Indonesia, la prossima stella dell'economia mondiale

Venerdì 30 Dicembre 2011 01:02 Matteo Zaupa World - Economia
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Le aspettative degli analisti e degli investitori internazionali riposte nell' Indonesia sono elevatissime. Molti la vorrebbero inserita a pieno titolo tra i paesi BRICs. Tutti la indicano come paese dove investire. Il suo successo è sotto gli occhi di tutti. In soli dieci anni è passata da una dittatura autoritaria ad una democrazia stabile, da un’economia in condizioni disastrose a performances straordinarie. Sono tuttavia numerose le contraddizioni presenti nel paese e alcune carenze endemiche rischiano di minarne la crescita. Oggi più che mai l’Indonesia necessita di riforme strutturali per non vanificare i risultati eccezionali fin qui ottenuti e non deludere le aspettative della comunità internazionale.

IL CLUB DEI PAESI EMERGENTI - BRIC, acronimo di Brasile, Russia, India e Cina. Sinonimo di paesi emergenti.

I quattro usano questo ristretto club per creare egemonie, ad esempio quando si discute di clima. Votano in modo simile alle Nazioni Unite e organizzano vertici fra loro. Sul piano economico il Prodotto interno lordo dei BRICs è ormai il 17% di quello globale. In un periodo alquanto fosco per l’Occidente e il suo sistema economico essi si stanno sempre più affermando come protagonisti nella scena internazionale: secondo gli osservatori, nei prossimi trent’anni i paesi BRICs diventeranno i nuovi leader dell’economia mondiale. La Cina potrebbe sorpassare gli Stati Uniti nel 2027, mentre il PIL del Brasile ha già superato quello dell'Italia. Nel 2030 i quattro potrebbero produrre il 47% del PIL mondiale. Inoltre hanno tracciato una strada per altri: Sudafrica, Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Cile.

LA PROSSIMA STELLA - Tra questi un paese su tutti sembra guadagnare numerose lodi dalla finanza mondiale e previsioni estremamente favorevoli, attirando l’interesse degli investitori internazionali. Si tratta dell’Indonesia. Un paese di 245 milioni di persone, il quarto più popoloso al mondo. Tuttavia, soltanto dieci anni fa, nel momento peggiore della crisi finanziaria asiatica, il paese sembrava sull’orlo del collasso. L’economia versava in pessime condizioni e le proteste contro il regime di Suharto erano degenerate in vere e proprie rivolte che, alla fine, avevano portato ad un vuoto di potere. Oggi invece, l’Indonesia è corteggiata dai capitali internazionali e viene vista come modello positivo di democratizzazione da tutti quei paesi che dopo decenni di dittatura post-coloniale aspirano a seguirne le orme. Negli ultimi anni il Jakarta Stock Exchange ha fatto registrare performance eccellenti e molti analisti hanno proposto di inserire il paese tra i membri BRIC. Inoltre, ogni volte che viene condotto uno studio per individuare la superstar economica del futuro (Goldman Sachs, PricewaterhouseCoopers, The Economist, Citygroup), l’Indonesia viene inserita nella lista dei pretendenti al titolo.

ECCEZIONALI TRAGUARDI - I risultati raggiunti dal paese d'altronde sono impressionanti. Dopo il 1998 l’Indonesia si è trasformata, da regime autoritario, in una delle più vibranti democrazie del pianeta. L’ambiziosa riforma costituzionale ha istituito un sistema presidenziale e il governo, scelto attraverso elezioni libere e trasparenti, ha subito provveduto ad una decentralizzazione politica e fiscale, devolvendo poteri e risorse alle centinaia di distretti e municipalità. Ha poi creato nuovi e indipendenti sistemi di controllo in un ottica di pesi e contrappesi che ricorda il sistema statunitense. Sono state create una corte costituzionale e una commissione per contrastare la corruzione (KPK).

I successi economici sono forse maggiori. Dal 1998 l’economia indonesiana è cresciuta con una media del 5% ogni anno. Nel 2009, annus horribilis per l’economia mondiale, il tasso di crescita è stato del 4,5%. Per il 2011 è prevista una crescita del 6,5%. Il paese è il secondo maggior esportatore di carbone e il primo esportare di carbone e olio di palma verso i mercati regionali, Cina in testa. Il rapporto debito-PIL è sceso dal 100,3% nel 2000 all’odierno 26%, un valore più basso rispetto a quello dei paesi della regione. L’inflazione è passata dal 77% al 5%.

