, ben spiega perché le religioni monoteiste, come Cristianesimo, Islam ed Ebraismo, rappresentino una bassissima percentuale della popolazione. È infatti raro che un giapponese si leghi ad un unico credo e lo professi per tutta la vita. Com’è emerso dagli studi del professor Hirdaki Kobayashi, membro della direzione della Comunità buddista del tempio Clan Kobayashi, “La libertà di religione viene garantita al meglio laddove lo Stato e le religioni non si controllano a vicenda, rispettano la reciproca autonomia, collaborano nei settori di comune competenza. Ogni Stato democratico di diritto cerca di tutelare la libertà di religione a partire dalla propria storia: ciò significa che nessuno Stato possiede un sistema ideale applicabile, senza aggiustamenti, a tutti gli altri paesi in materia di tutela della libertà religiosa”. Andiamo ora ad analizzare meglio la struttura e la storia delle due correnti per capire appieno le parole del professore.

 

CENNI STORICI – Fin dalla sua nascita il Buddhismo è stato associato allo Scintoismo. Per siglare la vicinanza delle due religioni, i giapponesi hanno eretto affianco al primo tempio buddhista, quello di Nara, un reliquiario scintoista. Il luogo, oltre a diventare un punto di riferimento per i credenti, è stato ben presto assunto dalla casa reale come un simbolo di potere politico, quello dell’imperatore che ha posto sotto la sua ala protettrice i ministri di entrambi i culti. Affidare i sacerdoti alle cure dello Stato, vista la struttura delle due religioni, ha visto crescere le celebrazioni di cerimonie atte ad augurare prosperità e stabilità alla Casa imperiale. Inoltre, la vicinanza dei reali alla sfera religiosa, ha visto le famiglie più importanti del Giappone, alternarsi alla guida di templi e reliquiari. Questo sistema, che legava a doppio filo sfera spirituale e politica, è durato fino al 1868, anno della restaurazione Meiji.

 

LO SCINTOISMO – Questo culto, che deriva dal termine “Shinto”, ossia “via degli dei e delle dee”,è praticato da oltre il 90% della popolazione giapponese. Il credo è nato dalla cultura della coltivazione del riso e, per questo, si rifà alla ricerca dell’armonia con la natura, basata sull’alternarsi delle quattro stagioni. Il ciclo detta ai credenti un “modus vivendi” che si è radicato a tal punto nella cultura nipponica da essere considerato più una convenzione sociale che una religione. Proprio per il suo forte impatto sulla popolazione, in passato, la sua dottrina è stata usata per fini politici. Fino al 1946, infatti, l’imperatore (o Nihonshoki), nel culto dello shintoismo storico, ossia quello dei reliquiari (o Jinja-Shinto), veniva considerato discendente diretto della dea del sole Amaterasu-Omikami, la più elevata e nobile tra le divinità. In quell’anno però, dietro pressioni esercitate dal governo americano, il sovrano ha rilasciato una dichiarazione nella quale si distaccava da questa ipotesi, lasciando cadere la credenza.  Le divinità venerate dagli scintoisti sono almeno otto milioni e sono ricordate in molteplici feste e pellegrinaggi dedicati per lo più agli dei locali. In questo credo, infatti, chiunque può essere eletto a divinità: una persona che ha compiuto gesti particolarmente significativi per la collettività, così come un animale o una pianta. Proprio per la mancanza di una dottrina scritta, di un Dio fondatore e di un fine evangelico, la regola buddhista spesso confluisce ed aderisce perfettamente allo shintoismo.

 

