Seconda economia mondiale, la Cina deve il suo ritorno tra le grandi potenze ai rapporti commerciali intrecciati con il resto del mondo: un’apertura che è una vera e propria svolta rispetto al tradizionale approccio di Pechino a tutto ciò che non è compreso nei territori del Celeste Impero. Una lezione significativa e un monito per tutti i fautori del protezionismo.
Nel 1404 l’ammiraglio cinese Zheng He, al comando di una immensa flotta, si avventurò verso occidente: al suo seguito una moltitudine di persone (circa 30 mila) composta da soldati, scienziati, burocrati, tutti stipati sulla più grande flotta che si fosse mai vista. La missione era scientifica almeno quanto militare: lo scopo non era tanto conquistare nuove terre, quanto conoscere il mondo che si trovava al di fuori della Cina, all’epoca la più grande potenza del pianeta. Con questo obiettivo furono ben sette i viaggi compiuti verso occidente dall’ammiraglio, attraverso l’Oceano indiano fino a costeggiare l’Africa Orientale. Fino a che, nel 1434, il nuovo imperatore ordinò di smettere. Il Celeste impero, incarnato nell’occasione dal suo grande ammiraglio, non aveva trovato niente che valesse davvero la pena conquistare, e decise pertanto di smettere di cercare: le navi furono rimesse in porto, e fu anzi proibito per legge costruire ancora imbarcazioni in grado di affrontare la navigazione oceanica. Era l’inizio di un isolamento che sarebbe stato secolare, una decisione che segnava l’inizio di un inesorabile, ancorché dorato, declino. Il risultato di questa politica fu che la Cina si ripiegò su se stessa e non si avvide di quello che succedeva nel resto del mondo. Furono gli europei a svegliarla, a cannonate, nella seconda metà del 1800.
ANCORA ISOLAMENTO – La Cina, che ancora nel XIX secolo rappresentava da sola circa il 25% del PIL mondiale, si mostrò troppo fragile per competere con i suoi nuovi e aggressivi concorrenti: secoli dopo essersi congedata dal mondo per godere della propria civiltà e ricchezza fu umiliata, dagli europei prima e dai giapponesi poi. L’ex celeste impero ha impiegato decenni per riconquistare la sua autonomia. Da quel momento, molte cose sono avvenute: la vittoria del partito comunista (1949) ha posto fine ai conflitti interni, ma ancora la Cina si presentava come un paese chiuso, spesso in disaccordo perfino con i suoi potenti vicini sovietici, i più naturali alleati dal punto di vista ideologico. Nella città proibita non risiedevano più gli imperatori, ma ancora i cinesi si comportavano come se non avessero bisogno del resto del mondo.
L’APERTURA – La svolta arriva negli anni ’70, ed è innanzitutto politica. La Repubblica Popolare riallaccia delle complicate relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti: è la cosiddetta “diplomazia del ping pong” (dal nome del celebre gioco da tavolo) ed è uno degli ultimi atti di Mao Tse Tung. La definitiva svolta avviene solo dopo la sua scomparsa: è sotto la guida di Deng Xiao Ping che la Cina decide di avvicinarsi all’economia di mercato, e di aprirsi così al mondo. È il 1979 quando vengono create le zone speciali, delle aree circoscritte lungo la fascia costiera in cui l’economia capitalista è consentita. L’esperimento ha un successo tale da essere esteso: l’ex Celeste impero può così beneficiare della favorevole politica di scambio americana e si avvia a diventare la fabbrica del mondo. I risultati di questa decisione li vediamo oggi: in trent’anni la Repubblica Popolare ha conosciuto una crescita economica senza precedenti, un’impennata tale da averla resa la seconda nazione in termini di PIL al mondo. Una ricchezza e un potere di ritorno, figlie di una nuova concezione dei rapporti con il mondo. Il tutto, senza rinunciare all’orgoglio: le ultime olimpiadi hanno dimostrato una volta di più quanta alta sia la concezione che la Cina ha di se stessa.