Negli ultimi anni è notevolmente cresciuto l’interesse dei media ma anche del pubblico per i prodotti alternativi al petrolio, che in futuro potrebbero rimpiazzare o quantomeno ridurre il consumo dei combustibili fossili. Tra queste opzioni, i biocarburanti ricoprono un ruolo di primo piano grazie anche all’esperienza del Brasile, che per primo ha intravisto le potenzialità di questa tecnologia. Ma la recessione economica ha imposto al settore una seria battuta d’arresto
Le radici dell’attuale sviluppo dei biocarburanti sono da ricercare in Brasile, che, a metà degli anni Settanta, decise di approvare il ProÁlcool (Programa Nacional do Álcool) al fine di produrre etanolo utilizzando la canna da zucchero. Così, mentre il resto del mondo faceva i conti con gli shock petroliferi e le forti oscillazioni dei prezzi del greggio mediorientale, nel paese sudamericano si dava il “la” alla sperimentazione di un progetto ambizioso ma che poi avrebbe avuto successo. Inizialmente la produzione si focalizzò sulla generazione di bioetanolo, un alcool che si ottiene dalla fermentazione e dalla distillazione di sostanze vegetali amide o zuccherine, come il mais, il grano, la barbabietola o, come nel caso brasiliano, la canna da zucchero. Il prodotto finito può così essere addizionato o completamente sostituito alla benzina. Il programma ebbe uno sviluppo piuttosto altalenante: dopo i buoni risultati iniziali infatti, il ProÁlcool visse sostanzialmente grazie ai contributi del governo federale e all’imposizione dei vincoli di miscela, che con il passare del tempo, aumentavano la percentuale di etanolo da aggiungere obbligatoriamente alla benzina. E’ solo in epoca più recente che il progetto ha visto una forte accelerazione, dovuta soprattutto a due fattori: le importanti oscillazioni del prezzo del petrolio durante il 2008 e la commercializzazione, a partire dal 2003, dei modelli flex-fuel (flexible fuel vehicle), automobili in grado di funzionare indistintamente con etanolo -puro o miscelato- oppure con benzina. Prima dell’introduzione di queste vetture infatti, per utilizzare carburanti con concentrazioni di etanolo superiori al 10% era necessario apportare delle modifiche tecniche al veicolo. Questi sviluppi hanno spinto il Brasile ad avviare un nuovo programma, destinato questa volta alla produzione di biodiesel. A differenza dell’etanolo il biodiesel è un bene complementare o sostituto del gasolio che si ottiene a partire da semi di oli vegetali come la palma, la soia, il girasole o la colza. Nei primi anni ottanta gli Stati Uniti decisero di imitare il modello brasiliano trasformando il mais in etanolo, mentre dieci anni più tardi anche alcuni paesi europei avviavano progetti per la produzione di biocarburanti, in particolare biodiesel.
LA CURA O UNA NUOVA MALATTIA? – Nell’ultimo decennio dunque il settore ha sperimentato una crescita piuttosto rapida, anche se è importante sottolineare che la diffusione dei biocarburanti è ancora molto limitata. Basta guardare le ultime stime, secondo le quali attualmente il bioetanolo rimpiazza solamente il 5% della produzione mondiale di benzina, mentre i dati sul consumo sono fermi al 2%. Negli Stati Uniti, primo produttore al mondo di etanolo, i veicoli flex fuel sono poco venduti, anche perché sono rare le stazioni che oltre ai derivati del petrolio dispongono di biocarburanti. Paradossalmente in Svezia, dove si importa quasi la totalità dei biocarburanti che si consumano, ci sono meno veicoli ma più punti di rifornimento di etanolo. L’unico Paese che può contare su una rete di distribuzione efficiente è il Brasile, con il doppio rifornimento garantito praticamente in tutte le stazioni e in cui il 95% delle nuove immatricolazioni riguarda proprio i modelli flex-fuel. Sebbene dunque nel 2005 il paese lusofono sia stato sorpassato dagli USA per quantità prodotte, attualmente è l’unico paese in cui i biocombustibili sono una realtà affermata, utilizzati non solo per il consumo interno ma destinati anche all’esportazione, di cui il Brasile è leader mondiale. La crescita esponenziale del settore ha però suscitato molte critiche rivolte soprattutto all’intenso consumo di risorse naturali durante il processo produttivo. Tanto che alcuni studiosi si sono chiesti se i biocarburanti, più che rappresentare la cura alla fame di fonti fossili del pianeta, non siano piuttosto una nuova malattia, in grado di accelerare l’esaurimento di risorse naturali, già scarse e oltretutto necessarie anche alla produzione alimentare.
LA RECESSIONE E I NUOVI SVILUPPI - Le maggiori preoccupazioni sono comunque rivolte al futuro. Nonostante le perplessità, il sostegno economico fornito al settore rimane molto alto. L’obiettivo, dunque, sembra essere quello di continuare ad investire nei biocarburanti in attesa di una soluzione migliore. Oltretutto il disastro ecologico nel Golfo del Messico ha ulteriormente sensibilizzato l’opinione pubblica riguardo la necessità di adottare soluzioni alternative al consumo di petrolio, indispensabile ma in esaurimento. Per questo motivo, sebbene sempre più persone si dichiarino “contro” l’adozione dei biocarburanti, le multinazionali dell’energia continuano ad investire sugli agrocombustibili, in particolare sullo sviluppo dei biocarburanti di seconda generazione. Questi, ottenuti a partire da sostanze come la cellulosa o le alghe, potrebbero infatti ridurre il consumo di risorse naturali, anche se tutt’oggi il loro costo di produzione è ancora economicamente poco vantaggioso. Nel 2009, però, la recessione mondiale ha colpito duramente il settore. Sia negli Stati Uniti che in Brasile gli stabilimenti hanno funzionato al di sotto delle loro capacità, non tutti i nuovi impianti in corso di realizzazione sono stati ultimati e alcune realtà produttive sono fallite per colpa delle oscillazioni dei prezzi del mais e dello zucchero, che hanno reso i biocarburanti meno competitivi rispetto al petrolio. Riuscirà il settore a riprendersi dalla battuta d’arresto? Molto probabilmente sì, anche se oltre ai finanziamenti sarebbe altrettanto importante incentivare lo sviluppo di buone pratiche produttive per evitare che, come ipotizzato dagli studiosi, da soluzione i biocarburanti diventino il problema energetico del nuovo millennio.
Negli ultimi anni è notevolmente cresciuto l’interesse dei media ma anche del pubblico per i prodotti alternativi al petrolio, che in futuro potrebbero rimpiazzare o quantomeno ridurre il consumo dei combustibili fossili. Tra queste opzioni, i biocarburanti ricoprono un ruolo di primo piano grazie anche all’esperienza del Brasile, che per primo ha intravisto le potenzialità di questa tecnologia. Ma la recessione economica ha imposto al settore una seria battuta d’arresto