Allo scadere dell’Anno internazionale della biodiversità, lo stato di salute del Pianeta vivente lascia inappagate le solenni aspettative di inizio millennio. Dopo la stipula della Convenzione sulla Diversità Biologica nel 1992, la comunità internazionale si proponeva a Johannesburg, nel 2002, di ridurre notevolmente il tasso di perdita di varietà biologica mondiale entro il 2010. Oggi, le più autorevoli istituzioni governative e non governative suggeriscono che entro il 2030 l’umanità necessiterà di due pianeti Terra per far fronte agli attuali ritmi di consumo delle risorse naturali. E il campanello d’allarme suona più acuto negli scenari globali della povertà e del sottosviluppo.
Il 22 maggio 1992, al termine della Conferenza di Nairobi, la comunità internazionale descriveva la diversità biologica come «la variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi inter alia gli ecosistemi terrestri, marini ed altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità nell’ambito delle specie e tra le specie e la diversità degli ecosistemi». La Convenzione quadro sulla Diversità Biologica (CBD), responsabile della definizione e ratificata nel mese successivo dai capi di Stato e di governo a Rio de Janeiro, decretava poi una sequenza di obiettivi generali volti a integrare i precedenti propositi specifici di conservazione delle specie o delle aree protette con le più complessive politiche nazionali, sociali ed economiche, impegnate nella conservazione della diversità biologica, nell’«uso durevole dei suoi componenti» e nella «ripartizione giusta ed equa dei benefici derivanti dall’utilizzazione delle risorse genetiche, grazie ad un accesso soddisfacente alle risorse genetiche ed un adeguato trasferimento delle tecnologie pertinenti in considerazione di tutti i diritti su tali risorse e tecnologie, e grazie ad adeguati finanziamenti». All’inizio di quello che si affermerà come “decennio dell’ambiente”, la Convenzione di Nairobi affermava il valore intrinseco della diversità biologica a vantaggio delle generazioni presenti e future, sostenendone il legame indissolubile con la sostenibilità dello sviluppo e convalidandone le implicazioni ecologiche, genetiche, sociali ed economiche oltre che culturali, educative, ricreative e psicologiche. I Paesi firmatari, destinati a riunirsi programmaticamente ogni due anni, hanno da allora decretato le aree di lavoro trasversali e i programmi tematici della Convenzione, fino ad approvare, nel corso della Conferenza tenutasi all’Aja nel 2002, un Piano strategico contenente la definizione degli obiettivi cui pervenire entro il 2010 nell’attuazione della CBD. A sottoscrizione del progetto, nel secondo Summit Mondiale di Johannesburg i governanti del pianeta assegnavano alla Convenzione il mandato di ridurre significativamente il tasso di perdita di biodiversità a livello globale entro il 2010. L’Obiettivo 2010, come venne formalmente denominato l’accordo, si avvaleva della sensibilizzazione delle imprese e delle istituzioni pubbliche grazie al progetto comunicativo promosso dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUNC), a sua volta noto come Countdown 2010.
LA BIODIVERSITÀ MINACCIATA – Le attività umane utilizzano servizi ecosistemici da cui ricavano approvvigionamento alimentare, materie prime, medicine, biocombustibili e benefici di regolazione dei processi naturali necessari alla fornitura di acqua, energia solare e altri strumenti basilari di supporto al benessere e alla sopravvivenza. Se la tecnologia dei tempi moderni rende possibile sopperire al degrado di alcuni servizi con sostituti e procedure artificiali, dalla rete complessa degli ecosistemi, degli organismi e delle specie continuerà a dipendere la qualità e l’esistenza stessa della vita sul nostro Pianeta. Alla luce di un modello di sviluppo che sappia soddisfare le richieste di una popolazione mondiale in continua crescita nel rispetto delle capacità rigenerative delle risorse naturali, lo stato di salute della biodiversità mondiale acquisisce la sua drammatica rilevanza e la sua stringente attualità. Nondimeno, la pressione antropica sugli ecosistemi terrestri - di pari passo con l’esigenza globale di spazi e infrastrutture per le attività industriali in progresso esponenziale dagli ultimi decenni - ha inesorabilmente minacciato la conservazione e l’ampiezza della diversità biologica, focalizzando l’attenzione ambientalista internazionale sui principali settori ecologici da salvaguardare. Agricoltura, caccia, pesca, sfruttamento forestale e minerario, impiego idrico ed energetico rappresentano le sfide del millennio in sinergia con piani