Dossier Ambiente – Aree naturali protette: prospettive per un futuro sostenibile

Mercoledì 23 Marzo 2011 23:19 Diego Merlo World - Economia
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In origine custodi delle ultime isole di natura selvaggia, le aree protette hanno conosciuto una larga diffusione che, particolarmente negli ultimi decenni, ne ha fatto incrementare vertiginosamente il numero e, di conseguenza, la rilevanza nell’ambito delle politiche ambientali. Tale diffusione ha finito per interessare contesti anche fortemente antropizzati problematizzando sempre più la loro esistenza ed imponendo una riflessione sulle finalità da perseguire nei parchi e sul ruolo che la componente umana è chiamata a svolgere.

ORIENTAMENTI INTERNAZIONALI – Il dibattito sulle funzioni e le caratteristiche delle aree protette ha assunto nel corso dei decenni una dimensione internazionale. Particolare rilievo lo si deve all’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), organizzazione che opera sotto l’egida dell’ONU e che, a partire dal 1962, con cadenza decennale, è sede del World Park Congress. Nelle raccomandazioni redatte al termine dei lavori delle conferenze di Seattle (1962) e di Yellowstone (1972) emerge chiaramente quello che si potrebbe denominare come l’approccio classico. Esso si caratterizza per un completo scollegamento tra le questioni relative alla conservazione della natura dell’area protetta e le problematiche concernenti lo sviluppo. Se la tematica dello sviluppo delle comunità locali è in qualche raro frangente toccata, ogni considerazione è relativa a come si debba limitare, piuttosto che favorire, tali istanze, considerate, in ogni caso, una minaccia alla conservazione delle risorse naturali del parco. Alla conferenza di Bali del decennio successivo, per la prima volta, si afferma che i bisogni delle comunità locali non possano più essere ignorati a fronte di una sempre maggiore antropizzazione dei parchi. Dal riconoscimento delle richieste di sviluppo delle popolazioni insediate all’investitura dei parchi come veri e propri promotori di sviluppo sostenibile il passo è tanto breve quanto epocale. Al congresso di Caracas del 1992, alle aree protette è assegnato, inoltre, non soltanto il compito di conservare la natura, ma anche quello di salvaguardare le tradizioni culturali che, in molti contesti, sono di positivo contributo ad una migliore tutela del patrimonio paesaggistico e naturale. Durante il World Park Congress di Durban (2003), oltre ad essere confermato il ruolo delle aree protette nella promozione dello sviluppo sostenibile, è posta la questione di come queste possano irradiare benefici anche al di fuori dei propri perimetri auspicando la strutturazione di una rete ecologica, all’interno della quale i parchi si costituiscano come gli snodi cruciali. Quello che si è dunque registrato in ambito IUCN è stato il passaggio dall’approccio classico al paradigma moderno. Quest’ultimo, rifiutando il tradizionale modello di gestione condotto esclusivamente dalle autorità pubbliche nazionali o subnazionali, si orienta verso una governance caratterizzata da una sempre maggiore partecipazione delle popolazioni insediate. All’interno di questa modalità, non può più trovare spazio la tradizionale gestione tecnocratica di tipo reattivo attenta solo al breve periodo, ma si auspica l’affermazione di una gestione del parco di tipo adattivo, con una strategia pianificata degli obiettivi con respiro di lungo termine.

PARCHI ANTROPIZZATI ED ESPERIENZE EUROPEE – Le aree protette europee hanno conosciuto negli ultimi decenni una crescita quasi esponenziale che è proseguita in maniera sostenuta anche dopo il periodo di più grande impulso verificatosi negli anni novanta. Secondo uno studio del Centro Europeo di Documentazione sulla Pianificazione dei Parchi Naturali del Politecnico di Torino (CED PPN), nel periodo 1996-2006, la superficie protetta del nostro continente si è, infatti, incrementata di un buon 23 percento raggiungendo la quota di oltre 90 mila ettari ripartiti in più di 75 mila aree. I dati mostrano un panorama vastissimo ed una realtà estremamente variegata nella quale una sempre maggiore quota di popolazione si deve confrontare con la presenza del parco. Per queste ragioni, l’esperienza di alcuni casi emblematici sul nostro continente può fornire spunti per una riflessione generale su cosa si debba intendere per area naturale protetta, quali finalità conseguire al suo interno e che modalità di gestione si debba applicare.

