
Correva l'anno 2005 quando davanti al caminetto della Stanza ovale un impacciato George W. Bush e un ingessato Hu JinTao si scambiavano solenni promesse da marinaio, suggellate – come meglio si confà a queste occasioni - dall'acquisto da parte della Cina di 70 Boeing 737 di nuova generazione. Sette anni dopo, il 14 febbraio, lo stesso caminetto è testimone dell'incontro – questa volta sembrerebbe più galante – tra l'attuale Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e colui che con ogni probabilità sarà chiamato alla guida della Repubblica Popolare a partire dal prossimo anno: il “principe rosso” Xi JinPing. Un Presidente uscente (forse) e uno entrante (forse) impegnati a studiarsi a vicenda come nel più classico dei primi appuntamenti. Ma sarà un rapporto di coppia stabile e duraturo o sarà piuttosto l'ennesima conferma che “la politica crea strani compagni di letto”?
NEL SEGNO DEL DRAGONE - Secondo il calendario tradizionale cinese, il 2012 è l’anno in cui la Terra di Mezzo entra nel segno del drago: il segno dell’imperatore, il simbolo del potere e della ricchezza, il segno di quelli che non si fermano davanti a niente pur di ottenere quello che desiderano. Il 2012 è però anche l’anno dell’avvicendamento ai vertici del Partito, e dunque dello Stato. Nel prossimo autunno infatti, mentre in America si terrà quello che di fatto si configura come un referendum pro o contro Obama, a Pechino si riunirà il 18° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), unico depositario del potere politico e militare fin dall’instaurazione della Repubblica Popolare nel lontano 1949. Raggiunta l’età massima per l’esercizio delle cariche pubbliche (a 68 anni i leader cinesi abbandonano la poltrona e vanno in pensione), la maggioranza dei vertici del Partito verrà sostituita dalle nuove leve. Dopo la scomparsa del “grande timoniere” Deng XiaoPing e, prima ancora, del padre della patria Mao ZeDong, la leadership è stata ripartita tra nove personalità, i nove membri del potente Comitato Permanente del Politburo, all’interno del quale il Presidente della Repubblica è considerato primus inter pares, svolgendo il ruolo di mediatore tra le diverse anime del Partito. In autunno sette dei nove membri del Comitato lasceranno dunque posto alla nuova generazione. Una generazione tutt’altro che omogenea, così come tutt’altro che omogenea è l’essenza stessa del partito (in lingua cinese “partito” si traduce con dang, che significa anche “fazione”). Esemplificazione di questa eterogeneità è la contrapposizione tra i tuanpai, provenienti dalla Lega della Gioventù Comunista, di ispirazione riformista, e i taizidang, i cosiddetti “principi rossi”, discendenti degli alti funzionari di Partito delle generazioni precedenti. La base contro la borghesia, insomma, e sembra che ad averla vinta sarà proprio la seconda: Xi JinPing, attuale vice-presidente, sarà con ogni probabilità il nuovo presidente della RPC, mentre a Li KeQiang, esponente dei tuanpai e attuale vice-premier, andrà con ogni probabilità la carica di Primo Ministro.
Il “principe rosso” Xi JinPing, figlio di Xi ZhongXun (veterano della Lunga marcia), è stato per intenderci l’uomo dietro alle Olimpiadi di Pechino del 2008, considerate da molti analisti la “prova generale” della scalata al potere. Tendenzialmente poco incline alle riforme e strenuo difensore della libera impresa, Xi JinPing sceglierà con ogni probabilità la linea della continuità rispetto all'operato di Hu JinTao e Wen JiaBao. Parola d’ordine, come da dieci anni a questa parte, “società armoniosa”, allo scopo di preservare la stabilità della Repubblica e perpetuare l’attuale assetto di potere. Compito che tuttavia si prospetta tutt'altro che facile, dato il previsto arresto del boom economico che ha caratterizzato gli anni di Hu JinTao e la conseguente crescita della conflittualità sociale.