Il BUDDHISMO E GLI SPIRITI ANCESTRALI - Il buddhismo, originario dell'India, giunse nell'arcipelago nipponico nel VI secolo d.C., passando per la Cina e, soprattutto, per i centri cinesizzati della Corea. Con una dozzina di sette, con i suoi 72.000 templi, è praticato dal 73,9% della popolazione. La sua importanza per lo sviluppo della cultura giapponese fu immensa e si può paragonare a quella avuta dal cristianesimo in Occidente. Nella filosofia buddhista manca una divinità assoluta. Chi sceglie di seguirne i principi non è tenuto a farlo in modo esclusivo e questo spiega perché le due forme religiose hanno potuto, e possono,  coesistere all’interno della cultura giapponese. Nelle case del paese del sol levante spesso si possono trovare altari dedicati ai due credi. L’unica ferrea regola che vige in entrambi i culti riguarda l’assegnazione delle cariche: un sacerdote buddista, infatti, non può avere contemporaneamente la carica di sacerdote scintoista e viceversa. Per il resto la vita religiosa dei giapponesi è regolata dalle cerimonie scintoiste, come le visite ai reliquiari, e buddhiste, con i pellegrinaggi ai templi ed è legata soprattutto al culto degli spiriti ancestrali. Rivolgersi agli antenati appartiene alla cultura giapponese da tempi remoti, antichi quasi quanto quelli dell’affermazione dello Shintoismo. I due culti, legati a doppio filo, trovano il proprio fondamento in ogni forma di aggregazione sociale giapponese, dalla famiglia, al clan, al villaggio. Chi si rivolge alle anime si affida agli antenati per ottenere protezione per la progenie, espressa attraverso il buon esito del raccolto. Non a caso in queste occasioni vengono venerate le divinità dell’agricoltura e gli spiriti del riso. Anche se inizialmente il Buddhismo era estraneo al culto degli antenati, nel tempo ha accolto questa filosofia che, accomunandolo ancora di più allo Scintoismo, ha permesso la sua rapida espansione in ogni angolo del Giappone.

 

STATO E RELIGIONE – Nell’anno della restaurazione della dinastia Meiji (1868), lo Scintoismo divenne la religione ufficiale dell’impero. La forza del credo, infatti, era diventata così potente da far intuire al regnante che, associando il nome del Governo a quello della religione, l’impero ne sarebbe uscito rafforzato in immagine ed unità. Ciò non avrebbe significato una devozione dello Stato nei confronti del culto, ma una sopraffazione del potere imperiale sullo Scintoismo. Ottenuta voce in capitolo, l’imperatore, attraverso il decreto governativo del 14 maggio 1871, abolisce il sistema ereditario dell’ordine monastico scintoista e gerarchizza i reliquiari, ponendone a capo quello di Ise, ossia quello associato alla casa del regnante. In questo sistema (detto anche “Stato scintoista” perché il popolo era obbligato ad aderire al credo), durato fino alla Seconda Guerra Mondiale, qualsiasi confessione considerata “in opposizione” al regime, veniva repressa e perseguitata fino al suo annientamento. Tutti gli altri credi, come compariva nell’articolo 28 della Costituzione Meiji, erano tollerati nella “nella misura in cui non disturbassero la sicurezza e l’ordine pubblico e non fossero in contrasto con l’obbligo del popolo di sudditanza all’imperatore”. Immediatamente il Buddhismo riacquistò il suo posto al fianco dello Scintoismo, sebbene praticato a livello domestico e lo status dei monaci buddhisti rimanesse inferiore a quello dei sacerdoti scintoisti. Al termine del secondo conflitto mondiale religione e Stato si scindono. Non solo, sotto la spinta dell’occupazione americana, vengono varate leggi che tutelano le confessioni religiose e garantiscono privilegi fiscali agli enti religiosi (Shûkyô-Hôjinho: 1951). Attualmente fra il 10% e il 20% dei giapponesi appartiene alle nuove comunità religiose e meno dell’1% alle comunità cristiane.

 

TUTELA E FUTURO – Dagli Anni ’50 in avanti, infine, i credo più diffusi del Giappone (Scintoismo e Buddhismo), godono degli stessi diritti giuridici delle nuove comunità religiose, tra qui quelle cristiane, islamiche ed ebraiche. In confronto ad altri paesi viene garantito un maggiore spazio all’attività  religiosa di tutte le confessioni e le restrizioni imposte sono molte poche. Come conclude il professor Hirdaki Kobayashi: “Anche l’America del nord e l’Europa occidentale, che sono considerate come modelli relativamente validi di garanzia della libertà religiosa, hanno i loro problemi in questo campo. Ciò che accomuna questi paesi è che essi fondano il proprio ordinamento costituzionale sulla cultura cristiana e, a partire da qui, cercano di proteggere la libertà di religione e le minoranze religiose. Il Giappone tenta di raggiungere questo stesso obiettivo muovendo dalla cultura tradizionale buddista-scintoista. La separazione fra Stato e religione non deve essere assolutizzata se deve rimanere uno strumento di tutela della libertà religiosa. A causa del relativismo religioso e dell’appartenenza multi religiosa, in Giappone si è, in generale, abbastanza tolleranti nei confronti delle altre religioni”.

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