d’azione miranti a ridurre la perdita di biodiversità e il conseguente malfunzionamento, o persino collasso, degli ecosistemi. L’alterazione, la frammentazione e la totale scomparsa degli habitat si pongono al centro di una complessa griglia di fattori di depauperamento ecologico e biologico, innescati dall’impatto dannoso dell’uomo sulla biosfera, le cui spinte originarie provengono dall’inquinamento atmosferico, responsabile dei cambiamenti climatici e dei fenomeni di deforestazione, e dallo sfruttamento delle popolazioni di specie selvatiche in misura superiore alla capacità riproduttiva della popolazione stessa. Ogni anno, da una foresta può essere prelevata una quantità di legname maggiore di quella che si rigenererà nel breve periodo; conseguenza ne è un debito ecologico impossibile da colmare alle attuali velocità del consumo umano. Al sovrasfruttamento delle risorse naturali, comprese le deturpazioni della flora e della fauna esotiche a scopi estetici o turistici, si aggiungono l’introduzione - deliberata o accidentale - di specie invasive e l’impiego eccessivo di pesticidi, finalizzato alla conversione del suolo a scopo agricolo, industriale o urbano. L’irrigazione e la regolazione meccanica dei flussi idrici in funzione dell’impiego di energia idroelettrica, assieme all’immissione nelle acque naturali di sostanze ad azione endocrina, contribuiscono al ridimensionamento degli stock ittici, mentre competizione, predazione e malattie degli organismi esauriscono il quadro delle cause biotiche dei processi di estinzione.
BIODIVERSITÀ E SVILUPPO - L’Obiettivo 2010 ha fortemente sollecitato la sensibilità di persone e governi sulla progressiva riduzione della diversità biologica globale e, con essa, sul grave capitolo della storia dell’ambiente che ad oggi viviamo. Nel dicembre 2006, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha definitivamente marcato la soglia cruciale del 2010 proclamandolo Anno internazionale della biodiversità. Tra le numerose organizzazioni a fini economici o statistici impegnate nella misurazione della sostenibilità dello sviluppo umano, il WWF ha sostenuto l’appuntamento del 2010 integrando i propri tradizionali modelli di riferimento con l’esplorazione del nesso tra biodiversità, consumo e ricchezza umana. Il Living Planet Report, redatto dal World Wildlife Fund ogni due anni dal 1998, utilizza una gamma di indicatori ambientali per documentare le ripercussioni della presenza umana sulla Terra attraverso i mutamenti della biodiversità, degli ecosistemi e delle risorse naturali. All’Impronta ecologica e all’Indice del pianeta vivente, rivelatori dello stato di salute della biodiversità mondiale in relazione alla pressione antropica sulle risorse naturali della Terra, è stato associato nell’ultima edizione del rapporto l’esame dei trend della diversità biologica sulla base del reddito nazionale nelle diverse regioni politiche, in considerazione delle dimensioni e del contributo di ciascuna regione all’Impronta ecologica. L’analisi ha permesso di evidenziare come il tasso di perdita di biodiversità risulti allarmante nei Paesi a basso reddito: benché l’Indice del pianeta vivente presenti grandi divergenze tra le zone temperate (i Paesi industrializzati) e quelle tropicali (i Paesi in via di sviluppo), con un declino del 60 % nella fascia tropicale tra il 1970 e il 2001 a fronte di un incremento del 29 % nella fascia temperata, tali differenze non risultano solo di natura geografica o biofisica. Fra il 1970 e il 2007 l’Impronta ecologica pro capite degli Stati a basso reddito è infatti diminuita del 58 %, mentre l’Impronta ecologica dei Paesi ad alto reddito è aumentata sino a contrarre quelle dei Paesi a basso e a medio reddito. Di conseguenza, la perdita di biodiversità e in generale il degrado ambientale ricadono più direttamente sulle popolazioni più povere e vulnerabili del mondo, che si trovano anche per questo impossibilitate a sanare il proprio dissesto economico. La globalizzazione dei mercati, che consente agli Stati di soddisfare la propria domanda di risorse naturali tramite le importazioni dagli altri Paesi, e l’assenza di adeguate e trasparenti politiche di profitto rendono la perdita di biodiversità degli Stati a basso e medio reddito dipendente almeno in parte dal consumismo degli abitanti dei Paesi più ricchi. Ne guadagniamo una conferma, oltre che un monito e un auspicio: come in ogni contesto di crescita collettiva, il futuro del pianeta - attraverso la preservazione indispensabile della diversità biologica - non può che dipendere dalla volontà e dagli sforzi congiunti dell’individuo e dei governi.