Sulle pagine di quotidiani e riviste, sui blog e nei social network impazza il dibattito sul ventilato acquisto da parte dell’Italia di centotrentuno velivoli militari F-35 per una somma pari a quindici miliardi di euro. Questo proprio mentre il governo vara una manovra da ventitré miliardi definita sovente «lacrime e sangue». In risposta a tale presunta assurdità, i cittadini chiedono più spesa sociale e i pacifisti reclamano ulteriori tagli per la difesa. È errato però porre il problema in termini così semplicistici. FusiOrari vuole guardare oltre una prospettiva ideologica, analizzando pragmaticamente il perché, il come e le eventuali alternative all'acquisto degli F-35.
QUINTA GENERAZIONE - L’F-35 Joint Strike Fighter è attualmente un programma industrial-militare volto alla creazione di un velivolo militare multi-ruolo ed interforze, dotato di tecnologia stealth, che lo rende pressoché invisibile alla rilevazione dei radar. È stato avviato dagli Stati Uniti nel 1996 per dotare la US Navy, la US Air Force e i Marines di un aereo di quinta generazione, rinnovandone in parte gli armamenti. Il programma ha presto attirato l’attenzione degli alleati: Gran Bretagna (senior partner), Italia, Olanda, Danimarca, Canada, Australia, Norvegia, Turchia. Cosa significa, in breve, “velivolo di quinta generazione”? Si tratta di soddisfare uno spettro di parametri tecnici, tra cui i più importanti sono la tecnologia stealth e la versatilità nell’assolvere diversificate missioni in teatro, dal supporto tattico nelle Peace Support Operations alla proiezione strategica del potere aereo nazionale. Altri criteri di classificazione sono, ad esempio, la capacità di volare oltre i cinquantamila piedi o la possibilità di effettuare manovre ad alta agilità. L’F-35 soddisfa comprensivamente questi parametri? Non proprio (Eurofighter World, 2/2010). Rispetto al caccia europeo Eurofighter Typhoon di quarta generazione (e mezza), elaborato dalle industrie di Spagna, Italia, Gran Bretagna e Germania, l’F-35 gli è superiore unicamente nella tecnologia stealth. Al contrario, non è manovrabile come il Typhoon, né è in grado di raggiungere una quota di volo comparabile. Sono però entrambi in grado di operare sia tatticamente che strategicamente. Un’ulteriore analisi comparativa, questa volta con il rinomato F-22 Raptor, anch’esso di quinta generazione (ma non multiruolo), dimostra che l’F-35 non sarebbe poi così innovativo, se non nella maggiore versatilità e nella raccolta informazioni. Caratteristiche che ha anche il Typhoon.
BIPARTISAN - Come evidenzia un rapporto del 2008 dell’Istituto Affari Internazionali, la partecipazione italiana al programma dell’F-35 è stata, è e sarà accompagnata «da critiche e distinguo, talora basati su pregiudizi e su una diffusa abitudine a privilegiare un'impostazione ideologica aprioristica rispetto ad una seria analisi dei problemi e ad una realistica individuazione delle possibili alternative. L'acquisizione di un sistema di difesa particolarmente importante e duraturo nel tempo [...] dovrebbe comportare una scelta fra alternative possibili, compatibili in particolare coi vincoli di bilancio». Il modello idealistico cui lo IAI fa riferimento è, evidentemente, di natura pacifista, intrinseco della cultura di sinistra. Eppure, l’adesione al progetto da parte dell’Italia fu decisa nel 1998 dal governo D’Alema con un iniziale, simbolico contributo di 10 milioni di dollari. A dimostrazione di un sostegno bipartisan all’iniziativa, nel 2001 è stato firmato dal governo Berlusconi e dagli Stati Uniti il Memorandum of Understanding, che ha sancito l’avvio della fase di sviluppo del programma. Con il 4% come quota partecipativa, Roma è il terzo contribuente, dietro solo a Washington e Londra, e pressoché a pari merito con Amsterdam. I costi del programma, però, sono lievitati dai 233 miliardi di dollari previsti nel 2001 ai 300 nel 2006, fino ai 380 del 2011 (Gertler, 2011); il che ha fatto sorgere problemi e dubbi sui sostanziali progressi del progetto.

CRITICITÀ - L’Italia ha finora speso 1,5 miliardi di dollari. L’obiettivo del Ministero della Difesa è rimpiazzare i velivoli AV-8B Harrier della Marina (datati 1990 e con vita residua fino al 2020), e gli AMX e i Tornado dell’Aeronautica (rispettivamente, entrati in esercizio nel 1989 e 1982, e “pensionabili” nel 2018 e 2015/2025) con gli F-35. Nonostante le recenti sollevazioni ideal-pacifiste, è inevitabile rimpiazzare tali macchine, ereditate dalla Guerra Fredda, con ciò che di nuovo la tecnologia propone. Anche il quotidiano del Partito Democratico, Europa, ha dimostrato realisticamente di essere su questa posizione. La questione è se sia consigliabile sostituire tali vetusti assetti con i più che perfettibili F-35, ancora lontani dall’operatività, avendo a portata di mano il Typhoon, ossia «il fulcro della tecnologia aerospaziale e di difesa europea (che) garantirà alle industrie coinvolte un primato tecnologico e competitivo in numerosi programmi futuri militari e civili» (Finmeccanica, 2010). Uno dei motivi per cui appariva consigliabile partecipare alla realizzazione degli F-35 era la prospettiva del trasferimento di tecnologie militari avanzate dagli USA all’Europa. Tuttavia, nel novembre 2009 il Pentagono ha proibito all’industria americana di condividere il know-how più critico persino con il maggiore alleato nel campo dell’intelligence (ma non solo): il Regno Unito. La Danimarca ha sospeso per due anni la partecipazione al programma. E dovrebbe far riflettere che Washington, lanciatasi recentemente in un piano di austerity militare, starebbe pianificando i maggiori tagli -come riferito dal New York Times- proprio al progetto dell’F-35.