PAESI BASSI – In riferimento all’esperienza olandese, si può rilevare come l’aspetto innovativo consista nel collegare la tutela di ecosistemi di rilevante importanza a quella di paesaggi culturali fortemente antropizzati. La Rete Ecologica Nazionale, che entrerà in piena funzione entro il 2018, si caratterizza per la sua multifunzionalità dato che integra l’obiettivo della conservazione con quello di un uso sostenibile delle risorse all’interno di una visione unitaria che concepisce la tutela dell’ambiente come il prioritario presupposto allo sviluppo. Un ruolo fondamentale è svolto dai partenariati locali stipulati coinvolgendo attivamente gli attori economici e sociali nelle iniziative di sviluppo sostenibile. Un paese come l’Olanda che si concepisce come un’unica grande area protetta dovrebbe far riflettere coloro i quali, ancora oggi, difendono strenuamente l’idea che il parco debba essere una realtà quanto più possibile libera da presenza umana, legata ad una tradizionale concezione che vede l’uomo in un’inconciliabile contrapposizione all’elemento naturale.

FRANCIA – Il tema della modalità di coinvolgimento delle comunità locali emerge in modo evidente dalla riflessione sul caso delle aree protette francesi. La suddivisione del parco nazionale in zone a diverso grado di tutela ha portato, in molti casi, per considerare le cosiddette “zones périphériques” come strumento di compensazione dei vincoli imposti dalla presenza del parco ed, in esse, lo sviluppo eccessivo delle attività turistiche ha prodotto danni anche significativi alle risorse naturali e paesaggistiche. Spesso, dunque, l’applicazione di un certo modello contrattualistico alla base dell’esperienza dei parchi francesi (in particolar modo, per quelli regionali) si è dimostrato inefficace. Al di là dunque delle predisposizioni normative e dei meccanismi formali di coinvolgimento delle comunità nella gestione del parco, tale compartecipazione deve essere primariamente riferita alla condivisione degli scopi dell’area protetta stessa. La Francia, in tal senso, con la riforma dei propri parchi nazionali attuata nel 2006, ha scelto di spingere il modello contrattualistico al suo limite estremo sino a trasformare le zone periferiche nelle cosiddette “aire d’adhésion”. Queste non sono più tracciate dallo Stato, ma si costituiscono con l’adesione volontaria dei comuni, i quali sottoscrivono una “charte” che definisce gli impegni assunti. La condivisione degli obiettivi istitutivi del parco diventa perciò prerequisito essenziale.

GRAN BRETAGNA – Un interessante spunto per il mantenimento nel corso dell’intera esistenza del parco di una sostenibile convergenza di interessi assimilabile a quella auspicata dal nuovo paradigma sulle aree protette, può essere tratto dall’esperienza del “Sustainable Development Fund”, previsto a partire dai primi anni duemila per i parchi nazionali inglesi e gallesi. Esso si propone di cofinanziare progetti che perseguano gli obiettivi istitutivi del parco, che siano sostenibili sulla base di test e che coinvolgano o siano supportati dalle comunità locali. Nei primi sette anni del fondo, sono stati attuati ben 1235 progetti pari ad un investimento di circa 9,9 milioni di sterline il quale ha prodotto un effetto moltiplicativo pari ad un flusso finanziario di 42,5 milioni. Risultati dunque significativi che ne fanno un modello di gestione paradigmatico esportabile in altri contesti. La predisposizione di un analogo fondo per le aree naturali protette potrebbe, inoltre, costituire un possibile nucleo centrale per una politica europea comune in questo settore. Puntare perciò sulla condivisione degli obiettivi tra il parco ed i suoi abitanti, esprimendo una vivace progettualità che struttura una cooperazione tra gli attori locali potrebbe risultare la carta vincente per una soddisfacente presenza delle aree protette anche in territori fortemente antropizzati.

Ultimo aggiornamento Sabato 26 Marzo 2011 13:14

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