PROVE TECNICHE DI G2? - Ma che cosa si sono detti quelli che tra qualche mese saranno presumibilmente i leader dei due Paesi chiamati a rivestire il ruolo di guida del sistema politico ed economico internazionale? Sono molte le questioni spinose che attualmente allontanano, più che avvicinare, le due sponde del Pacifico: Washington rimprovera a Pechino la sistematica violazione dei diritti umani, la repressione in Tibet, ma soprattutto il veto in sede Onu sulla risoluzione sulla Siria e sulle sanzioni all'Iran. La risposta di Xi JinPing ai cahiers de doléances made in Usa ha preso la forma di una proposta in quattro punti: primo, le due parti dovrebbero considerare la storia come uno specchio, tenendo in considerazione le varie esperienze e continuando a seguirle; secondo, entrambe dovrebbero adottare una prospettiva a lungo termine; terzo, Cina e Usa devono rispettarsi l'un l'altra e costruire una fiducia reciproca; quarto, i due Paesi devono conseguire benefici reciproci e vantaggi per entrambi. Una proposta forse un po’ evanescente, ma che ricalca le linee guida enunciate da Pechino nel Libro Bianco sullo Sviluppo Pacifico del 2005, e che testimoniano la ferma volontà da parte dell'antico Paese al centro (Zhong Guo, “Paese al centro” è il nome della Cina in cinese) di tornare ad occupare quella posizione che sente spettargli di diritto. Alla base dello sviluppo pacifico di Pechino (che nella versione originale doveva essere un’”ascesa pacifica”, termine poi edulcorato in “sviluppo” per tranquillizzare la comunità internazionale) c’è la crescita economica, unica arma attraverso la quale il Partito può sperare di continuare a tenere insieme un Paese immenso e attraversato da profonde tensioni sociali. Ecco che allora, mentre il boom economico che ha caratterizzato l’ultimo decennio si avvia verso una significativa flessione, l’economia è destinata a rimanere al centro dell’agenda cinese e soprattutto al centro dei rapporti con gli Stati Uniti. Come nei migliori matrimoni di interesse, malgrado le rispettive accuse e minacce, entrambi i Paesi sanno bene di non poter fare a meno l’uno dell’altro. Pochi giorni fa, nel messaggio sullo Stato dell’Unione, Obama - incalzato dai Repubblicani in campagna elettorale e pressato dalle tentazioni protezioniste emerse all’interno del Congresso - aveva alzato la voce contro il nemico/amico cinese: « Non starò con le mani in mano davanti a concorrenti che violano le regole. Abbiamo già raddoppiato i procedimenti per le infrazioni della Cina, ma dobbiamo fare di più. Non tollereremo la pirateria commerciale né la concorrenza di produttori che prevalgono sulle nostre industrie grazie alle sovvenzioni». Vox clamantis in deserto, con ogni probabilità, soprattutto in virtù del fatto che Pechino è attualmente il maggiore creditore del tesoro Usa, anche se Obama sa bene che le minacce cinesi di investire altrove sono ben poco credibili, dal momento che non esiste al momento un “altrove” altrettanto appetitoso. I capitali cinesi vengono infatti impiegati in maniera sempre più massiccia non solo per l’acquisto di titoli di Stato ma anche per realizzare veri e propri investimenti industriali che stanno contribuendo alla rinascita manifatturiera dell’America.
LA CINA RIELEGGE OBAMA? – “E se la Cina stesse lavorando per la rielezione di Obama?” è quanto si chiede il Wall Street Journal in un reportage sulla rinascita del Michigan, lo stato chiave delle “big three” dell’industria automobilistica statunitense.
Non solo fondi pubblici di Washington, anche Pechino ha investito molto in uno Stato che potrebbe rivelarsi decisivo nella sfida elettorale di novembre, e che Obama vanta come uno dei fiori all’occhiello della propria presidenza. L’itinerario pianificato dalla delegazione cinese in terra americana del resto fornisce una chiara indicazione di quali saranno le priorità che guideranno i rapporti tra i due Paesi nei prossimi anni. L’indicazione di base è stata quella di evitare i tragitti troppo lunghi, allo scopo di aggirare i facili assembramenti di manifestanti che potrebbero colpire il nervo scoperto di Pechino sui diritti umani. Quello della non interferenza negli affari interni di un altro Stato, del resto, è uno dei principi cardine sui quali Pechino costruisce la propria visione del mondo. Dopo il tȇte-a-tȇte con Obama a Washington, la carovana cinese si è fermata in Iowa, dove trent’anni fa un giovane Xi JinPing – allora funzionario di una commissione agricola della provincia di Hebei gemellata con l’Iowa - fu ospite di una famiglia di agricoltori. Al di là del delizioso quadretto di ricongiungimento famigliare, la visita di Xi in Iowa è da leggersi soprattutto come la visita al proprio principale fornitore di soia e granoturco, materie prime alimentari fondamentali per un Paese giovane e affamato come la Cina. La tappa successiva è la California, sede delle multinazionali hi-tech che ultimamente hanno occupato le prime pagine dei giornali per le furiose denunce contro contraffazione e pirateria, ma che proprio grazie al processo di delocalizzazione produttiva in Asia continuano a realizzare introiti da capogiro. In conclusione, quello che emerge da questa prima avventura di Xi JinPing in terra americana è la conferma dell’esistenza di un’intricata interdipendenza tra l’economia cinese e quella americana. Un’interdipendenza che, se da un lato serve a bilanciare le reciproche diffidenze legate ad altre questioni, dall’altro lato richiede lo sviluppo di un approccio acuto e ragionato. Al di là degli slogan elettorali che, si sa, sono fatti per parlare “alla pancia” del cittadino, la vera prova che il Presidente americano – chiunque egli sia – dovrà affrontare nei prossimi anni consisterà proprio nella costruzione di una strategia che permetta di assecondare ma al tempo stesso contenere (ma sarà possibile?) l’inevitabile ascesa cinese che, per quanto pacifica, disturba il sonno di molti a Washington.