SICUREZZA E PROTAGONISMO INTERNAZIONALE - L’Indonesia ha inoltre raggiunto importanti risultati sul piano della sicurezza: Nel 2004 il governo ha negoziato uno storico accordo di pace con i separatisti nella provincia di Aceh, ha eliminato centinaia di estremisti islamici e smantellato i campi di addestramento jihadisti. Parallelamente assistiamo ad un maggior attivismo sul piano internazionale. L’Indonesia è stata l’unica nazione del Sud Est asiatico cui venne offerta la membership del G20 al momento della sua istituzione. Il paese ha inoltre lanciato il Bali Democratic Forum, una conferenza regionale per promuovere la democrazia in Asia. Infine, quest’anno, il paese ha ospitato incontri internazionali di altissimo profilo (il World Economic Forum on East Asia, il vertice ASEAN, l’East Asia Summit) guadagnando il plauso della comunità internazionale.

CONTRADDIZIONI - Non mancano tuttavia i problemi e alcune note discordanti ridimensionano i successi ottenuti. I porti indonesiani sono inadeguati, lo stesso si può dire della rete elettrica e la rete stradale è tra le peggiori della regione. Ciò rende l’economia indonesiana inefficiente e rischia di minarne la crescita in futuro. In alcune regioni il prezzo dei beni di base è tre volte superiore a quello nell’isola principale di Java. I costi di trasporto restano elevatissimi, maggiori che in qualunque altro paese dell’ASEAN. Un problema enorme per un paese composto da quasi 18000 isole. Il governo è consapevole di queste carenze, ma non investe abbastanza. Il presidente Yudhoyono ha lanciato un nuovo piano di sviluppo economico che si concentra sullo sviluppo delle infrastrutture. Tuttavia i fondi pubblici stanziati coprono solo la metà delle spese necessarie per adeguare il complesso infrastrutturale indonesiano. Bisognerà perciò coinvolgere il settore privato nella costruzione di strade e nella fornitura di acqua e energia. Una sfida per un paese in cui il sistema di regolazione è inadeguato e in cui definire la burocrazia caotica è un eufemismo.

LA CORRUZIONE - A ciò bisogna aggiungere una corruzione endemica che è il vero tratto distintivo della giovane democrazia indonesiana. Si pensi che alcuni anni fa Transparency International ha indicato il paese come il più corrotto al mondo. L’azione della KPK ha portato all’arresto di decine di politici e pubblici ufficiali, ma il fenomeno resta diffuso ad ogni livello. Che si tratti di governo o di pubblica amministrazione le tangenti sembrano accompagnare la vita quotidiana degli indonesiani. Il presidente Yudhoyono ha dichiarato che combattere questo malcostume sarà la sua priorità, ma durante il suo secondo mandato numerosi scandali di alto profilo hanno coinvolto membri di governo e esponenti di spicco del suo partito. Il problema è talmente diffuso che nessun partito in Indonesia è esente da episodi di corruzione.

ISOLAZIONISMO ECONOMICO - Il governo Yudhoyono sta inoltre facendo passi indietro per quel che riguarda il libero mercato. Le limitazioni agli investimenti stranieri sono più stringenti che in passato e le liberalizzazioni concordate in seno agli organismi internazionali procedono a rilento. Le industrie indonesiane premono affinché si prenda tempo e chiedono la creazione di barriere non tariffarie. Al contempo Yudhoyono ha annunciato che il governo rivedrà tutti i contratti con compagnie straniere, in particolare con quelle operanti nel settore delle risorse naturali. Egli è convinto di poter negoziare termini contrattuali migliori ora che il peso economico del paese è cresciuto e che l’economia è più robusta.

Nel 2008 la relativa mancanza di integrazione nell’economia mondiale ha protetto il paese dalla crisi finanziaria, ma il governo sembra aver tratto una conclusione sbagliata: Yudhoyono ha deciso di privilegiare l’isolazionismo piuttosto che una rapida crescita basata su investimenti stranieri e su di un’economia orientata alle esportazioni.

