Con l’inizio dell’età contemporanea e con la ripida (e rapida) crescita economica mondiale, l’equilibrio tra uomo e natura si è progressivamente incrinato. Già nell’Ottocento il problema era noto, ma durante il Novecento gli individui hanno preso effettivamente coscienza del pericolo che il nostro pianeta corre. Dunque, anche gli Stati si sono mobilitati. Sino a giungere ai giorni nostri, ove la condivisione di una regolamentazione globale è divenuta imprescindibile.
TRA TEORIA E REALTÀ - Il pianeta Terra non è inesauribile e le sue risorse non sono illimitate. Conseguentemente, lo sviluppo economico nazionale ne viene influenzato: tra sfruttamento naturale e ricchezza umana vi è un’interdipendenza che condiziona entrambi i fenomeni. A tale conclusione gli economisti classici arrivano già nel XIX secolo. In particolare, tra il Settecento e l'Ottocento, l’inglese Malthus individua ed elabora il cosiddetto “principio di popolazione” per il quale l’elevata pressione demografica ed il risultante, elevato consumo causerebbero nell’arco di breve tempo il sopravanzamento sulla produzione sussistenziale terriera (gli alimenti), determinando così miseria e povertà tra il popolo. Nel 1817, David Ricardo sostiene che la limitatezza delle risorse naturali, se non sufficientemente sostenuta da un importante progresso tecnologico, conduce alla stazionarietà del sistema economico. Condizione in realtà non troppo negativa per John Stuart Mill, se ciò equilibra il rapporto uomo-ambiente e favorisce il progresso morale. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, i neoclassici si occupano prevalentemente di teorizzare allocazioni efficienti delle risorse per favorire il mercato: il passo che conduce al principio della scarsità delle materie prime è breve. Negli anni Venti, il britannico Pigou -fondatore della cosiddetta “economia del benessere”- considera l’impatto negativo che la produzione e l'inquinamento hanno sull’ambiente; per lui, l’intervento statale mediante l'imposizione di una tassa ad hoc può mitigare tale danno. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e con il boom economico degli anni Cinquanta, le conseguenze ambientali di una ennesima, eccezionale espansione produttiva iniziano a palesarsi. Kenneth Boulding, economista americano, aggiorna al nuovo contesto industriale l’interdipendenza maltusiana, considerando l’effetto circolare generatosi tra mondo naturale e mercato: nella sua visione, la terra è come una nave spaziale, un'area ben delimitata e non sfruttabile eternamente. A cavallo degli anni Sessanta e Settanta, un rapporto diffuso dal Club di Roma, un’organizzazione non governativa internazionale di spicco, sottolinea l’impossibilità di mantenere tassi elevati di sfruttamento ambientale per un periodo superiore a un secolo, pena l’arresto totale dello sviluppo economico.
IMPEGNO GLOBALE - La comunità internazionale recepisce il pericolo. Nel 1972, la Conferenza dell’ONU sull’Ambiente convocata a Stoccolma si conclude con una dichiarazione che sancisce i principi di salvaguardia delle risorse naturali e di equità intergenerazionale: gli Stati firmatari si impegnano con un piano d’azione a proteggere l’ambiente, non penalizzando la potenziale crescita dei posteri. Un decennio dopo, le Nazioni Unite istituiscono la Commissione Mondiale per lo Sviluppo e l’Ambiente, la quale pubblicherà nel 1987 il proprio rapporto dove compare per la prima volta la definizione di “sviluppo sostenibile”, invero «lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri». Ed aggiunge: «la protezione ambientale e lo sviluppo sostenibile devono diventare parte integrante dei mandati di tutti gli enti governativi, organizzazioni internazionali e grandi istituzioni del settore privato; a essi va attribuita la responsabilità di garantire che le loro politiche, programmi e bilanci favoriscano e sostengano attività economicamente ed ecologicamente accettabili a breve e a lungo termine». I capi di Stato e di governo di tutto il mondo si riuniscono cinque anni dopo, nel 1992, a Rio de Janeiro per il “Summit della Terra”; viene così firmata la Carta di Rio che, nel ribadire la centralità dei principi già individuati precedentemente, ne evidenzia particolarmente cinque: l’azione comune concertata, la diversa responsabilità tra Paesi industrializzati ed in via di sviluppo, l’equilibrio tra generazioni, la precauzionalità preventiva nella difesa ambientale e l’onere per ciascuno Stato di affrontare i costi per la tutela naturale in proporzione all’inquinamento prodotto. Viene approvato anche un importante documento, l’”Agenda 21”, che stabilisce concretamente le direttrici per uno sviluppo sostenibile globale in vista del XXI secolo. Parallelamente, in relazione al cambiamento climatico e alle emissioni dei gas serra, viene sottoscritta una Convenzione Quadro, che sarà propedeutica al Protocollo di Kyoto siglato nel 1997. L’accordo firmato in Giappone rischia però di non entrare in vigore se non ratificato da un certo numero di Paesi, i quali congiuntamente devono produrre almeno il 55% delle emissioni totali. Solo nel 2004, quando la Russia procede alla ratifica, il Protocollo vede la sua attuazione. Con la defezione degli Stati Uniti.
IL XXI SECOLO - Intanto, nel 2002, a dieci anni da Rio e nonostante l’assenza della delegazione americana, a Johannesburg si tiene il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile volto a ribadire gli impegni ed il percorso sanciti in Brasile; inoltre, è adottato un nuovo piano d’azione per raggiungere obiettivi come un «sostanziale incremento» dell’uso di energie rinnovabili. Ad oggi, dopo il fallimento del summit di Copenhagen del 2009 a causa soprattutto delle incociliabili posizioni di Pechino e Washington, le speranze degli ambientalisti sono aggrappate al vertice messicano di Cancun, dove nel dicembre 2010 è stato raggiunto diplomaticamente un accordo generale, seppur ancora privo di target obbligatori. Il WWF ha fatto sapere che «l'inserimento della definizione di obiettivi vincolanti, sia pure in una formula molto generica, che lo definisce come una possibilità, rappresenta un passo avanti importante». Comunque, l’aspetto più rilevante è che Cina, Stati Uniti ed India, tre tra i principali inquinatori del pianeta, hanno accettato i criteri di trasparenza, imprescindibili per stipulare impegni inderogabili. Dopo la presidenza unilaterale di Bush, gli Stati Uniti di Obama sembrano aver (ri)trovato uno spirito dialogante capace di coinvolgere i due Paesi più recalcitranti del BRIC. Non resta che guardare al 2011 e alla conferenza che si terrà nuovamente in Sudafrica, a Durban: se i negoziati non riusciranno a produrre linee guida costrittive ad un anno dalla scadenza del Protocollo di Kyoto, per il pianeta Terra il futuro sarà davvero sempre più insostenibile.