PROIEZIONE E DIFESA - In un periodo in cui in Italia la parola «sacrifici» è stata bandita dal vocabolario governativo, ma non nei fatti dalle manovre finanziarie, per la Difesa è d’obbligo cercare di risparmiare quanto più possibile. Questo non vuol dire rinunciare all’ammodernamento delle Forze Armate, quanto mai necessario in un mutato contesto globale che richiede flessibilità e rapidità d’intervento in aree distanti. Piuttosto, si richiede di coniugare tagli con efficienza e sostenibilità. Non è un caso che l’Alleanza Atlantica, di cui Roma è uno dei membri fondatori, ha proclamato recentemente il concetto di Smart Defence secondo cui le spese militari debbono essere ottimizzate, ma non decrementate, suddividendo responsabilità e costi tra gli Alleati sulla base di una loro specializzazione militare per conseguire una serie di vantaggi comparati nei settori navale, aereo e terrestre. Per l’Italia, geopoliticamente a vocazione mediterranea, sarebbe incomprensibile abdicare al ruolo aereo-navale che essa ricopre (e soprattutto vuole ricoprire) nel Mare Nostrum a causa di assetti non più funzionali. Una proiezione efficace richiederebbe una marina ed una aeronautica di prim’ordine, che nel lungo periodo gli attuali strumenti non garantiscono. L’F-35 sembrerebbe sempre più un programma destinato ad un notevole ridimensionamento, e l’Italia -come ricordato dal Generale ed ex Capo di Stato Maggiore, Vincenzo Camporini, a RaiNews- non ha ancora ufficialmente siglato un contratto d’acquisto.
ALTERNATIVA - Un rilancio dell’evoluzione dell'europeo Typhoon potrebbe essere quindi una valida prospettiva. In particolare considerando che, ad ora e nel medio periodo, i nostri diretti competitor mediterranei non appaiono possedere armamenti particolarmente avanzati che esigerebbero hic et nunc la tecnologia stealth. D’altro canto, la guerra in Libia lo ha dimostrato, e per gli interessi vitali dell'Occidente sugli scenari globali gli USA garantiscono ulteriore copertura con gli F-22. Inoltre, dato che il programma Typhoon è stato dichiarato al centro di un «aggiornamento e miglioramento tecnologico ben definito che ne garantirà la competitività in uno scenario in continuo mutamento» (Finmeccanica, 2010), si potrebbe puntarvi forte. La Gran Bretagna ha già fatto sapere di volere procedere alla conversione navale dell'Eurofighter per imbarcarlo sulle proprie portaerei. L'Italia potrebbe seguire la medesima direttrice, soddisfacendo le esigenze della Marina. Sul versante dell’F-35, Roma potrebbe invece temporeggiare, e comunque ridurre al minimo l’acquisizione futura dei velivoli cui la propria industria avrà contribuito a realizzare. Fantascienza? È un orientamento che sembrerebbe confermato da alcuni indizi in uscita dalla Difesa: il governo ha difatti rifinanziato il programma dell’Eurofighter per 1,1 miliardi per il 2013, nonostante il già previsto taglio per il 2012 di 100 milioni; nel 2014 saranno stanziati 1,4 miliardi, mentre tra il 2015 e il 2018 sono previsti ben 4,8 miliardi (RID, 01/2012). I ventuno Typhoon già commissionati dall’Italia potrebbero così aumentare, e il progetto evolvere. A patto, però, che vi sia un incrementato impegno di lungo periodo da parte di tutti i co-finanziatori europei, che dovrebbero rinunciare a tagliare sistematicamente«i bilanci della difesa e a procedere in ordine sparso alla creazione di programmi nazionali» superando «le divisioni nazionali europee che hanno colpito programmi precedenti quali il Tornado e poi lo stesso Eurofighter, e di affrontare costi elevati» (IAI, 2008). Ad ora questa, forse sì, è fantascienza.
PER SAPERNE DI PIÙ
Istituto Affari Internazionali, Il programma F-35 Joint Strike Fighter e l'Europa, Roma, 2008 [http://www.iai.it/pdf/Quaderni/Quaderni_31.pdf]
A. Nativi, Difesa 2012. La riforma, ora! in Rivista Italiana Difesa, 01/2012, pp. 26-33
What is a 5th Generation Fighter, in Eurofighter World, 02/2010 [www.eurofighter.com/fileadmin/web_data/downloads/extpub/02_5thGenFighter.pdf]
J. Gertler, F-35 Joint Strike Fighter (JSF) Program: Background and Issues for Congress, April 2011 [www.fas.org/sgp/crs/weapons/RL30563.pdf]
Finmeccanica, Eurofighter Typhoon: fulcro della difesa europea del futuro e fiore all'occhiello dell'hi-tech italiano, febbraio 2010 [www.finmeccanica.it/IT/Common/files/Corporate/Press_Kit/Programmi/Eurofighter_2010_ITA.pdf]
F. Lo Sardo, L’addio USA agli F-35 e l’impatto in Italia, in Europa, 4 gennaio 2012