Ad oggi il vero volano della crescita economica indonesiana resta il mercato interno, ma il paese si trova nell’urgenza di generare posti di lavoro e non può permettersi di non sfruttare il momento di crescita che attraversa l’intera regione. Politiche protezionistiche, che tutelino certi settori dalla concorrenza internazionale, generano inefficienze e bruciano molti posti di lavoro.

IL POTENZIALE VANTAGGIO INDONESIANO - L’Indonesia non può permetterselo, la sua popolazione è enorme: 245 milioni di persone. Tra queste il 54% ha un’età inferiore ai 30 anni. In un mondo che invecchia sempre di più, Cina inclusa, ciò potrebbe tradursi in un enorme vantaggio comparato per il paese: una popolazione giovane numerosa consuma di più e offre un ottimo bacino di forza lavoro. Ma affinché questo vantaggio possa essere sfruttato occorrerà creare posti di lavoro, specialmente posizioni ben retribuite. L’industria estrattiva non si presta a tale scopo, essa infatti è intensiva in capitali e non in lavoro e non può quindi produrre quei posti così necessari. Bisogna inoltre considerare che già ora i tassi di disoccupazione e povertà sono piuttosto elevati: il 6,8% degli indonesiani è disoccupato, il 12,5% vive sotto la soglia di povertà. Cifre in diminuzione rispetto al 2004, ma che non raccontano fedelmente la situazione: la maggior parte degli impiegati lavora in nero nel settore agricolo (65% della popolazione) e se nel 2005 i giovani laureati disoccupati erano il 3,6%, oggi sono l‘8,5%. Secondo stime della Banca Mondiale più della metà della popolazione vive con meno di 2$ al giorno. La soluzione potrebbe essere, appunto, creare posti di lavoro che facciano crescere produttività e consumi e attrarre investimenti dall’estero, un percorso che l’Indonesia di Yudhoyono non sta seguendo con la necessaria convinzione.

UN SISTEMA CHE NON CONSENTE LE NECESSARIE RIFORME - Il presidente è inoltre in una posizione di debolezza. La sua principale preoccupazione non sembra quella di promuovere le riforme necessarie, ma di stringere alleanze politiche che gli permettano di governare. In Indonesia infatti, il numero di partiti è molto elevato rispetto a quelli di una normale democrazia presidenziale: se ne contano 9 e quello Democratico, al governo, controlla soltanto il 26% dei voti. Delle 70 proposte di legge solo una piccola parte, e comunque le meno significative, sono state approvate. Nel mentre la Corte Costituzionale ha ridotto il numero di voti necessario per mettere il presidente sotto impeachment: il 26% dei seggi controllato dai democratici non è più sufficiente per salvare Yudhoyono.

Dopo anni di governo autoritario l’Indonesia ha cercato di decentralizzare il potere. Ma il sistema che ne è derivato non consente un’efficace produzione legislativa e impedisce le riforme di cui il paese ha bisogno. Nella migliore delle ipotesi l’Indonesia nei prossimi tre anni di governo di Yudhoyono resterà in una situazione di stallo. Nella peggiore vedrà vanificati tutti i guadagni ottenuti sin qui.

UN MODELLO DA SALVAGUARDARE - Il successo indonesiano è sotto gli occhi di tutti; analisti, finanzieri e investitori internazionali considerano ormai il paese alla stregua dei paesi BRICs. Un paese aperto, moderato, tollerante. Una democrazia multietnica e multi-religiosa. Un’economia dalle potenzialità eccezionali. Molti stati che escono oggi da decenni di dittature post-coloniali, Egitto su tutti, guardano all’Indonesia come a un modello e a una guida. I traguardi raggiunti in così poco tempo sono eccezionali, ma alcune disfunzioni sistemiche minacciano di compromettere una crescita fino a qui continua e straordinaria. Il paese ha bisogno di riforme che riportino l’economia sul giusto binario. Spetterà alla prossima generazione prendere scelte coraggiose affinché l’Indonesia possa essere all’altezza delle elevate aspettative della comunità finanziaria internazionale e diventare protagonista della scena economica mondiale.

Ultimo aggiornamento Sabato 31 Dicembre 2011 01:17

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