La Cina si trova spesso in imbarazzo, a livello internazionale, sul tema dei diritti umani. Ma i problemi maggiori sembrano essere riservati a tutti coloro che provano a criticare Pechino su questo spinoso tema: davvero un paese può essere danneggiato dal sollevare osservazioni (anche implicite) alla condotta cinese? Sì. E sull'argomento è stato anche realizzato uno studio accademico.
Non è certo un caso che la Cina si trovi spesso in imbarazzo a livello internazionale sul tema dei diritti umani. Ma un paese può essere danneggiato dal sollevare osservazioni (anche implicite) alla condotta cinese sul tema? In un certo senso sì e su questo tema è stato anche realizzato uno studio accademico. La Cina è un mondo davvero strano, ha un modo di porsi davvero singolare. E’ un po’ la patria degli estremi. Ha una forma di governo socialista, ma esporta ed investe in tutto il mondo proprio come il rivale statunitense. Rappresenta inoltre un modello del tutto nuovo perché se gli Stati Uniti hanno cercato di “esportare”, oltre al McDonald’s, anche una certa forma di cultura liberale e democratica (anche di mera apparenza, quindi fittizia), il colosso cinese è altamente disinteressato ad esportare il proprio modello di socialismo in tutto il mondo. I cinesi commerciano benissimo con l’Italia così come con la Korea del Nord o il Vietnam. L’organizzazione interna del paese con cui la Cina commercia è assolutamente indifferente agli occhi di Pechino. In Africa, i cinesi fanno affari d’oro perché a loro non importa se stanno vendendo armi o materie prime a un governo democratico oppure a un dittatore sudanese. Gran parte dei fallimenti internazionali sul problema Darfur sono imputabili proprio ad una mancata presa di posizione del governo cinese, che ha un legame privilegiato con il governo del Sudan.
RAPPORTI – Questa logica del disinteresse per il paese con cui si hanno rapporti commerciali, come detto, comporta uno smarcamento di Pechino dai grandi temi che pervadono la comunità internazionale. La Cina, inoltre, in questa logica è anche coerente quando pretende che i propri partner commerciali non mettando in evidenza le pecche della società cinese. L’atteggiamento italiano potrebbe essere preso come esempio. La Cina sta stritolando il nostro sistema manifatturiero e, a Prato, persino le piccole imprese in mano ai cinesi (che producono in loco) stanno subendo la concorrenza dei prodotti provenienti dalla Cina. Nonostante questo si possono fare ottimi affari, a patto che si rispetti la regola fondamentale di “farsi gli affari propri”, ovvero badare solo all’economia. Come già scritto in precedenza, l’accoglienza che a fine ottobre Berlusconi ha riservato al premier cinese Jabao è stata oltremodo accomodante. Quasi un plauso per un “governo del fare” come il suo. Lo stesso dicasi della visita di Napolitano in Cina. Ragion di Stato, è chiaro. Anche perché ogni volta che la Cina viene messa con le spalle al muro sul problema dei diritti umani vi sono sempre ritorsioni possibili dietro l’angolo. Diversi paesi, dopo le polemiche sulle olimpiadi di Pechino 2008, hanno visto un raffreddamento improvviso delle relazioni diplomatiche, la Francia in testa.
CRITICITÁ - Due sono i principali pomi della discordia che ultimamente hanno mostrato la diffidenza cinese. Da un lato abbiamo la concessione del premio Nobel, che non verrà mai ritirato, al dissidente cinese Liu Xiaobo; dall’altro il Dalai Lama, la massima autorità spirituale del buddhismo. Quest’ultimo nel corso degli anni, soprattutto perché molti uomini dello spettacolo si sono covertiti a questa religione\filosofia orientale dando rilievo alla lotta del popolo tibetano, ha rappresentato una spina nel fianco per il governo cinese proprio per la sua popolarità in Occidente. Nel caso del premio Nobel, la Cina ha utilizzato la propria influenza diplomatica per boicottare la cerimonia. Paesi amici di Pechino, dalla Russia a Cuba, hanno deciso di non essere presenti a Stoccolma per la consegna dell’ambito premio, che sarà pertanto surreale visto che non sarà presente nemmeno il vincitore.
SANZIONI - In questi casi si tratta di una sanzione diplomatica, del tipo “non mi piace e me ne vado”. Tuttavia, come ha dimostrato un recente studio di A. Fuchs e N. Klann, ricercatori dell’università di Goettingen, spesso la Cina, dal 1991 ad oggi, ha utilizzato espedienti economici per sanzionare i paesi che venivano a contatto troppo impunemente con il Lama. Gli autori hanno incrociato le date delle visite del Dalai Lama nei vari paesi che hanno un commercio rilevante con i dati di import\export nelle relazioni commerciali con Pechino. Il risultato è che, dopo un incontro di un certo livello con il Lama, i paesi europei e gli stessi Stati Uniti vedevano diminuire le proprie performances economiche nei confronti della Cina, soprattutto esportavano meno verso Pechino.
Per Approfondire, l’articolo sopracitato: “Paying a Visit: The ‘Dalai Lama Effect’ on International Trade”.