La liberazione di Gomes allenta la tensione in Korea

Domenica 29 Agosto 2010 17:56 Alessandro Badella World - Politica
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Carter in KoreaUn deciso passo avanti nei rapporti con Soul e Washington è stato fatto dalla Korea del Nord con la liberazione del cittadino americano Aijalon Gomes. La Casa Bianca è rimasta un po’ “spiazzata” dal gesto del regime nord-koreano, tanto che nessuno dal Dipartimento di Stato aveva appoggiato ufficialmente l’iniziativa di Carter. Ma il gesto, probabilmente solo simbolico, potrebbe aprire lo spiraglio per una riduzione delle tensioni regionali.

 

Aijalon Gomes venerdì è atterrato a Boston accompagnato dall’ex presidente statunitense Jimmy Carter, con un volo che li ha riportati a casa dal paese più “chiuso” ed isolato del globo, la Korea del Nord. Quella di Gomes è una storia del tutto singolare (anche se non unica nel proprio genere) anche perché la vicenda presenta dei lati oscuri non ancora chiariti. Sino a gennaio, Gomes era un professore di inglese presso una scuola in Korea del Sud. A gennaio però, per cause del tutto sconosciute, durante un’escursione in Cina, Gomes decise di varcare il confine con la Repubblica popolare di Korea, dove appunto il cittadino americano è stato incarcerato per violazione delle frontiere del Paese. Non certo un unicum: diversi cittadini americani, tutti attivisti per i diritti umani o facenti parte di organizzazioni contro la dittatura, erano stati arrestati negli ultimi anni, proprio per lo stesso motivo. Costoro violavano le regole di immigrazione proprio come forma di protesta: il presidente Clinton, la scorsa primavera, viaggiò per due volte a Pyongyang per trattare la liberazione degli arrestati con passaporto americano.

LA STORIA - Gomes era stato condannato ad otto anni di lavori forzati, terminati i quali avrebbe dovuto versare 700mila dollari per lasciare il paese. Ma la situazione è improvvisamente precipitata nei mesi scorsi quando l’uomo ha più volte minacciato il suicidio. Non penso che Pyongyang fosse così interessata alla salvaguardia del prigioniero in quanto prigioniero, ma più che altro in quanto americano. La Korea popolare sta vivendo un anno difficilissimo, tra sempre più accesi contrasti con il mondo occidentale e i “fratelli-coltelli” del Sud e riforme economiche condotte grossolanamente, che non sembrano avere alcun effetto. Certamente, in questa situazione, un suicida americano nelle carceri avrebbe potuto rappresentare un eccellente per gli Stati Uniti casus per isolare ulteriormente il Paese a livello internazionale o per muovergli qualche attacco più concreto e non solo diplomatico, visto che a Seoul sono già partite esercitazioni congiunte tra Usa e Korea del Sud per prevenire un eventuale attacco militare proveniente dal Nord.

STRATEGIE - La via della diplomazia, anche se si tratta di una “diplomazia della porta di servizio”, questa volta sembra aver funzionato. Come le visite di Clinton in primavera, anche quella di Carter è un esempio di diplomazia molto morbida, visto che entrambi, pur avendo una certa influenza indiretta sull’opinione pubblica e politica degli Stati Uniti, non rappresentano de iure nessuna agenzia governativa americana. La visita di Carter, oltre ad aver portato alla liberazione del prigioniero americano, ha avuto un ruolo fondamentale per sondare gli umori di Pyongyang sui temi della corsa al riarmo nucleare e sulle sanzioni inflitte dalla comunità internazionale. Sembra che il numero due dello stato nordkoreano abbia ventilato, nel corso della consultazione con Carter, la possibilità di un ritorno al six party talks e quindi la ripresa dei colloqui sul nuclerare, ma abbia anche chiesto l’alleviamento delle sanzioni delle Nazioni Unite contro il proprio Paese. La visita di Carter è stata molto gradita dalla Casa Bianca, anche perché - sebbene di carattere informale - sembra aver ottenuto alcuni successi importanti, compreso quello di fotografare un Paese non più disposto a tutto pur di entrare in guerra con l’Occidente e sperimentare le proprie armi nucleari. Nel contempo, l’Occidente ha dimostrato un certo grado di apertura ad eventuali “grazie” concesse da Kim Jong-il alla comunità internazionale. Infatti, prendendo proprio spunto dalla vicenda, Ban Ki-moon ha voluto lanciare una campagna di solidarietà per la popolazione nordkoreana, vittima di recenti alluvioni su vasta scala.

Ultimo aggiornamento Domenica 06 Febbraio 2011 17:17

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